Il presidente del Consiglio si disegna su misura una struttura di potere per gestire i fondi europei, ma la sua maggioranza è sempre più debole e divisa e il Paese è spaventato

conte1-jpg
«Signor Conte, il giorno avanza». «Ah che penso! che farò?... Tutto è vano. Buona gente!...». Mentre Mario Martone presentava il suo Barbiere di Siviglia nel vuoto del teatro dell’Opera di Roma, a Palazzo Chigi l’altro Conte, quello che governa l’Italia da due anni e mezzo, cercava i voti per superare il passaggio del Senato sulla riforma del Mes, prima del Consiglio europeo, la settimana più difficile del suo governo. E la domanda che il Conte d’Almaviva pone a Fiorello nell’atto primo dell’opera di Giochino Rossini è la stessa che risuona nei conversari dei palazzi romani: che farà Conte? E che farà la coalizione che lo sostiene?

L’ultimo voto al Senato, la maggioranza composita che ha dato il via libera alla riforma del Mes, ha visto l’implosione finale del partito di maggioranza relativa alle elezioni del 2018, il Movimento 5 Stelle. Da partito della società, in grado di proporsi come sindacato di ogni rivolta e di ogni corporazione, a partito asserragliato nel Palazzo che voleva spalancare con l’apriscatole. I veri Stati generali, il congresso di M5S, si sono consumati nella notte, con una drammatica assemblea a distanza dei parlamentari, in cui il capo politico Vito Crimi è stato accusato ora di fascismo (dalla deputata Manuela Corda), ora di incapacità di direzione (dal vice-ministro allo Sviluppo Economico Stefano Buffagni), e hanno ragione tutti e due, come aveva capito Massimo Bordin con la sua visionaria definizione: Crimi il gerarca minore. Al pari del berlusconismo nella sua fase terminale, il movimento populista si blinda nei luoghi del potere che prometteva di rivoluzionare, trascinando nella sua crisi le istituzioni.

Tendenza 2021
Azzarda i super poteri, ma rischia il boomerang. Ecco l'era del "Conte stai sereno"
11/12/2020
I populisti rimasti senza popolo, e quindi senza identità e ragione sociale, sono lo specchio di una crisi più generale che coinvolge anche i partiti dell’opposizione che stanno compiendo lo stesso percorso, guidati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Perché, una volta consumato questo distacco, resta il vuoto della rappresentanza che da anni è la questione centrale della politica italiana. Un vuoto drammaticamente allargato dalla pandemia. Un milione di posti di lavoro perduti (Valentina Conte, Repubblica, 7 dicembre) è il conto sociale altissimo che gli italiani rischiano di pagare nel prossimo anno alla crisi economica e occupazionale provocata dal covid, quando verranno meno la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti.

Tra loro, i due terzi sono giovani e donne, si vanno ad aggiungere a chi il lavoro l’ha già perduto, o non l’ha mai avuto. Gli effetti sociali li ha raccontati il Censis nel suo rapporto annuale, la fotografia impietosa del Paese. «Quando esaurirà la sua onda d’urto, la pandemia lascerà dietro di sé una società più incerta e impaurita, ma soprattutto una società con una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo», scrivono i ricercatori del Censis, critici con gli interventi di sussidio e di ristoro senza termine, la bonus economy. Con un effetto devastante sui comportamenti, sulla base che regge ogni sistema democratico. «La paura pervasiva dell’ignoto porta alla dicotomia ultimativa: “meglio sudditi che morti”. E porta a vite non sovrane, volontariamente sottomesse al buon Leviatano».

Il 57,8 per cento degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale. Il 38,5 per cento è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni. Non basta così? No, non basta. Il 49,3 per cento dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro. E «persino una misura assolutamente indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile»: quasi la metà degli italiani (il 43,7 per cento) è favorevole alla sua introduzione nel nostro ordinamento (e il dato sale al 44,7 per cento tra i giovani).
DAMILANO_WEB

È il contesto in cui ricade un episodio di cronaca come la maxi-rissa tra giovani al centro di Roma in un pomeriggio che precede le buie festività del 2020. Il tutti contro tutti anarchico e ostile alle regole si unisce alla fuga dalla libertà, la richiesta di un autoritarismo che decida per tutti, limitando i diritti civili e le garanzie costituzionali, oggi per via del covid, domani chissà. Non stupisce che una tendenza di questo tipo si diffonda tra giovani e giovanissimi: prima abbandonati dalla politica, poi considerati responsabili del contagio, mai coinvolti e interpellati come nuovi cittadini, i cittadini del futuro.

Il Movimento 5 Stelle che si volatilizza nel Palazzo è un volto di questa crisi sociale. Incapace di qualsiasi funzione educativa, in altri tempi avremmo detto pedagogica, nei confronti dei propri eletti e dei propri elettori, ha rinunciato a qualsiasi funzione di rappresentanza di un pezzo così importante di società che soffre. Il duo Salvini-Meloni insegue ogni paura che si fa rabbia e potrebbe trovare nell’accettazione volontaria della riduzione dei diritti il terreno per un recupero del consenso elettorale. In mezzo c’è il presidente del Consiglio Conte che per carattere non appare un leader autoritario e che pure negli ultimi giorni ha dato segnali di voler seguire una nuova onda anti-politica.

L’autopresentazione come di un uomo fuori dai giochi e dalle manovre della politica, nonostante i trenta mesi a Palazzo Chigi e la capacità di aver costruito nell’estate 2019 la successione a se stesso con due maggioranze diverse e contrapposte, un capolavoro di trasformismo, ma anche la spregiudicatezza con cui usa giornalisti e media al servizio incondizionato per mandare messaggi ad avversari, rivali, aspiranti candidati alla guida del governo e alle voci non allineate con le veline governative, tra politici, intellettuali e giornalisti. La stessa struttura immaginata per l’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e di Resilienza, la Piramide, con il vertice occupato dal premier e due ministri, sei manager e un esercito di tecnici, è una messa in mora di ministri, partiti, Parlamento, qualcosa che finora non si era mai osato. Il paternalismo è la chiave di comunicazione con il Paese profondo.

Il capo di Italia Viva Matteo Renzi ha occupato il ruolo di critica all’interno della maggioranza, in attesa che i tempi siano maturi. L’ha fatto con la consueta forza comunicativa e con il senso tattico della manovra politica che certo non gli manca. Con la richiesta di un rimpasto o di un nuovo governo, sempre più probabile quando saranno finite le vacanze natalizie più cupe della nostra storia e arriverà la speranza dei vaccini.
[[ge:rep-locali:espresso:285349481]]
Ma Renzi si infila in un altro versante lasciato incustodito, il luogo del centro politico, che non è una posizione geometrica, ma è quella posizione che si conquistano i leader e i partiti capaci nelle fasi storiche decisive di parlare a nome del Paese nelle istituzioni. A questo ruolo sembrava candidarsi il Partito democratico con l’operazione del governo Conte con il Movimento 5 Stelle di un anno e mezzo fa. Il segretario Nicola Zingaretti, dopo aver superato numerose inquietudini, aveva guidato la svolta con due stelle polari. L’Europa, con un asse che va da Roberto Gualtieri e Enzo Amendola a Paolo Gentiloni e David Sassoli: la scommessa di riconvertire nell’alleanza il partito anti-Ue e no Euro alla strada dell’integrazione europea, rilanciata poi dalle misure anti-covid. Un’Europa che significhi rispetto dei diritti umani, sia all’interno (vedi i governi sovranisti di Polonia e Ungheria), sia all’esterno: l’accoglienza trionfale che il presidente francese Emmanuel Macron ha destinato a Parigi all’egiziano Al Sisi fa pensare a quanto sia lontana una politica estera comune, nei giorni in cui il governo italiano è offeso dal rifiuto di scarcerere Patrick Zaki e di procedere a giudizio per gli indiziati dell’omicidio di Giulio Regeni. L’Europa che ha sognato Gianna Radiconcini, partigiana e militante europeista, scomparsa la settimana scorsa. Negli stessi giorni ci ha lasciato Lidia Menapace, la sottotenente Bruna della lotta di Liberazione, combattente per i diritti delle donne contro il maschilismo autoritario.

La riforma delle istituzioni: abbandonare le forbici dell’anti-politica, per riscrivere le regole del gioco, con una legge elettorale in grado di restituire agli italiani il potere di scegliere parlamentari e governo e un sistema equilibrato di rapporti tra Parlamento, governo e regioni. In mezzo, c’è la scommessa tutta interna al Pd e al centrosinistra: la ricostruzione di un soggetto, di un partito capace di fare da mediatore tra le istituzioni e la società, intesa come organizzazione di movimenti, comitati, territori, valori, interessi.

A un anno e mezzo di distanza queste scommesse sono in mezzo al guado. Sull’Europa la maggioranza ha incontrato il suo momento di crisi più acuta, con il rifiuto pregiudiziale e ideologico del Mes che accomuna Conte, Di Maio e tutte le anime del Movimento 5 Stelle. Sulle riforme istituzionali siamo lontani dal passo d’avvio, l’unica cosa che resta davvero è quel Parlamento mutilato contro cui ci siamo battuti durante la campagna referendaria. E sulla costruzione del nuovo partito c’è la difficoltà di rapporto con la società sempre più divisa e frammentata, colpisce tutti ma ancor di più il Pd che si propone di interpretare le ragioni dell’unità nazionale.

Nonostante il suo consenso ridotto, il Pd viene considerato anche dal suo alleato M5S e forse anche dal premier il partito-Stato, il freno di ogni innovazione. Ma al tempo stesso, non ha il potere per incidere, per fare cambiare strada. Per questo quanto avviene nella maggioranza e nel principale partito della sinistra non è un gioco della casta, ma ha un effetto diretto sulla vita dei cittadini: come si spenderanno i soldi di Next Generation Eu che, come ha scritto Ferruccio De Bortoli in “Le cose che non ci diciamo (fino in fondo)” (Garzanti), fatichiamo a chiamare così: «La concorrenza non piace. Invece è la migliore garanzia per i giovani. Senza concorrenza le disuguaglianze crescono, l’ascensore sociale è ancora più lento, se non fermo del tutto».

Superata la legge di Bilancio, in vista della resa dei conti post-natalizia, toccherà discuterne. Manca il soggetto politico del Piano, che non può essere separato dalla società, che non si esaurisce in un rimpasto. O in una Piramide.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app