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Rivela la fatica di fare i conti con l’importanza dei simboli in politica e lo smarrimento prodotto nella società dall’assenza di nessi ideali unificanti. Come se possa esistere una politica che rinunci ad aggregare cose e persone diverse (symbàllo, in greco, vuol dire proprio: metto insieme) e si limiti a rappresentare istanze sempre più particolariste.
Bandiera Rossa, da par suo, non se la passa affatto male. Canto repubblicano della metà del Diciannovesimo secolo, ha accompagnato il movimento operaio nelle sue evoluzioni e nelle sue involuzioni, ma soprattutto nella trasformazione dell’operaismo socialista in un potente motore di democratizzazione dello Stato nazionale. È accaduto in Italia e in molti altri Paesi occidentali. È uno dei rari casi di canto popolare ad aver assunto un valore simbolico così rilevante da attraversare i confini patri arrivando, con gli immigrati italiani in America, a risuonare nelle periferie delle metropoli statunitensi già cent’anni fa. Forse soltanto Bella Ciao può in tal senso rivaleggiare con Bandiera Rossa, tanto da diventare la colonna sonora di una serie televisiva di successo come La casa di carta.
Nella cultura di un popolo una canzone intonata, di generazione in generazione, da centinaia di migliaia di persone diventa un luogo comune. Diventa un riferimento necessario per definire la propria identità personale e collettiva. E siccome la politica vive di processi e azioni simboliche, avere un canto da condividere è un’attività essenziale. Per chi crede che la politica sia solo gestione del potere, l’elemento simbolico perde di significanza e ci si affida alla costruzione del consenso per mera sommatoria di bisogni e interessi. Per chi più ragionevolmente riconosce nei simboli gli elementi essenziali della dimensione politica, un canto che da centocinquanta anni echeggia nel mondo, ha un valore inestimabile.
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Ecco perché sorprende la superficialità con cui a sinistra s’è liquidato il problema dei posti e dei modi in cui Bandiera Rossa è ancora intonata. Accanto agli interessi e ai bisogni, in politica assumono infatti una funzione dirimente i valori e gli ideali. Nelle società complesse a benessere diffuso può avvenire, e avviene regolarmente, che valori e ideali siano preponderanti su bisogni e interessi. La fase storica che viviamo è, da qualche anno, dominata proprio dalla prevalenza della dimensione ideal-valoriale su quella della rappresentanza per rispecchiamento di bisogni e interessi. Ecco così riemergere con forza l’esigenza di simboli comuni che connettano i singoli vissuti ideali. E qui i nuovi politici latitano, incapaci di indicare simboli di questo genere.
Le comunità politiche, organizzate in partiti, hanno bisogno di canzoni da cantare. Hanno bisogno di eroi da inneggiare, di luoghi da visitare, di abitudini da ripetere e di riti propiziatori. Hanno bisogno di memoria condivisa entro la quale pescare modelli replicabili nel presente. Hanno bisogno di slogan e parole d’ordine, di libri da leggere e di cui discutere, di trasmissioni radiofoniche e televisive da seguire e commentare. Oggi, poi, hanno bisogno più che mai della simbolicità della rete. Come ha spiegato Michael Walzer in “Politics and Passion”, l’impegno politico non discende solo dalla partecipazione razionale alla rappresentanza di un interesse particolare o alla soddisfazione di un bisogno: il coinvolgimento simpatetico è insostituibile.
Si può anche decidere di smettere di cantare Bandiera Rossa. Si può stabilire di chiudere in soffitta gli spartiti e di vietare alla memoria di ricordare note e versi, negando allo spirito di trasformare quelle note in suono e i versi in parole da urlare in casa e nelle strade. Si può fare, ormai tutto si può fare. Eppure chi vuole esiliare dalle menti e dai cuori questo canto, deve spiegarci quali canzoni lo sostituiranno, quali simboli condivisi saranno proposti al posto di quelli mandati in pensione. Perché chi fa politica, giovane o vecchio che sia, un canto da intonare deve averlo. Se non ce l’ha, o è attirato da altre leadership che ne propongono, o si rinchiude indifferentemente nel privato, negandosi all’impegno pubblico.
Ovvio che il richiamo alla dimensione simbolica della politica non interessi i piccoli cartelli elettorali di proprietà di un singolo leader (il “partito personale” studiato da Mauro Calise è tutt’altra cosa). Ancor più ovvio che se la politica italiana dovesse forzare la propria deriva proporzionalista si frammenterebbe ulteriormente, rinunciando forse per sempre a proporre immaginari collettivi includenti e partecipativi. La vittima di una siffatta abiura sarebbe la dialettica democratica, che si compone di dimensioni simboliche contrapposte, alla ricerca di una sintesi che faccia sentire a casa un intero popolo. Il quale, proprio per il fatto di avere una casa e di sentirsi a proprio agio in essa, si definisce come tale.
L’affaticamento del processo d’integrazione europea si spiega, in fondo, proprio in relazione alla debolezza del suo immaginario collettivo. Il progetto europeo nasce dalla potente evocazione simbolica della pace, che ha felicemente permeato di sé le varie fasi del processo d’integrazione fino alla storica stretta di mano tra Kohl e Mitterrand a Verdun nel settembre del 1984. L’acquisizione dello stato permanente di pace, da parte del popolo europeo, ha lentamente smarrito quella valenza emblematica che l’ideale della pace aveva avuto per lungo tempo. Si è provato allora a sostituire quel simbolo con gli interessi monetari ed economici, da Maastricht all’euro. Non può certo sorprendere che l’artificiosa sostituzione non abbia funzionato e che il popolo europeo si sia sentito sprovvisto di un tetto.
In un’Europa in cui i singoli significati si moltiplicano costantemente ed entrano in contraddizione tra loro con la stessa facilità con cui ne escono, i nazionalismi sono tornati al centro della scena e hanno seriamente minacciato, alle ultime elezioni europee, la tenuta delle istituzioni comunitarie. La minaccia è stata al momento respinta, ma è tutt’altro che estinta. Dopo il lungo inverno dello scontento sovranista, la primavera europea non può che fiorire dalla proposta di nuovi simboli europeisti che tornino a far sentire a casa propria i cittadini del continente. Simboli di protezione che richiamino gli originari simboli di pace e s’incarichino di difendere e di rilanciare i valori europei nel mondo globalizzato.
L’Europa sarà salva quando la sua bandiera blu e con le dodici stelle gialle ispirerà una canzone bella come Bandiera Rossa, da cantare insieme a squarciagola per i prossimi centocinquant’anni. Dev’essere preoccupazione della politica trovare il suo compositore prima che sia troppo tardi.