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Politica
aprile, 2011

Bologna, attenti agli ousider

Il piddino Merola, prevedibilmente, è in testa. Anche perché il Pdl locale è alla frutta. Ma l'attesa è alta lo stesso. Per capire come andrà la lista prodiani-Vendola, se la Lega crescerà ancora e se davvero i grillini sono al 10 per cento

Bologna s'è desta, ci volevano le elezioni per tirarla su di morale. Con la crisi, l'economia in affanno, l'occupazione ai minimi, l'università senza fondi, il rovinoso deragliamento della giunta Delbono su una storia di sesso e note spese e il conseguente lunghissimo commissariamento prefettizio, era diventata città di mugugni e rimpianti, allo sbando tra politici indecisionisti e cittadini lamentosi. Finché senza preavviso, col voto alle porte il 15 e 16 maggio, una vitalità tra il nevrotico e il beone ha ricominciato a serpeggiare sotto le Due Torri. I candidati schizzano da una bettola a un'aula universitaria a una sagra della sfoglina a ritmi da "Non si uccidono così anche i cavalli". Ai dibattiti si stilettano senza riguardo nel tafferuglio delle rispettive claque: Virginio Merola, Pd, per il centrosinistra, attaccato perché era assessore nella poco amata giunta Cofferati, Manes Bernardini, Lega Nord, per il centrodestra, perché "sotto la Lega niente". Stonati come campane, cantano per i supporter e gli straniti viandanti: gli Eagles il centrista Stefano Aldrovandi, allo spettacolino elettorale dove t'aspetti preti e suore e invece uno stralunato Freak Antoni sciorina copule letterarie e parolacce; "Bela Bulagna" Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay nonché di Miss Tagliatella, capolista Italia dei valori per Merola, alla serata dipietrista pro Banda Puccini, "ché a noi Manes ci fa un baffo, sulle tradizioni bolognesi".

Nei retrobottega volano i coltelli: dossier contro Merola e i suoi sostenitori, pare cucinati anche da qualcuno del suo stesso campo, e sgambetti, trappole fratricide, guerre sotterranee interne a schieramenti e partiti, altro che la truce opacità di consimili battaglie elettorali, tipo Milano. Alla fine i più composti, persino un po' scialbi, risultano i quasi-giovani outsider: Massimo Bugani il grillino, dato tra il 7 e il 10 per cento, con le sue proposte di microgeneratori, car-sharing avanzato e piste ciclabili, sensibilmente meno eccitanti di uno gnocco fritto; e il civico Daniele Corticelli, ex pupillo di Giorgio Guazzaloca unico sindaco di centrodestra, che vagheggia metrò e città verticale ma almeno quando sente dire "città metropolitana" sbotta come Fantozzi alla Corazzata Potemkin. "Vincerò al primo turno", dice Merola. "Credo nella vittoria", giura Bernardini. Ma entrambi dovranno fare i conti, prima ancora che con gli avversari, con quelli del proprio schieramento: il che rende doppiamente intrigante la disfida di Bologna.

La posta in gioco, per i diversi soggetti in campo, è altissima, assai al di là di un voto amministrativo locale per importante che sia. A sinistra, il Pd deve dimostrare se, nella culla delle sue origini, è ancora un partito o un guazzabuglio di personalismi, Sel e i prodiani se la loro lista prefigura davvero "il nuovo Ulivo" o è un papocchio catto-verde-queer. A destra, il Pdl è alla frutta, in un anno e mezzo non è riuscito a esprimere uno straccio di candidato, la Lega s'è fatta avanti e, forte di un accordo romano, s'è buttata alla conquista di un pezzo d'Italia (o di Padania) dove da poco ha messo radici: se perde con un buon risultato, se la sarà comunque giocata e crescerà, dovesse mai vincere relegherebbe il Pdl nel ruolo di maggiordomo. Quanto al centro, Casini verificherà se esiste e se nei meandri della consociazione ha ancora qualche carta da spendere, dopo che il suo Aldrovandi l'ingegnere ha rifiutato l'accordo col centrodestra nel voto a turno unico per i quartieri di Bologna.

Virginio Merola
, intanto: 56 anni, seconda moglie sessuologa e consulente aziendale e un figlio di lei, famiglia napoletana da Santa Maria Capua a Vetere, padre maresciallo in Polizia, era predestinato a diventare ufficiale, tanto che da piccolo lo chiamavano "il capitano" e gli regalavano solo armi giocattolo. Invece, pecora nera, al liceo classico Minghetti di Bologna s'appassiona alla politica. Pulisce vagoni con l'Operosa, fa il semestrale alle Poste, il casellante d'autostrada. Diventa sindacalista, responsabile trattative e formazione di Cgil trasporti Emilia-Romagna, poi direttore regionale della Lega delle autonomie locali. Nel '99, stufo di cancellare dai papiri il titolo di "dott.", si laurea in Lettere su Erasmo da Rotterdam e il pensiero cristiano di fronte alla guerra.

110, stesso voto del suo avversario Manes Bernardini, laurea l'anno prima in Legge sul Senato delle Regioni, specializzato in diritti dei consumatori. 38 anni, moglie di Barletta, avvocato conosciuta nello stesso studio dell'esponente di Rifondazione dove facevano il praticantato, figlio di contadini dell'Appennino diventati ferroviere e operaia, anche Manes è folgorato presto dalla passione politica, prima tessera nel '91 quando un leghista a Bologna lo guardavano come un matto.

Consigliere a Porretta Terme (allorché si dimette gli succede Roberto Maroni), tutte le volte che c'è un'elezione o una carica di visibilità la Lega manda avanti lui: alla segreteria provinciale, nel 2009 al Consiglio comunale, in Consiglio regionale l'anno dopo quando a Bologna il Carroccio arriva all'8,7 per cento. E ora nella battaglia per Palazzo d'Accursio.

Male come persona non ne parla nessuno, di Bernardini. Ma che altro c'è dietro la sua faccia, se non i mal di pancia per l'immigrazione che a Bologna non è dissimile dal resto d'Italia? "Manes è un bravo ragazzo, gli voglio bene, lo appoggeremo lealmente: paghiamo l'obolo, così fra cinque anni non ce lo chiederanno più. Se poi vinciamo, tanto meglio", dice Galeazzo Bignami, ex An, enfant prodige del Pdl, uno che non le manda a dire neanche ai suoi: "Il Pdl non ha trovato un candidato? Forse temevano di vincere: la Lega ha una strategia di radicamento, noi solo tattica. Il peggio dei tre? A Merola non piace il ragù, Bernardini non è del Pdl, Aldrovandi con la sua Busi impianti è uno dei fornitori del Civis...".

Già, il Civis. Un filobus pesante come un treno, inviso a tutti, privo persino dell'omologazione, coi lavori che da anni squassano la città. Lo volle Guazzaloca, e ora è indagato perché avrebbe preso tangenti. La sinistra votò contro, ma Cofferati non fece nulla per fermarlo o modificarlo. Il Pdl lo impose, e ora tuona che siano bloccati i lavori, boutade elettorale lontano un miglio. E i candidati? Bernardini: "Cambiamo il percorso, ma insieme alla città, non sono io che decido". Merola: "Pedonalizziamo il centro, via il Civis di lì, ma bisognerà valutare le penali". Che parte dell'appalto Civis sia della potente cooperativa Ccc non faciliterà le cose. Quanto a Aldrovandi, lui per le vie del centro pensa a un sistema di tapis-roulant. Davvero i bolognesi non si fanno mancare niente...

Del resto i programmi sono pieni di fantasiose soluzioni magiche, puntualmente messe alla berlina dagli avversari. Bernardini, sul welfare, vuole correttivi che favoriscano i residenti da almeno 10 anni, Merola gli replica che l'ha già fatto lui da assessore, dando priorità all'anzianità della domanda. Bernardini propone di vendere le quote di Hera, la grande municipalizzata multicomunale, e tappare finalmente le buche delle strade: "E poi cosa si vende? Lo sa che Hera rende in dividendi al Comune di Bologna 13,5 milioni di euro l'anno? Se questo è un amministratore, che Dio ci aiuti", lo sberleffa Merola. L'altro non è da meno: "Ah, Merola davvero un bell'amministratore, è stato. Con Cofferati voleva fare una grande moschea con minareto, bloccata grazie alla Lega; e il nuovo Tribunale l'ha piazzato in centro, spazi inadeguati e 3 milioni di euro l'anno d'affitto". Lascia cadere lì che lui, Manes, lo chiamano "l'assessore della curva", abbonato al Bologna calcio da vent'anni, casomai qualcuno si fosse scordato la gaffe meroliana: "Spero che il Bologna torni presto in serie A", dove sta da tre anni. L'ha salvato il Cev, Maurizio Cevenini "mister preferenze", candidato sindaco ritiratosi dopo una lieve ischemia e ora capolista Pd, con un pubblico esamino sulla storia rossoblù, scudetti, giocatori e tutto il resto.

Se vincerà, che farà Merola, e come le sue scelte si ripercuoteranno nel partito e su scala nazionale, lui che quando si presentò alle primarie del 2008 si trovò contro, racconta, "l'intero partito, dirigenti nazionali, regionali e locali compreso Prodi", tutti per Delbono? Si stacca dalla linea di alleanze al centro: "L'assillo delle alleanze è comprensibile in emergenza, ma il centro, in questo paese, non è l'Udc, è il 40 per cento di astenuti, una vasta prateria da conquistare". E attacca il consociativismo: "Un tempo c'erano tanti soldi e due partiti seri, il Pci e la Dc; ora i soldi non ci sono più, bisogna finirla". Un'eresia, per Bologna, "e un pezzo del partito comincia a tremare, sa che Virginio non scherza", chiosa Benedetto Zacchiroli, concorrente di Merola alle primarie e ora copresidente del suo comitato elettorale. Lo stesso Zac che, esperto in relazioni internazionali, ha trascinato Merola in visita ufficiale low cost tra Norimberga, Tolosa e Gand: sette aerei in quattro giorni e levatacce alle 4 di notte. E già pensa a Bologna capitale mondiale del libro 2014.

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