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Ed ecco, giusto per cominciare da qualche parte, si può prendere proprio questo lembo: la Storia. «Stiamo scrivendo un libro di Storia, non un manuale di Economia», ha detto il premier l’altro giorno, in una intervista alla tv tedesca. Giuseppe Conte, vi è da dire, con questa faccenda della Storia è piuttosto connesso, sintonizzato. «La Storia non aspetta, bisogna esserne all’altezza», ha scritto su Twitter il 28 marzo. «Non passerò alla Storia per chi non si è battuto: mi batterò sino alla fine per una soluzione europea», aveva detto poco prima in conferenza stampa da Palazzo Chigi commentando il no della Commissione Ue ai corona bond. «Saremo all’altezza? La Storia ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci», aveva detto il 25 marzo nel corso dell’informativa alla Camera. Insomma al giudizio della Storia lui ci pensa continuamente. Eppure già ricostruire in sé la storia, senza “S” maiuscola, e senza giudizi, risulta per lo meno complesso.
Si può cominciare, tecnicamente, con il decreto che proclama l’emergenza, il 31 gennaio, per sei mesi, a seguito della dichiarazione di emergenza dell’Organizzazione mondiale della Sanità e della scoperta dei primi due cinesi contagiati in Italia. Nulla di particolare, in sé l’evento è poco più che un passaggio obbligato e preventivo, «a stampone» - come spiega anche oggi chi frequenta Palazzo Chigi - che si appronta tutte le volte in cui si prepara o si verifica un’emergenza di qualsiasi tipo. Insomma si tratta di fondamenta su cui eventualmente costruire l’edificio degli interventi.
Il problema è, semmai, che per molto tempo quell’edificio non viene davvero costruito: il governo prende decisioni come quella (poi contestata) di chiudere i voli diretti con la Cina, ma poco altro. Fino a fine febbraio fa muovere più che altro la Protezione civile. Il giorno delle famose 16 apparizioni di Conte in tv, compresa quella con Barbara D’Urso che gli dà del tu (con l’indimenticato «ti chiamerò premier», «faccia pure»), e il sotto pancia che annuncia «tra poco Morgan si sottoporrà alla macchina della verità», è il 23 febbraio, tre settimane dopo. Dello stesso giorno è il primo Dpcm, il Decreto del presidente del Consiglio che istituisce le prime zone rosse. A Codogno il cosiddetto «paziente uno» è stato ricoverato tre giorni prima, il 20 febbraio (dopo essersi presentato una prima volta il 18): sui giornali del 21 vi è a malapena la notizia, accompagnata peraltro da quella del rimpatrio degli italiani bloccati sulla Diamond princess dal Giappone. Ci sono i ministri ad accoglierli, «senza mascherine» evidenziano le cronache allo scopo di rassicurare - giusto per dire quale fosse il clima.
In quel momento il premier si comporta come un centometrista, come con l’idea che tutto potrà risolversi entro quindici giorni. È ad esempio lui ad andare in Protezione civile, e non viceversa, come invece accadrà poi. Si presenta in tv per «metterci la faccia», come dirà poi. Sui giornali del resto, fino al giorno del paziente uno, si parlava di un nuovo governo, circolava addirittura un audio su un «Conte ter», ma anche un’ipotesi Mario Draghi, Matteo Renzi pareva pronto a far cadere tutto (come ricomincerà a fare non appena sarà fiita l’emergenza, sussurrano gli esperti della materia).
Conte non era insomma l’unico a non aver inquadrato, tutt’altro. Se il New York Times ha ricordato che ancora il 21 gennaio il governo ospitava una delegazione cinese a Santa Cecilia con un concerto per inaugurare l’anno della cultura e del turismo tra i due Paesi, si può agilmente ricordare che era addirittura il 4 marzo - mentre cioè gli studenti di tutta italia uscivano da scuola per l’ultimo giorno regolare prima del lockdown - quando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio pranzava a Roma con l’ambasciatore francese Christian Masset, alla pizzeria Sorbillo di piazza Augusto Imperatore, come gesto di riconciliazione dopo il video di Canal plus sulla pizza “corona”, con gran ressa di personale e giornalisti e fotografi. Non tanti giorni prima, il 27 febbraio, si era celebrato a Napoli il summit Italia-Francia, con strette di mano e giri per la città di Macron con il premier italiano.
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Conte non era insomma l’unico a non aver inquadrato, tutt’altro. Se il New York Times ha ricordato che ancora il 21 gennaio il governo ospitava una delegazione cinese a Santa Cecilia con un concerto per inaugurare l’anno della cultura e del turismo tra i due Paesi, si può agilmente ricordare che era addirittura il 4 marzo - mentre cioè gli studenti di tutta italia uscivano da scuola per l’ultimo giorno regolare prima del lockdown - quando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio pranzava a Roma con l’ambasciatore francese Christian Masset, alla pizzeria Sorbillo di piazza Augusto Imperatore, come gesto di riconciliazione dopo il video di Canal plus sulla pizza “corona”, con gran ressa di personale e giornalisti e fotografi. Non tanti giorni prima, il 27 febbraio, si era celebrato a Napoli il summit Italia-Francia, con strette di mano e giri per la città di Macron con il premier italiano.
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Rappresenta in effetti, quel giorno 27, il picco del tentativo oggi all’apparenza allucinante di tornare alla normalità: il sindaco Giuseppe Sala pubblicizza la campagna “Milano non si ferma”; il segretario dem Nicola Zingaretti brinda appunto con un aperitivo (si dichiarerà positivo al Covid 10 giorni dopo); a Roma, ricorda ancora il Nyt, Luigi Di Maio tiene una conferenza stampa in cui dichiara che «siamo passati in Italia da un rischio epidemia a un infodemia», in sostanza a una esagerazione mediatica, spiegando che in realtà solo lo «0,089 per cento» della popolazione era stata messa in quarantena. È in linea col premier: lo stesso giorno, a Otto e mezzo, Conte dice: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili».
È passata una settimana dal «paziente uno» di Codogno, passerà ancora una settimana prima del decreto dell’8 marzo che dichiarerà la Lombardia zona rossa, dieci giorni prima dell’allargamento all’Italia intera. Sono proprio le due settimane in cui il governo, raccontano da dentro, «va in tilt» e non fa un passo. Per raccontarla in un altro modo, sono quelli i giorni in cui viene a maturazione quella «gradualità» che Conte rivendicherà come una strategia - esplicitamente nell’intervento video dell’11 marzo - quando, con una cadenza da goccia cinese di comunicazioni serali e notturne, prima allarga la zona rossa, poi chiude bar e ristoranti, e via via fino a fine mese le altre attività commerciali.
In effetti, a sentire più di una voce addentro ai meccanismi del governo, si assiste a questa contemporanea tendenza. Da un lato una fondamentale prudenza, più avvocatesca che politica, che si traduce in una «indecisione» del premier. Lunghissime telefonate con tutti. Decisioni sospese. Chiarimenti ai cittadini rinviati. Mezze ore di confronti con i tecnici, i ministri e capidelegazione Dario Franceschini e Roberto Speranza, ma anche con Francesco Boccia, anche lui ministro, ma pure conterraneo, che si è conquistato un ruolo non secondario nella task force del premier - a differenza di altri dem che hanno provato senza riuscirci come Enzo Amendola o Paola De Micheli. Dal capo opposto dell’indecisione di Conte, vi è la comunicazione alla Casalino, che è appunto a effetto: aggressiva, dritta, stile «stiamo scrivendo la storia», giusto per non scomodare per l’ennesima volta i meccanismi alla Grande Fratello.
In effetti, a sentire più di una voce addentro ai meccanismi del governo, si assiste a questa contemporanea tendenza. Da un lato una fondamentale prudenza, più avvocatesca che politica, che si traduce in una «indecisione» del premier. Lunghissime telefonate con tutti. Decisioni sospese. Chiarimenti ai cittadini rinviati. Mezze ore di confronti con i tecnici, i ministri e capidelegazione Dario Franceschini e Roberto Speranza, ma anche con Francesco Boccia, anche lui ministro, ma pure conterraneo, che si è conquistato un ruolo non secondario nella task force del premier - a differenza di altri dem che hanno provato senza riuscirci come Enzo Amendola o Paola De Micheli. Dal capo opposto dell’indecisione di Conte, vi è la comunicazione alla Casalino, che è appunto a effetto: aggressiva, dritta, stile «stiamo scrivendo la storia», giusto per non scomodare per l’ennesima volta i meccanismi alla Grande Fratello.
Così, raccontano, finisce per essere la paura «il sentimento che fa da filo rosso al racconto dell’emergenza, e che copre la grande defaillance iniziale» del governo. Ed ecco le conferenze stampa serali, gli annunci improvvisi. Ed è come se si fosse a parti invertite, rispetto al solito: è il leader che morde il freno, il portavoce che smorza. Paolo Bonaiuti con Silvio Berlusconi. Filippo Sensi con Matteo Renzi. Ecco, qui pare essere il contrario. E almeno in un paio di occasioni sono le cose - ignote manine? - a spingere avanti le decisioni. Nel caso della chiusura della scuola, annunciata il 4 marzo a ora di pranzo, ma subito smentita dalla ministra Azzolina, e divenuta realtà solo alle sei di sera. E, uguale meccanismo, in quella che è considerata la più grossa falla gestionale dell’intero periodo: la sera del 7 marzo, quando circola la bozza del Dpcm che istituisce la Lombardia come zona rossa e si assiste alla fuga di tanti dalla stazione di Milano. Un fuggi fuggi che nessuna forza dell’ordine può fermare perché il decreto non è ufficiale, e quindi non è operativo. Mentre slitta per ore la conferenza stampa di Conte, che arriva soltanto alle 2 e mezza di notte. La gestione di quel lasso di tempo, sulla quale come per altro il governo farà i conti solo a emergenza finita, è ancora talmente bruciante da spingere il portavoce del premier in persona, Casalino, a rilasciare, lunedì 30 marzo, ben tre settimane dopo, una intervista al Corriere per dire che lui non c’entra nulla con la fuga di notizie.
Ad approntare i famosi decreti, ad ogni buon conto, è come di consueto a Palazzo Chigi il capo del Dagl, Ermanno De Francisco, con il segretario generale Roberto Chieppa, altro uomo di cui Conte si fida. Moltissimo inoltre si scrive a Chigi, luogo che al contrario del passato ha conservato centralità in questa emergenza. Anche questo non a caso. Nella protezione civile dell’epoca di Borrelli, infatti, non valgono regole dell’Era Bertolaso: allora le ordinanze si scrivevano a via Ulpiano o a via Vitorchiano, cuore della Protezione civile. Adesso sono il frutto di un lavoro congiunto tra il capo della Protezione civile, il supercommissario Domenico Arcuri, il capo del Dagl e il segretario generale. Riunioni dalle quali Casalino entra ed esce, come è naturale sia - strano sarebbe se ne fosse escluso. Per il suo ruolo istituzionale, ancor prima che per quello che di fatto si è ritagliato negli equilibri politici di Palazzo Chigi.
Oltre all’incertezza nelle scelte, che non di rado finiscono per puntellarsi sui capidelegazione e i ministri, più che sull’autonomo volere del premier, fattore comune è l’assenza di compiti esclusivi, e personalità di spicco. La stessa divisione di competenze, tra Borrelli e Arcuri ne è la prova. Che nessuno abbia troppo margine. Così come la scelta - sulla quale si scommette ancora lo zampino di Casalino - di mandare il capo della Protezione civile tutti i giorni in tv a leggere il bollettino dell’emergenza. Proprio lui: un uomo che non spicca per mania di protagonismo. Un volto che non fa ombra, sicuramente. Come non la fa il dalemiano ma trasversale Arcuri, capace di restare capo di Invitalia dal 2007 (praticamente un record), e nello stesso tempo però per 13 anni di non fare un passo oltre a quello - prima per lo meno del fatale incontro con Conte. Come nessuna ombra la fa il ministro della Salute Speranza, che ha da subito consegnato qualsiasi velleità di protagonismo a Conte stesso.
In questo panorama che pullula di personalità a loro agio come dei buoni giocatori dell’Atalanta appena passati all’Inter o alla Juventus, non stupisce si navighi ormai in almeno un una decina tra decreti del presidente del Consiglio e decreti legge, due delibere del consiglio dei ministri, venti ordinanze del capo della protezione civile, per un totale di oltre 340 pagine esclusi gli elenchi, le circolari interpretative e le altre ordinanze (ministeriali, regionali, comunali). Una completa immersione in un mondo da grida manzioniane, da esercizi di stile alla Queneau, nel quale però, come si diceva all’inizio, si pensa molto a «scrivere la storia».
Ci pensa oggi Conte, ci pensava lo scorso governo Luigi Di Maio, uno che adesso se ne sta prudentemente defilato. Come poi da questa storia si riuscirà invece a uscire, ancora non si capisce.
Ci pensa oggi Conte, ci pensava lo scorso governo Luigi Di Maio, uno che adesso se ne sta prudentemente defilato. Come poi da questa storia si riuscirà invece a uscire, ancora non si capisce.