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«La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità non è da escludersi in nessun paese», scriveva Curzio Malaparte in "Tecnica del colpo di Stato", pubblicato per la prima volta nel 1931 in Francia e nel dopoguerra in Italia.
La debolezza e l’inquietudine. Due settimane dopo il voto per il Parlamento europeo, considerato decisivo dai capi dell’attuale maggioranza Matteo Salvini e Luigi Di Maio per il proseguimento della legislatura («un referendum», l’ha definito il capo della Lega e ministro dell’Interno), il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è così fragile da doversi presentare davanti alle telecamere, e non alle Camere, perché forse in Parlamento non avrebbe trovato nessuno ad accoglierlo. Il governo è paralizzato da mesi, per ammissione dei suoi stessi vertici. Camera e Senato sono lo specchio di questa inerzia, con la loro popolazione di anime morte post-grilline che ora hanno fatto tutto il giro e si sono asserragliate nel Palazzo. Il ministero dell’Economia è stato coinvolto in una questione di indiscrezioni e fuga di notizie alquanto banale, se non fosse che il ministro ha richiesto l’intervento della magistratura per scoprire il colpevole e che la sospettata numero uno è la vice-ministra di M5S.
Sono le scene di fine legislatura di una maggioranza che invece è partita solo dodici mesi fa. Ma sarebbe poco per dichiarare il game over, quello che abbiamo messo in copertina citando il famoso manifesto di Félix Beltrán a Cuba. I fantasmi dell’apocalisse prossima ventura arrivano da altri palazzi. La Commissione europea ipotizza l’avvio della procedura di infrazione e ricorda che il debito pubblico pesa per 38.400 per ogni cittadino italiano e mille euro a testa per rifinanziarlo e che le riforme dell’ultimo anno, dal reddito di cittadinanza a quota 100 per le pensioni, hanno aggravato la situazione. È il ritratto di un paese sull’orlo del burrone economico, con i suoi principali leader che continuano la danza delle promesse e dei miraggi. Intanto, l’Italia è in infrazione. Non solo sul piano economico. Il pasticciaccio brutto di palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura, fatica a uscire dalle pagine di cronaca giudiziaria, eppure è un tassello importante della crisi italiana.
L'inchiesta della procura di Perugia sulle toghe corrotte ha portato alla luce come effetto collaterale un mercimonio di incarichi, primi fra tutti la poltronissima di procuratore capo di Roma al posto di Giuseppe Pignatone che vale cinque o sei ministeri o forse più se ad occupare un ministero c’è Danilo Toninelli. Riunioni notturne, scambi di pacchetti di voti, intrecci, spartizioni, dossier e veleni per eliminare i concorrenti sgraditi e favorire i preferiti. Nulla di cui meravigliarsi, in fondo, visti all’opera sono magistrati dimezzati, metà giudici metà politici. Con il concorso, perfino, del moralizzatore dell’ambiente, il dottor Piercamillo Davigo che a sua insaputa è stato utilizzato per far passare in commissione il candidato per la procura di Roma portato dalla cordata sotto inchiesta a Perugia e che poi si è accontentato della semplice auto-sospensione dei consiglieri del Csm coinvolti: se si fosse comportato così un politico indagato sarebbe stato rivoltato come un calzino, per citare una delle frasi più celebri dell’ex pm di Mani Pulite.
Mai però si era venuto a sapere di un incrocio così evidente tra togati e politici nel momento delle nomine, un rapporto incestuoso che vede protagonisti due deputati del Pd. Cosimo Ferri, il centauro che sta un po’ con Matteo Renzi e un po’ con Denis Verdini, un po’ con i magistrati e un po’ con i politici. E soprattutto Luca Lotti, che di Renzi fu braccio destro a Palazzo Chigi e che oggi è imputato a Roma per il processo Consip.
Ogni criterio minimo di opportunità è stato calpestato, un politico imputato decide con i giudici il nome di chi guiderà l’ufficio che lo ha indagato: lo scandalo romano riporta il Pd a confrontarsi con i metodi dell’era renziana, la spregiudicatezza di una classe dirigente ai limiti dell’autolesionismo. Eppure, incredibilmente, per giorni nessun giudice ha sentito il bisogno di chiedere pulizia in casa, fino all’intervento (molto sofferto) dell’Associazione nazionale magistrati. E per molti giorni di Lotti non hanno parlato né Zingaretti, né i 5 Stelle, tutti chiusi in un silenzio imbarazzato. Nessun politico, di nessun partito, è intervenuto per giorni a chiedere all’ex sottosegretario di Renzi il motivo di tanto attivismo in un recinto che dovrebbe rimanere sacro, la nomina di quegli uffici giudiziari di cui la Costituzione garantisce autonomia e indipendenza, sempre che qualche magistrato non le metta in vendita e che qualche politico non si interessi di comprarle.
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Invasioni di campo, compravendita di incarichi ai massimi livelli istituzionali. Una crisi di credibilità e di fiducia che travolge la magistratura e che coinvolge il principale partito di opposizione. Ad avvantaggiarsene, ancora una volta, sarà in prima battuta la Lega di Salvini che è onnipresente laddove c’è da nominare qualcuno, ma ha l’abilità di non lasciare impronte, a differenza di tutti gli altri. Salvini si trova a fronteggiare una possibile procedura di infrazione europea, un accadimento che almeno nel breve periodo potrebbe rafforzarlo (ma gli interessa qualcosa che non sia a breve?) e all’azzardo del pokerista, scommettere su elezioni anticipate per fare il pieno della posta e scaricare i 5 Stelle oppure resistere ancora e lucrare sull’assenza dell’alleato di governo? Messa così sembra una scelta obbligata, ma Salvini in questi mesi si è rivelato roboante nei proclami ma indecisionista nelle realizzazioni, l’atteggiamento tipico di chi si tiene aperte più vie d’uscita. «La tattica bonapartista non è soltanto un gioco di forza: è soprattutto un gioco di misura e di abilità. Quasi una partita di scacchi, in cui ogni esecutore ha il suo compito preciso e il suo posto assegnato, e il cui concetto direttivo è puramente politico, dominato da un’attenta e costante preoccupazione di fare, come sopra uno scacchiere, dove il più lieve errore nella mossa di una pedina può produrre incalcolabili effetti e compromettere l’esito della partita», scriveva Malaparte.
In questa nuova notte repubblicana, resta solo il Quirinale a fare da argine. Sul caso delle nomine giudiziarie, dal Colle era arrivato per il Csm un invito alla prudenza, a non scegliere il successore di Pignatone in modo precipitoso. Il consiglio è stato ignorato e ora Sergio Mattarella, che per la Costituzione presiede anche il Csm, richiede una linea dura nei confronti dei magistrati coinvolti. L’evocazione di una nuova loggia massonica P2, ben più pericolosa della P3 o P4 finite nei tribunali negli anni scorsi, non lascia insensibile il presidente della Repubblica, amico personale di Tina Anselmi. «Si è realizzato un processo di crescita, difettoso per diversi profili, salvaguardando la democrazia, malgrado quel che è stato tentato per travolgerla, con insidie, come la loggia P2, aggressioni violente e stragi. Quelle trame avevano un disegno e un obbiettivo comune. Quello di abbattere lo Stato democratico, di cancellare la Costituzione del 1948, di aprire la strada a un regime tendenzialmente autoritario... Vi sono stati tradimenti della Costituzione ma va anche detto che le istituzioni e le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno resistito», disse Mattarella il 25 aprile 2015, intervistato da Ezio Mauro per “Repubblica”. Oggi che la crisi politica diventa ancora una volta istituzionale, l’unica strada possibile per il presidente è la responsabilità. Una chiarezza che può portare a elezioni anticipate o a un repulisti doloroso nella magistratura e all’impossibilità di ignorare i richiami dell’Unione europea se si vuole evitare che la crescita del sovranista Salvini porti come primo effetto la sovranità limitata.
Se la partita non è ancora chiusa del tutto, e se resta uno spiraglio prima che il sipario cali definitivamente, lo si deve all’inquilino del Colle, alla sua azione silenziosa nelle prossime settimane, impegnative e terribili.