Due padrini calibro 9

Uniti, ricchi, con relazioni a Roma e al Nord. Ecco la forza di Iovine e Zagaria, i due boss latitanti. Ora alle prese con la serie di agguati che sconvolgono gli equilibri casalesi

Latitanti insieme, spesso nascosti nella stessa casa, uniti dall'intreccio di parentele che si creano nei paesini e pronti l'uno a coprire l'altro. Così Michele Zagaria e Antonio Iovine sono diventati i boss più ricercati d'Italia: agiscono uno per tutti e tutti per uno. E come i tre moschettieri, i casalesi comandano in tre, ma sono sempre in quattro. Se guardi alle famiglie che compongono la più potente federazione criminale, allora si contano gli Schiavone, i Bidognetti e gli Zagaria, ma senza la mediazione di Iovine, che pure resta subordinato, il sistema non funziona.

Se invece esamini i padrini, allora ci sono con gradazioni diverse di potere solo Francesco 'Sandokan' Schiavone, in cella, e i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine: il detenuto Francesco Bidognetti è in crisi, si sono pentiti persino la compagna e il cugino più fidato, ma pesa ancora nel dominio del litorale casertano. Questo equilibrio imperfetto fino a un mese fa sembrava garantire un potere incredibile. Incuranti delle forze dell'ordine, i due fuggitivi Iovine e Zagaria avevano gestito la trasformazione della più spietata macchina da guerra camorristica in una holding che macinava affari come prima seminava cadaveri: appalti e cantieri al posto di cocaina e Kalashnikov, soldi e lavoro dove prima c'erano morte e violenza. Un benessere distribuito a tutti per ottenere consenso. "Io voglio creare per far fruttare", avrebbe detto Iovine alla cognata, "perché ognuno deve stare in grazia di Dio e che nessuno ha bisogno dell'altro".

I grandi boss, dentro e fuori il carcere, avevano una sola preoccupazione: evitare che le sentenze pesanti, quelle per omicidio, diventassero definitive. Tutti, a dispetto della loro fama, erano finiti in Cassazione solo per crimini di livello inferiore e si concentravano sul processo Spartacus, contando su avvocati combattivi e agganci inconfessabili nelle istituzioni. Quando l'onda lunga del successo di 'Gomorra' si è fatta asfissiante, hanno risposto con l'istanza-invettiva letta in aula per conto di Bidognetti e Iovine. Un avvertimento senza precedenti a giornalisti, magistrati e soprattutto pentiti in vista del giorno del giudizio, atteso intorno al 16 giugno. Pareva la cosca perfetta. Finché un mese fa è comparso sulla scena il commando dei killer giustizieri, deciso a fare piazza pulita dei 'traditori'.

La squadra dei 'cani sciolti', che secondo gli investigatori dispone di quattro mastini molto temuti, all'inizio sembrava fare comodo alla cupola casalese. Creava il terrore tra chi si era sottratto al racket o aveva collaborato con i magistrati. Il gruppo di fuoco pareva tributare rispetto ai padrini. Poi qualcosa è cambiato. Forse i giustizieri si sono sentiti rafforzati dall'eco mediatica dei loro delitti. Hanno alzato il tiro e intensificato i raid: stakanovisti calibro 9, sfregiano i corpi delle vittime con decine di pallottole, nella tradizione di sangue che 15 anni fa aveva assegnato a Casal di Principe il record mondiale di omicidi. Forse i quattro mastini hanno pensato di poter raccogliere il consenso delle giovani leve stufe di incassare in silenzio le retate e il marchio di 'Gomorra'. E adesso, con un carico di tritolo comprato in Calabria potrebbero anche minacciare l'escalation stragista. I killer non hanno nulla da perdere: in caso di cattura, li aspetta il carcere a vita.

La prima reazione alla mattanza rispecchia il carattere dei due boss latitanti, che dovranno risolvere la crisi: una coppia molto diversa, nel privato e nel crimine. Michele Zagaria, detto Capastorta, ha festeggiato i cinquant'anni due settimane fa: a Casapesenna, il suo feudo, non ci sono stati petardi o pubbliche manifestazioni. A lui il clamore non piace. Single, ricercato da 13 anni per una lunga lista di reati, ama la bella vita senza dare nell'occhio: gli viene attribuito un lungo flirt con una professoressa. Quando in paese si spargono voci su una sua amante, è Iovine che interviene per mettere a tacere i pettegoli: la morale non c'entra, lo fa per impedire che la liaison diventi un'occasione per la polizia.

Zagaria
è un casalese atipico che, stando alle intercettazioni, non disdegnerebbe qualche pista di cocaina: un vizio proibito dal clan. Ma lui sostiene di dovere essere trattato 'comme 'o prevete', come un prete: "Fai quello che dico, non quel che faccio". Sa gestire l'immagine: convoca gli imprenditori in ville sfarzose, li accoglie con una tigre al guinzaglio. Così, assieme al fratello Pasquale è diventato il protagonista degli appalti: la Tav, il nuovo penitenziario, la linea ferroviaria locale, persino la base radar della Nato. Unendo soldi e avvertimenti, bastone e carota, vinceva sempre. È lo stesso modello esportato nei cantieri: affidate i lavori a noi, sapremo garantirvi da qualunque inconveniente.

Grazie al matrimonio di Pasquale con la figlia di un immobiliarista parmense, porta capitali al Nord e cerca referenti al massimo livello: celebre l'incontro con uno degli assistenti di Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture, per discutere di investimenti. I quattrini non sono un problema: ha dimostrato di potere mettere insieme mezzo milione cash in poche ore. E si stima che il giro d'affari, amministrato dagli Zagaria per conto di tutti i casalesi, sfiori il miliardo l'anno. La forza dei Casapesenna è però nella solidarietà familiare: sono letteralmente una band of brothers.

Quattro fratelli sempre uniti, che Michele tutela con il colpo in canna. Due anni fa per un breve periodo si sono dati tutti alla macchia. Poi, all'inizio della scorsa estate si sono registrati i primi segnali di tensione nel Casertano: contrasti sotterranei su come reagire all'effetto 'Gomorra' e agli arresti. C'era chi invocava la guerra totale: autobombe contro Roberto Saviano e il pm Raffaele Cantone.

In quei giorni di grande allarme si è costituito Pasquale Zagaria, con una mossa interpretata come un dissenso sui piani stragisti. Secondo Domenico Bidognetti, l'ultimo pentito di rilievo, sarebbe Pasquale il vero stratega del clan, quello che ha trasformato in oro ogni attività dei casalesi. Con la resa, si è messo al riparo da azioni violente, rimanendo però un punto di riferimento. Un copione ripetuto nei giorni scorsi, quando il clima si è fatto pesante per la nuova mattanza. Si sono consegnati prima Carmine, il secondo fratello, e poco dopo Antonio, l'ultimo. I tre devono scontare piccole condanne, roba da pochi mesi di cella. Così Michele, il capostipite, resta da solo ad affrontare la tempesta, ma qualunque cosa accada, ci saranno altri Zagaria a portare avanti la famiglia.

Antonio Iovine invece a 44 anni rimane prigioniero di quell'unica foto segnaletica con il volto da scugnizzo: per questo è chiamato 'o Ninno, il poppante. Lui è un uomo di azioni e di relazioni. Nipote del padrino Mario, è cresciuto con il revolver in mano: nel 1991 è stato ferito dai carabinieri durante una sparatoria e gli effetti di quella pallottola si fanno sentire ancora oggi. Ama il lusso, gli abiti firmati e in casa sua sembra regnare l'ossessione per la griffe.

Gli investigatori si sono trovati ad ascoltare le sfuriate della figlia, che protesta con la madre "perché nella borsa hai infilato solo le ciabatte di Fendi". O il nipote che si lamenta perché vuole in regalo una Mini Cooper e non un'utilitaria. Nonostante sia latitante da 13 anni, è molto attento all'educazione dei tre figli: spesso hanno trascorso le vacanze insieme all'estero, sfuggendo ai pedinamenti. La primogenita Filomena, che tutti chiamano Filly, è fidanzata con l'erede di Sandokan. E quando le due signore e i ragazzi sono andati a sciare, pare che anche lui si sia fatto vivo. La moglie è considerata dai carabinieri la sua consigliera e ambasciatrice più fidata. Condividono l'ossessione per intercettazioni e controlli: al momento giusto, lei riesce sempre a scomparire. È accaduto anche la scorsa settimana: è sparita mentre stava scattando la retata, assieme a tutti i personaggi chiave che dovevano finire in manette. Segno che alla fine le relazioni servono.

Iovine sa come farsi amici. Se Zagaria porta i soldi al Nord, lui cerca le coperture a Roma. Lì è stato il dominus del Gilda, discoteca per clienti attempati e potenti. E controllava il Destriero, ristorante di pesce rinomato, frequentato da politici e dirigenti delle forze dell'ordine. Dicono che i suoi capitali siano concentrati nell'agro-alimentare. Solo di recente avrebbe messo un piede nel business del videopoker e delle scommesse sportive. Ma le entrature giuste si possono trovare anche a San Cipriano, la sua città dove avrebbe infiltrato l'amministrazione comunale.

Gli atti giudiziari descrivono summit nel comando dei vigili
. E l'intervento della signora Iovine per sostenere la famiglia di Giuseppe Russo, detto 'Peppe il padrino'. Un nome che ricorre spesso nel dossier che ha sciolto il Comune. Viene citato in merito agli appalti assegnati alle aziende di Mario Cosentino, cognato di 'Peppe il padrino' e fratello del neosottosegretario all'Economia Nicola, stella nascente della politica campana.

L'intelligence sostiene che 'o Ninno abbia un altro punto di forza: la supervisione del traffico di rifiuti nel Casertano. Ma è un elemento che non ha trovato riscontri giudiziari: nessun pentito ne vuole parlare. Non è un caso. Da dieci anni la spazzatura è l'affare più ricco in Campania, ma viene gestito da un'intesa triangolare: camorra, politici locali e istituzioni statali. Un patto cementato dall'emergenza perenne. L'unico squarcio su questo abisso lo aveva fornito Michele Orsi, con la decisione di rispondere alle accuse per cui era stato arrestato. Orsi si riteneva una vittima, costretto a convivere con le pretese di partiti e boss, e che passa da Forza Italia ai ds per puro calcolo. Non era un pentito, si era limitato a ribattere agli addebiti descrivendo il ruolo dei politici locali negli appalti della nettezza urbana nel Casertano. Nei suoi verbali compare il nome di Mario Landolfi, ex ministro di An accusato di corruzione che ha sempre respinto ogni coinvolgimento, e di Cosentino, esponente di Forza Italia, che non ha ricevuto contestazioni. Degli uomini delle istituzioni Orsi invece non ha parlato.

Nel 2004 era stato intercettato mentre conversava con il viceprefetto Ernesto Raio, capo di gabinetto del Commissariato. Lui, imprenditore dei rifiuti e proprietario di discariche, va a pranzo assieme al prefetto Corrado Catenacci, incaricato dal governo Berlusconi di risolvere il problema, e a Donato Ceglie, il più celebre pm casertano in tema di ecomafie. Secondo Raio, proprio in quel pranzo si sarebbe discusso dell'inserimento dell'architetto Claudio De Biasio nella struttura governativa: quello che Orsi al telefono definiva "la persona nostra da mettere al Commissariato". Ci riescono. Catenacci sostiene che a convincerlo sull'architetto fu il parere del procuratore Ceglie. De Biasio è stato poi arrestato nel 2007, quando era diventato vice di Guido Bertolaso su designazione dell'allora ministro Pecoraro Scanio. Orsi su queste vicende ha negato ogni illecito. Se mai avesse accettato una piena collaborazione, forse queste sarebbero state le prime domande alle quali gli avrebbero chiesto di rispondere. Ma 18 proiettili lo hanno fatto tacere per sempre, lasciando intatto il mistero sulle relazioni più alte.

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