
Eccoli dunque - quasi tutti uomini a parte Ilaria Capua e Maria Rita Gismondi - l’oro colato dell’inverno del nostro Covid. Protagonisti di una cresta dell’onda per certi versi somigliante all’apoteosi della toga che si registrò nei primi tempi di Tangentopoli, con relativo boom di iscritti a Giurisprudenza e corsa dei partiti a inserirli nelle liste elettorali: anche se poi bisognerà vedere il seguito, a maggior ragione stavolta.
Sul piano della pura cronaca, c’è da constatare che nelle rassegne stampa il cognome «Borrelli» è stato fino a gennaio associato alle vicende circa una via dedicata a Francesco Saverio, il magistrato che guidò il pool di Mani pulite scomparso in luglio. Da gennaio in poi, invece, senza soluzione di continuità, Borrelli è stato invariabilmente associato ad Angelo, 55 anni, nativo a Santi Cosma e Damiano in provincia di Latina, studi a Cassino, revisore contabile prima di occuparsi di catastrofi, capo della Protezione civile, quasi supercommissario, in questa fase comunque tra i primi e più vicini consiglieri del Principe, il premier Giuseppe Conte. Scelto fra l’altro proprio per la sua aria dimessa - essendogli impossibile far ombra ad alcunchi - a fare il protagonista nel disgraziato varietà delle sei, quello il cui lato tragico scolora nel nonsense dacché è basato sui numeri ma dominato dalla vaghezza, Borrelli è anche il capo del fantomatico Comitato tecnico scientifico, quello dei 12 che fino all’altroieri è stato il più stretto alleato e miglior capro espiatorio del premier medesimo.
Chiamato, per dirne una, a intestarsi posizioni per lo meno originali come quella che voleva giusto loro, i tecnici, contrari alla chiusura delle scuole il 4 marzo, giorno in cui il governo prima preannunciò, poi smentì, poi confermò che avrebbe chiuso. «Mancano le evidenze scientifiche sull’efficacia della chiusura ai fini di un contemimento dei contagi», fu la posizione, tanto unanime quanto incredibile, che si lasciò filtrare dal comitato.
Accanto a Borrelli, nomi che in questo tempo ci sono diventati familiari, come il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito, il capo del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli, il segretario generale al ministero della Salute Giuseppe Ruocco, il rappresentante dell’Oms Ranieri Guerra; oltre al capo del 118 della Lombardia Alberto Zoli, il geriatra Roberto Bernabei, il direttore della Pneumologia del Policlinico Gemelli Luca Richeldi, altri manager ministeriali e della Protezione civile, altri esperti consultati per singole tematiche.
Non sono solo liste, sono accenni di Fiere dell’Est, soluzioni ipotetiche che si succedono nel tempo, senza posa. C’è ad esempio nel comitato anche Stefano Brusaferro, il moderato presidente dell’Istituto superiore di Sanità, ordinario di Igiene e medicina preventiva che a fine febbraio era tratteggiato come un super mega commissario in pectore, un nuovo Guido Bertolaso che invece non sarebbe diventato. Né lui, né l’altro che ci sperava (Borrelli), prima dell’ascesa a una sorta di SuperConsip incarnata di Domenico Arcuri, ad di Invitalia sopravvissuto nella macchina parastatale sin dai tempi di Massimo D’Alema, ma fino all’Era Conte immobile nel ruolo nonostante i tentativi di farsi notare, e adesso titolare anche lui del nome di supercommissario (come Borrelli) e latore anche lui di una task force, che ovviamente non ha tardato a entrare in tensione con il team della Protezione civile. Era il minimo.
Sorgeva intanto una stella che invece da qualche giorno si vede meno, quella di Walter Ricciardi. Napoletano, 61 anni, predecessore di Brusaferro all’Iss, quattordici pagine di curriculum tra cui anche l’esperienza di attore in gioventù (decisivo per scegliere il suo attuale mestiere fu un lungo sciopero dei doppiatori: «All’epoca mi ero trasferito a Roma, finii i soldi, e così scelsi la medicina», ha raccontato in una intervista), ora membro del comitato esecutivo Oms e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza, non fa parte del fantomatico comitato di Conte ma invece partecipa della task force interministeriale di esperti messa su a fine marzo. Ed è soprattutto presente in tante delle curvature che abbiamo fatto in questo tempo. Ad esempio quella sui troppi tamponi.
«Finalmente abbiamo deciso che vengano fatti solo a chi ha i sintomi e proviene da una zona a rischio o ha avuto contatti con i malati», disse il 27 febbraio criticando il gran numero di test effettuati in quei giorni, lontanissimo all’epoca dalla versione Coreana ora in voga. E anzi opposto a ciò che nel frattempo andava facendo, sotto il cappello del governatore del Veneto Luca Zaia, Andrea Crisanti, virologo e direttore di microbiologia all’università di Padova, che è riuscito a spegnere completamente il focolaio di Vo’ Euganeo, 3300 abitanti, basandosi appunto alla coreana sull’incidenza degli asintomatici nella diffusione del virus. Entrambi, su posizioni opposte, si sono difesi però scomodando concetti di una certa levatura, evocando questioncine come «la verità» - il cui principale inganno è appunto quello di far credere di esser stata agguantata una volta per tutte. E diceva Ricciardi, parlando di sé: «Gli scienziati hanno il dovere di dire la verità sempre, anche quando è scomoda». E diceva Crisanti, parlando sempre di sé: «Come scienziato mi sento il dovere di dire se qualcosa è sbagliato (...) Lo faccio solo perché è giusto, il mio contributo è puramente scientifico». Tutti scienziati, tutti latori del vero e del giusto.
Ma ecco, mentre virologi, medici ed epidemiologi duettavano o duellavano tra loro, ecco sorgere a latere l’esigenza di mettere in scena anche altro. Superare in qualche modo la fase del terrore - pure dettata proprio dalla comunicazione assolutista, tipica di alcuni medici. Delegare anche altrove, oltre che a loro, la responsabilità delle scelte, secondo peraltro una modalità di gestione del potere che Conte ha dimostrato di saper amministrare. Ed ecco che, permanendo nel premier il desiderio di accentrare la comunicazione ma non la decisione, e nell’assenza sostanziale di una iniziativa parlamentare che non sia di mero rincalzo (informazione per gli astinenti: il presidente della Camera Roberto Fico ha rilasciato un’intervista a Un giorno da Pecora), Conte si è deciso ad accogliere il consiglio quirinalizio, anzi addirittura a farlo proprio. Ha così varato il pendant del comitato tecnico scientifico: la task force per la ripartenza guidata dall’ex manager di Vodafone Vittorio Colao. Ma ha anche favorito l’inzeppamento, entro questo nuovo gruppo, di personaggi indicati da partiti, sindacati, oltre che da lui medesimo.
In quota Conte vi sono ad esempio Mariana Mazzucato e Filomena Maggini, che già aveva voluto a collaborare con lui; poi c’è il giuslavorista Franco Focareta, molisano di Ururi, docente a Bologna e a lungo avvocato fiduciario della Fiom; c’è Enrico Giovannini, ex Istat e ministro con Enrico Letta; c’è Simone Simontacchi, avvocato nel mega studio Bonelli Erede, membro del cda di Rcs, oltreché dell’Ispi. E poi pscologi, sociologi, sincacalisti, economisti. Un comitato di studi monstre, che nella prima riunione, in un lungo sabato di Pasqua, ha fatto solo un giro di orizzonti e già nella seconda è entrato in conflitto con la task force interministerale a 76 della ministra dell’innovazione voluta da Davide Casaleggio, Paola Pisano sulla questione delle app per il tracciamento delle persone. Mentre - giusto Casaleggio - lontano dai ministeri - sta mettendo su un altro team di esperti che trovino soluzioni per tornare alla normalità, per celebrare il padre Gianroberto come non ha potuto fare questo 12 aprile ad Ivrea, dentro ai Palazzi invece siamo già all’appassionante bluetooth contro geolocalizzazione, per dire.
E non è ancora entrata in questione la didattica a distanza di cui si occupa la task force del ministero dell’Istruzione: 123 elementi tra dirigenti nazionali e uffici scolastici regionali.
In questo nugolo di geniali esperti, comitati tecnici scientifici, comitati operativi, task force, gabinetti ministerali, commissione Stato-Regioni, il sospetto è che si arrivi in un amen alla fase tre. La Babele, entro l’estate.