Le correnti riportano a riva centinaia di corpi: quelli di chi sta cercando di lasciare il Paese in fiamme per scappare in Europa

Con l'assalto di massa a Lampedusa il Mar Mediterraneo è tornato a inghiottire corpi. I più fortunati, circa 4 mila in 4 giorni, ce l'hanno fatta. Altri hanno seguito lo stesso destino di quelle migliaia di uomini e donne che nel corso degli anni, tentando di conquistare via mare l'Europa, sono annegati. Gli ultimi sono morti lo scorso 12 febbraio, quando un barcone carico di migranti è affondato nelle acque antistanti Girgis, in Tunisia, dove un giovane è annegato e uno è disperso e il 13 febbraio quando, dopo uno speronamento di una motovedetta tunisina, un barcone è affondato facendo 29 morti. Sono anche loro "vittime della frontiera" e si aggiungono a quelle che negli anni hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero a cielo aperto.

I naufragi peggiori si sono registrati nel Canale di Sicilia, in particolare nelle acque territoriali libiche. Si pensava che fosse il mare a custodire la maggior parte dei cadaveri. E invece, grazie al contributo di numerosi testimoni, emerge un'altra verità che il governo del colonnello Muhammar Gheddafi ha cercato di occultare. A causa del flusso delle correnti, molti corpi vengono rigettati sulle spiagge libiche: negli ultimi dieci anni ne sono stati recuperati circa 1.500 di cui almeno 500 seppelliti in un cimitero non islamico di Tripoli conosciuto con il nome storico di "Hammangi" e circa 800 sono ancora in attesa di riconoscimento negli obitori della città.

Una vicenda tenuta segreta da un regime che si rifiuta di riconoscere la presenza di rifugiati nel Paese e sostiene che esistono solo immigrati clandestini, dunque irregolari. È appena stata varata una legge per punire il traffico di migranti ma che non fornisce loro nessuna protezione.
Ad Hammangi, fra l'area italiana e quella anglosassone, in una striscia di terra di nessuno gestita dalla "shabia" (la circoscrizione), il governo libico, porta alcuni degli africani che ritrova morti nel deserto ("In totale circa 1.500 l'anno", dicono dall'Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni) e i corpi dei clandestini africani rigettati dai flutti sulle spiagge.

Si tratta per lo più di cadaveri ritrovati nell'area di Tripoli, nelle zone di Janzur, Gargaresch, Suk Juma, Abuslim, Taruna, a giudicare da quanto si legge sulle piccole lapidi sopra alle tombe in cemento. "Quando vengono a seppellirli, c'è sempre un funzionario della Procura che con carte alla mano, certificato di morte e di sepoltura, presenzia alla cerimonia", spiega un impiegato della circoscrizione. "Tutto è registrato, il luogo e la data del ritrovamento, il motivo presunto della morte, il tempo trascorso in obitorio e infine la data dell'interramento", conferma Bruno Dalmasso, italiano da sempre in Libia, che si è occupato della riqualificazione della sezione italiana di Hammangi.

Anche un giovane poliziotto dell'Ufficio relazioni esterne che preferisce l'anonimato conferma la procedura e sottolinea che "tutto avviene a spese del governo libico. I corpi sono seppelliti ad Hammangi perché si presume che queste persone siano di altre religioni: la cattolica, l'ortodossa, l'anglicana. I non islamici non possono essere seppelliti con i musulmani, così a volte per capire l'appartenenza religiosa si guarda alla circoncisione".

"Sono tutti senza documenti", spiega sbrigativo un altro funzionario governativo che nel passato era distaccato alla sicurezza dell'obitorio del Tripoli Medical Center. "Portano con sé solo qualche foto tessera nel caso trovino come regolarizzarsi. L'Obitorio è così pieno di cadaveri che non c'è posto per i nostri morti. Per legge li dobbiamo tenere circa tre anni in frigo così da rendere possibili eventuali riconoscimenti". Lo spettacolo che descrive è raccapricciante: "I corpi rigettati dal mare sono mangiati dai pesci. Ne ho visti alcuni senza piedi, altri senza faccia, uno aveva metà del corpo, un altro gli arti inferiori ripuliti dalla carne".

Nel 2007, suor Sheryl, una religiosa della Chiesa di San Francesco a Dahara, entrò nell'Obitorio del Tripoli Medical Center per accompagnare una clandestina in cerca del marito. Ricorda adesso: "Non sono riuscita a dormire per una settimana. I corpi erano ovunque e il mare li aveva gonfiati e trasfigurati. Erano lì da almeno due anni".

Di queste sepolture è testimone anche il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli che, su richiesta di qualche amico o parente o del consolato di provenienza del defunto, manda i suoi preti a benedire la salma. Il vescovo, come molti altri qui in Libia, è a conoscenza della presenza, a tutt'oggi, di circa ottocento corpi nelle celle frigorifere degli obitori dei principali ospedali della città fra cui il Tripoli Medical Center: "Anni fa molti morti africani venivano portati dai libici pochi chilometri dopo Misurata, nell'ex villaggio Crispi dove c'è un piccolo cimitero fatto dagli italiani. Poi, insieme ai copti, abbiamo fatto richiesta di poterli seppellire a Tripoli e abbiamo avuto il permesso di metterli ad Hammangi. Sono tutti naufraghi presi dalle coste e messi nei frigoriferi in attesa che qualche familiare li reclami". A monsignor Martinelli è rimasta impressa la storia di un eritreo che cercava la sorella morta in mare fra la Libia e l'Italia: "Tanto ha fatto quell'uomo che l'ha ritrovata e ora la donna è sepolta in Sicilia". "La mia", conclude, "è una Chiesa fatta dei vostri respinti".

Spiega il diplomatico di un consolato africano a Tripoli: "I respingimenti in mare delle motovedette libiche, la paura delle onde e delle correnti, l'incertezza del futuro, nulla di tutto ciò ferma i nostri connazionali intenzionati a raggiungere l'Europa". E la prova più tangibile sono le centinaia di immigrati clandestini che quotidianamente frequentano la Caritas della Chiesa di San Francesco. Raphael e Tsejay sono eritrei. Sono al corrente di come il mare strazi i corpi dei naufraghi, di come le motovedette respingano chiunque si avventuri verso l'Italia da quando Libia e Italia, nel maggio 2009, hanno dato avvio alla politica dei respingimenti. Sanno tutto, ma non demordono: "Ci stiamo organizzando troveremo vie alternative".

Vie che in alcuni casi hanno portato a vere e proprie emergenze umanitarie come per il gruppo di eritrei che dalla Libia ha cercato la via di fuga passando per l'Egitto a novembre e è rimasto bloccato, ostaggio dei trafficanti di esseri umani, al confine con il Sinai. Altri lasciano scorrere il loro tempo in questa terra di mezzo, la Libia, dove più di 2 milioni di immigrati clandestini stazionano chi per un anno, chi per due, chi per tre, prima di tentare una via per l'Europa. Un via che, come dimostrano i cadaveri senza nome nei cimiteri e negli obitori libici, spesso è quella che porta alla morte.

L'edicola

Ipnocrazia - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 4 aprile, è disponibile in edicola e in app