Alla ricerca di un Trump italiano: la suggestione dell’uomo forte, richiamata da Ilvo Diamanti (“Repubblica”, 24 gennaio), che affascina otto italiani su dieci. In una situazione, però, di totale debolezza della politica, i partiti, le istituzioni. Con leadership fino a due mesi fa considerate invincibili, come quella di Matteo Renzi, oggi sospese tra la tentazione di una nuova avventura elettorale e lo spettro dell’irrilevanza. Con il rischio dell’ingovernabilità e del caos, conseguenza della legge elettorale ridisegnata dalla Consulta, fotografato da tutti i sondaggi.
Nell’anno più pericoloso per l’Europa, con l’Olanda in corsa per uscire dall’euro e dall’Unione europea, la Francia in mezzo alla campagna presidenziale più pazza della sua storia, la Germania gigante assediato dall’interno e dall’esterno, dai movimenti che attaccano Angela Merkel da destra e dagli Usa di Trump.
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«Trump provocherà una reazione o un’ondata?», si chiede Romano Prodi, scrutando le prime mosse del neo-presidente americano e le conseguenze sull’Europa e sull’Italia. Scatenerà l’orgoglio degli europei, come è sembrato avvenire dopo la pubblicazione del Muslim Ban, la chiusura delle frontiere americane per i cittadini di sette Stati musulmani? O, al contrario, la voglia di emulazione, il tentativo di esportare la formula Trump e del leader che agisce per decreto nel vecchio continente e in Italia?
Di certo l’avvento del nuovo inquilino della Casa Bianca cambia tutti gli schemi e il sistema di rapporti che finora ha tenuto collegate le due sponde dell’Atlantico. A Roma si aspetta con una certa inquietudine l’arrivo di Lew Eisenberg, tesoriere del Partito repubblicano, amico di Trump, l’uomo che ha spostato milioni di dollari sulla candidatura del tycoon, il nuovo ambasciatore americano. Eisenberg potrebbe esordire nell’ambasciata di via Veneto mentre l’Italia si avvia a una nuova campagna elettorale. Meno drammatica, forse, di quella del 18 aprile 1948 tra la Dc di Alcide De Gasperi e il Fronte popolare di Togliatti-Nenni, quando da via Veneto lanciavano l’Sos a Washington: «Inviati hanno assicurato al primo ministro una somma di mezzo milione di dollari. Per ora ne sono arrivati solo 50mila. In questo momento critico i leader democristiani hanno l’acqua alla gola e necessitano di aiuto». Ma anche più incerta. Con il dubbio che gli inviati di Trump, questa volta, possano voltare le spalle ai partiti tradizionali. E mettersi invece a fare il tifo, in modo più o meno esplicito, per Beppe Grillo o per Matteo Salvini. Al pari di un’altra rappresentanza diplomatica storicamente molto influente, l’ambasciata della Russia di Vladimir Putin. Una rivoluzione, appunto.
Uno scenario reso ancora più credibile dall’interesse che stanno dimostrando per le vicende italiane gli emissari dei maggiori fondi speculativi a livello mondiale. Con un ragionamento ineccepibile, dal loro punto di vista: è venuto il momento di scommettere sulla fine dell’euro, nell’anno 2017. E l’Italia è il punto debole.
Per questo vengono seguite con attenzione le prospettive del Movimento 5 Stelle, di Salvini e di Giorgia Meloni. Movimenti, partiti e leader che fino a qualche tempo fa erano considerati completamente fuorigioco. E che invece ora si ritrovano, quasi a loro insaputa, dentro un big game che riguarda i futuri equilibri dell’Europa e del Mediterraneo.
L’ondata Trump, appena all’inizio, intercetta la richiesta di una politica forte anche in Italia. E svela un paradosso. Perché, in realtà, una leadership forte c’era, fino a due mesi fa, e ha inseguito il sogno di rafforzarsi ancora di più, a furor di popolo. Se Matteo Renzi avesse vinto il referendum il 4 dicembre 2016 oggi sarebbe il dominus incontrastato della politica italiana, pronto a correre verso elezioni anticipate con il carisma del vincitore predestinato, una specie di De Gaulle all’italiana. Invece oggi è un segretario del Pd che deve fronteggiare il malumore crescente nel suo partito, la preoccupazione di chi considera una follia far cadere il governo di Paolo Gentiloni per tornare immediatamente alle urne. «Matteo ci sta portando a sbattere», ripetono nel Pd: non i nemici della minoranza interna, ma anche i renziani più affezionati al Capo. Renzi non ha rinunciato all’idea di presentarsi come il giovane leader forte che cambia il Paese, l’ambizione di conquistare il 40 per cento dei voti che consegna il premio in seggi di governabilità. «Il nostro Federer», lo chiama il fedelissimo deputato toscano Dario Parrini. «Ha vinto lo slam come Matteo ha vinto le elezioni europee, con il sorriso». Solo che le elezioni europee del 40 per cento sono lontane, risalgono a tre anni fa. E quel risultato stratosferico assomiglia a una maledizione: ha illuso Renzi di essere imbattibile, lo ha portato a disegnare una legge elettorale ritagliata su quella percentuale, ritrovandosi in una situazione da incubo.
Pd diviso, capicorrente da accontentare, candidati alternativi alla segreteria, raccolte di firme di iscritti contro il leader, la minaccia di scissione che arriva da Massimo D’Alema. Una moltiplicazione di uomini forti, fin troppi: Michele Emiliano in Puglia, Vincenzo De Luca in Campania. Lo stesso ministro dell’Interno Marco Minniti, il più applaudito alla convention dei sindaci Pd di Rimini, si presenta come inflessibile. Se si andasse a votare e Renzi dovesse arrivare al 40 per cento tornerebbe a essere un uomo forte, fortissimo. In caso contrario, sarebbe la fine della sua carriera politica, in un paesaggio politico devastato.
Il Renzi diviso tra l’onnipotenza e la fragilità è l’immagine di tutto il sistema politico. Speculare alla traiettoria del Movimento 5 Stelle, in cui il rapporto forza-debolezza si ribalta. Forte è Beppe Grillo, tifoso dichiarato di Trump e Putin, oltre che del presidente dell’Ecuador Rafael Correa, forte è la Casaleggio, forte è il Movimento agli occhi degli aderenti e, per ora, degli elettori. Anche se il caso di Roma svela quanto sia facile scalare dall’interno M5S. E deboli, debolissime sono le figure politiche che M5S ha prodotto: Luigi Di Maio, Virginia Raggi e i suoi guai giudiziari, i direttori, i sindaci. Per ora non è scalfita la potenzialità elettorale di Grillo. Anche lui, come Renzi, sbandiera l’obiettivo del 40 per cento ma in realtà è pronto ad accontentarsi di un risultato senza vincitori: in un’Italia ingovernabile il suo peso sarebbe destinato ad aumentare, soprattutto in questo quadro internazionale in cui, come dice Prodi, «gli Stati Uniti vogliono un’Europa con la testa sotto l’acqua, mentre prima le lasciavano almeno fare qualche bracciata».
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È sul sommovimento della cosmogonia antica che punta anche Matteo Salvini, in collisione con Silvio Berlusconi. «Sono quattro gatti neri», avrebbe detto l’ex Cavaliere di Salvini e della Meloni dopo la manifestazione di Roma. In tutta Europa si scontrano due destre, quella liberale e europea e quella lepenista e no euro: in Francia il conservatore François Fillon contro Marine Le Pen, in Germania la Merkel contro Frauke Petry. L’Italia non fa eccezione. Solo che in questo caso non ci sono né leader né partiti forti: la destra italiana è radicata, ma nessuna delle sigle che vorrebbe rappresentarla è da sola in grado di intercettare il vento trumpista. Salvini guida un partito territoriale (mentre la Le Pen è una figura nazionale), la Meloni è l’erede della tradizione post-missina. E Berlusconi ha scelto il momento dell’ascesa di Trump, che mezzo mondo considera un suo epigono, per riscoprire un’identità centrista e moderata.
Pezzi che non si tengono insieme. Conclusione: otto italiani su dieci vogliono l’uomo forte, ma non sono disposti a sostenere quello degli altri. In questa Italia di aspiranti uomini di ferro, più simili all’omino di burro di Pinocchio, tenero e un po’ untuoso, maschera nazionale.