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Politica
novembre, 2020

C'è un asse segreto rosso-verde dietro le quinte del Covid

Luca Zaia
Luca Zaia

Sono due gli uomini chiave nella gestione della pandemia. Uno è il capo di gabinetto del ministro della Salute Roberto Speranza. L’altro è il fedelissimo del governatore veneto Luca Zaia nella Sanità. Insieme esercitano il potere in modo trasversale

Luca Zaia
Che strane quelle coppie. C’è quella visibile. Il governatore del Veneto, ex pierre, agronomo, leghista non sovranista, riconfermato trionfalmente al timone della regione. E il pacifista di Modena, ex leader della sinistra giovanile, cinefilo, europeista, rieletto con il Pd per il secondo mandato in Emilia. Luca Zaia e Stefano Bonaccini. Governatori vincenti. In attesa di sfidarsi alle future elezioni nazionali, fanno vite parallele, con vistose convergenze: alle sedute della conferenza delle regioni, presieduta dal 2015 dallo stesso Bonaccini, parlano con una voce sola e decidono insieme le strategie sanitarie.

Ma c’è anche un’altra coppia, sconosciuta ai più, in grado di incidere sulla gestione della medicina italiana ai tempi del coronavirus: due burocrati che contano più dei politici. Sono uomini-macchina di opposte appartenenze, che a loro volta si parlano, si confrontano. E si spalleggiano. Con la massima riservatezza. Un rapporto finora mai emerso, che da Venezia porta a Roma, al ministero della salute guidato da Roberto Speranza. E segnala un altro asse trasversale, questa volta sotterraneo, della politica italiana: un codice rosso-verde all’ombra del Covid.

Il primo dei due burocrati-cerniera è il capo di gabinetto del ministro Speranza: si chiama Goffredo Zaccardi, ha 77 anni, è stato nominato nel settembre 2019, appena si è insediato l’attuale governo. Il secondo è l’ex direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, che negli stessi mesi è salito ai vertici delle più importanti agenzie nazionali.
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Entrambi vengono descritti come eminenze grigie della macchina amministrativa, molto esperti, capaci, efficaci. E discreti. Un rapporto finora sconosciuto, il loro, che va oltre la contingenza politica del momento.

Zaccardi, fiorentino, ex consigliere di Stato, è stato capo di gabinetto di Pierluigi Bersani al ministero dello sviluppo (Mise) tra il 2006 e il 2008. E ci è tornato nel 2013 con un ministro veneto del Pd, Flavio Zanonato. Nella sua lunga carriera di funzionario di alto profilo del Deep State, però, Zaccardi ha servito diverse amministrazioni. Ha lavorato al Viminale, all’ufficio studi e legislazione, con i ministri dell’Interno della Dc, dal 1970 al 1978. Negli anni Ottanta è passato al ministero dell’Ambiente e alla Presidenza del Consiglio, diventando il consigliere giuridico del primo premier non democristiano, il repubblicano Giovanni Spadolini. Quindi è entrato al Quirinale, dove ha guidato il collegio di autodichia, l’organo giudiziario interno della Presidenza della Repubblica.

Per misurare il suo peso sulla bilancia del potere reale, basta ricordare una data recente: il suo incarico al fianco dell’attuale ministro Speranza sarebbe dovuto terminare lo scorso 8 settembre, in base alla legge sui contratti dei pensionati pubblici, ma un’ordinanza della Protezione civile ha fatto un’eccezione per lui. Una deroga, che lo ha blindato al ministero per «garantire la continuità operativa» nell’emergenza coronavirus. Dove ora è al centro del pasticcio della sanità calabrese. Con tre commissari auto-annientati in due settimane: prima Saverio Cotticelli, l’ex generale nominato dalla ministra Giulia Grillo e riconfermato nel 2019 da Speranza, che non sapeva di doversi occupare del Covid; poi Giuseppe Zuccatelli, ex presidente dell’Agenas e candidato di Leu, travolto dalle polemiche per un video contro le mascherine; quindi Eugenio Gaudio, ex rettore della Sapienza, che a meno 24 ore dalla nomina se ne va spiegando a Repubblica che la moglie non vuole trasferirsi a Catanzaro. Tre nomine veramente straordinarie, che dipendono direttamente dalla struttura del ministero. Guidata da Zaccardi, l’insostituibile.
Zaccardi

Come il suo contraltare veneto, che pure ha tutt’altra storia e carattere: Mantoan, 63 anni, vicentino di Brendola, per un intero decennio plenipotenziario di Zaia per la sanità. Ex ufficiale medico militare, una specializzazione in igiene e una in endocrinologia, nel 2009 è stato anche consulente del ministro Maurizio Sacconi, Pdl. E dal 2012 al 2017 consigliere di amministrazione dell’Agenas, l’agenzia che coordina i servizi sanitari regionali, nonché membro di diverse commissioni chiave. Il balzo finale è recente. Nell’autunno 2019, quando l’Agenzia per il farmaco (Aifa) ha bisogno di un nuovo presidente dopo mesi di stallo per le dimissioni di Stefano Vella (in polemica con il governo giallo-verde per la gestione sanitaria della nave Diciotti), Zaia fa il suo nome. E d’incanto Mantoan, mentre la Lega esce dal governo, conquista l’agenzia che controlla la spesa farmaceutica, facendo dimenticare le polemiche con i virologi e con l’ex ministro Beatrice Lorenzin sulla cosiddetta libertà di scelta per i vaccini: un omaggio veneto ai no-vax. Nonostante gli strali dei Cinquestelle e Leu a livello locale, tutte le regioni sono d’accordo. E a Roma è Speranza a firmare la nomina di Mantoan.

Pochi mesi dopo anche l’Agenas si ritrova senza guida mentre la pandemia infuria. L’agenzia va commissariata e le regioni, unanimi, fanno al ministro lo stesso nome: Mantoan. Che grazie al decreto d’aprile assume ampi poteri di gestione dell’emergenza. Con tre ruoli che si sovrappongono: dg della sanità veneta, presidente Aifa, commissario Agenas. Il tris si riduce solo nelle scorse settimane, quando Speranza, sempre su proposta delle regioni, lo designa direttore dell’Agenas, ma gli chiede di lasciare l’Aifa, dopo essersi pensionato anche in Veneto. Il manager di Zaia, dunque, ha un ruolo chiave anche per lo staff del ministro Speranza. E un rapporto stretto con il suo capo di gabinetto.
Mantoan

A documentare quanto sia radicato il legame tra i due burocrati è una serie di atti giudiziari della Procura di Padova, finora inediti. Nessuno dei due funzionari è mai stato accusato di nulla. Mantoan è stato però intercettato nelle indagini su un clamoroso omicidio stradale addebitato al suo autista, che secondo l’accusa fu salvato da una perizia falsa, firmata da un big veneto della medicina legale (un giallo raccontato dall’Espresso nei mesi scorsi). In quei giorni, ignorando che il suo ufficio di Venezia è imbottito di microspie, Mantoan parla apertamente, con un’amica, dei suoi incontri con il consigliere di Speranza. Che non hanno rilievo penale, ma un forte peso politico: Mantoan infatti riferisce che il mega-burocrate di Roma lo avrebbe addirittura informato «di un procedimento amministrativo e dei relativi accertamenti da parte della Corte dei conti». «Ho parlato con Zaccardi che ha parlato con un magistrato», scrivono gli investigatori che riportano le parole di Mantoan: «Mi vogliono fregare».

I tabulati telefonici mostrano che non si tratta di colloqui isolati: tra Zaccardi e Mantoan ci sono «diversi contatti». «Mantoan dice che Zaccardi gli ha riferito che potrebbe arrivare dell’altro dalla Corte dei conti», riassume la polizia giudiziaria, «per cui gli ha suggerito di coprirsi il sedere». La vicenda intercettata riguarda il ruolo dell’Aifa nella fissazione dei prezzi dei farmaci: una questione che vale miliardi. E Zaccardi, stando allo stesso Mantoan, gli suggerisce pure la linea di difesa: «Prima possibile devono depositare una metodologia e certificare i criteri con cui vengono stabiliti i prezzi».

Ma perché un funzionario del livello di Zaccardi, ex magistrato amministrativo e braccio destro di un ministro di sinistra, si preoccupa di aiutare l’uomo forte di Zaia? La risposta non sta nelle casacche politiche, ma nella realtà amministrativa: la gestione della sanità è costellata di accordi e intese che dalle regioni passano per Roma e poi tornano nei territori sotto forma di norme o protocolli nazionali. Tra i due governatori, Zaia e Bonaccini, ormai l’intesa è totale. E a gestire le pratiche sono proprio i burocrati. Il sistema di tracciamento dei contagi è saltato? «È necessario modificare il piano di sanità pubblica: i tamponi vanno fatti solo a conviventi e sintomatici»: parole di Zaia, dello scorso 24 ottobre, che si traducono in un’immediata lettera di Bonaccini al ministro Speranza.

Il boom dei contagi manda in crisi i controlli? Basta con i vecchi tamponi molecolari, è tempo di test rapidi: sperimentati a Treviso da un microbiologo di fiducia di Zaia (dopo la rottura con il professor Andrea Crisanti), vengono inviati a Roma per la valutazione dell’Istituto Spallanzani e infine adottati dalla conferenza delle regioni.

Le ordinanze auto-decretate dai governatori possono evitare la zona rossa decisa da Roma? Certo: Zaia, Bonaccini e Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli, le scrivono a sei mani. E la quarantena? Il coro si ripete: «Va ridotta da 14 a 10 giorni». Sono necessari due tamponi negativi a distanza di almeno tre giorni, per essere dichiarati guariti? «No, ne basta uno». I nuovi test per la ricerca del virus vanno prima validati da istituzioni indipendenti? «Non serve, adottiamo automaticamente quelli usati dai Paesi del G7». Sono tutte cose che «io e Luca, lo può confermare lui, chiedevamo da settimane», precisa Bonaccini il 13 ottobre scorso ai microfoni di Bianca Berlinguer, in una doppia intervista con Zaia.

Detto, fatto. In questo come in molti altri casi. E così, all’asse Zaia-Bonaccini, finisce per allinearsi anche il ministro Speranza, del resto costretto dall’inizio a scendere a patti con le regioni governate in maggioranza dal centrodestra. Intanto il rapporto tra burocrati applica il codice rosso-verde anche a temi di più ampio respiro. Come la riforma della sanità territoriale, che il ministero in estate aveva affidato a un gruppo di lavoro presieduto proprio dal capo di gabinetto Zaccardi. L’intesa sul futuro dei medici di base, per ora, è saltata. Ma la prima regione a sperimentare uno dei nuovi istituti previsti dal governo, l’infermiere di famiglia, è proprio il Veneto di Zaia e Mantoan.

E i grillini, che nel precedente esecutivo reggevano il dicastero della Salute? L’attuale vice-ministro, Pierpaolo Sileri, litiga da mesi con il Comitato tecnico scientifico («troppa burocrazia») e lamenta di non poter leggere i documenti riservati e neppure i dati completi sull’epidemia. La sanità ai tempi del coronavirus, insomma, è doppiamente rosso-verde. E i Cinquestelle stanno a guardare.

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