Tutti sul carro di Vincenzo De Luca: nelle sue liste transfughi, berlusconiani e ras locali
Il governatore della Campania si aspetta una riconferma con percentuali bulgare. E in suo sostegno ci sono centinaia di nomi di ogni provenienza. A caccia di una poltrona
Vincenzo De LucaVicienz’ ‘a funtana, lo chiamavano così a Salerno Vincenzo De Luca, perché durante il primo mandato da sindaco riempì la città di decine di fontane pubbliche con l’intento di abbellire la città. Dal 1993 ne è passato di tempo e invece che di fontane ha deciso di riempire per la sua seconda rielezione da governatore la Campania di liste e di candidati.
Questa volta saranno quindici, un record, per provare a superare il veneto Luca Zaia nella gara del Presidente più votato. De Luca si aspetta un plebiscito che ha costruito come ogni buon stratega cresciuto tra il sindacato e il partito, con un modello funzionale e costante che gli ha conferito una rocciosa sicumera e che gli ha permesso di attraversare inchieste giudiziarie, tre Repubbliche, svariati cambi di simboli, nomi dei partiti. E lanciare il “modello Campania”, che non si sostanzia per qualcosa di fattuale ma per una spartizione clientelare del potere, diversa per conformazione sociologica da qualsiasi altra regione italiana.
Le quindici liste che lo sostengono sono un agglomerato composito dove si trova tutto e il contrario di tutto, dove mutando il motto olimpico “l’importante è partecipare” perché qualcosa di buono dopo le elezioni poi esce sempre per il candidato. I prenditori della politica campana si sono giovati dell’emergenza Covid che ha chiarito il campo facendo piazza pulita di eventuali contendenti alla poltrona di governatore. De Luca si è trovato con un vantaggio imbarazzante, figlio di una narrazione pubblica che ne ha proiettato l’immagine a livello nazionale, creando una combo favorevolissima tra la vocazione securitaria (che è sempre stata una sua dote) e l’intrattenimento folkloristico mascherato da divulgazione scientifica. “Vicienz’ ‘a funtana” ha così costruito l’ennesima rappresentazione teatrale della sua lunga carriera e mentre lui recitava a fare lo sceriffo di Campania, i prenditori si continuavano a spartire il territorio con liste e listarelle.
Candidarsi in Campania con chi vincerà non è mai a vuoto perché esiste un voto di scambio diverso, non tracciato e che non costituisce reato, quel voto di preferenza che salda una clientela. Ma in una terra dove la camorra ha la sua centrale operativa che gli frutta tra i 25 e i 30 miliardi di euro all’anno sono cose “normali”.
Come è normale ad esempio la candidatura di Maria Luigia Iodice, medico di Marcianise in lista con “Noi Campani”, compagine che fa capo a Clemente Mastella, che pur non essendo mai stata indagata frequentava stabilmente Angelo Grillo, ras dello smaltimento illecito dei rifiuti dei Belforte, clan di Marcianise, condannato come mandante di un omicidio. Nell’agosto del 2013, pochi giorni prima del suo arresto, gli inquirenti verbalizzarono una intercettazione tra lui, Maria Luigia Iodice (all’epoca consigliera comunale di Marcianise) e Nicola Scogliamiglio (marito della Iodice ed ex vicesindaco), in cui il boss chiedeva in una riunione avvenuta in macchina di sposare un progetto di trasporto per disabili. Impossibile pensare che i due politici non sapessero il peso criminale di Grillo, visto che quello registrato dall’intercettazione non fu l’unico incontro fra i tre, che avevano una frequentazione assai assidua che non è mai stata oggetto di indagine ma che descrive il confine labile e più volte sorpassato dove la clientela comanda e la politica obbedisce.
Tra gli uomini chiave della politica campana c’è Giovanni Zannini, consigliere regionale uscente di Mondagrone, che la scorsa volta fu eletto con “Centro Democratico” e in questa tornata si candida con la lista “De Luca Presidente”. Zannini è un vero e proprio ras del territorio mondragonese tanto che grazie alla sua intermediazione, secondo fonti del territorio, placò la rivolta dei braccianti bulgari nei palazzi Cirio che lavorando nei campi senza tutele non volevano rispettare la quarantena per un cluster avvenuto nei palazzi occupati dove risiedono per paura di perdere giornate di lavoro. Zannini in quell’occasione trovò il modo di farsi riconoscere dichiarando «ieri questi stranieri non volevano farsi il prelievo del sangue, pensavano che poi sarebbe stato venduto. C’è un’ignoranza totale, sono zingari, non è facile farsi capire. Non siamo quelli che sono stati mostrati ieri», riferendosi agli scontri, «non possiamo essere rappresentati così in Italia, altrimenti tra noi e gli stranieri non si vede differenza».
Dichiarazioni che provocarono reazioni a livello nazionale, con Marco Furfaro responsabile comunicazione del Pd che chiese a Zannini di scusarsi per quelle parole «ignobili». Scuse che ovviamente non arrivarono mai. Ma Giovanni Zannini è molto di più di un consigliere semplice, la sua attività in consiglio è quella di cerniera informale tra i gruppi consiliari e la presidenza. Un ruolo che è storicamente esiste da sempre perché il panorama politico frastagliato potrebbe sempre provocare delle tensioni.
Un ruolo di gestioni di equilibri interni che qualche anno fa sotto la presidenza di Antonio Bassolino fu rivestito da Nicola Ferraro, l’uomo di Mastella a Caserta che fu intercettato a Scampia in una trattativa per acquisire interi pacchetti di voti. Ferraro fu condannato per concorso esterno in associazione mafiosa con i Casalesi e gli furono sequestrati milioni di euro e innumerevoli proprietà. Una storia che ricorda quanto sia difficile il confine e il peso delle trattative in Campania. [[ge:rep-locali:espresso:285346810]] C’è chi cammina su un filo esile e chi salta le barricate, gli steccati e le appartenenze in modo funambolico come Ernesto Sica consigliere provinciale a Salerno, ex sindaco di Pontecagnano, l’uomo che secondo quanto riportato dalle carte dell’inchiesta P3 «ha per le palle Berlusconi perché era stato protagonista di aver fatto cadere il governo Prodi assieme ad un imprenditore di alto livello» e che assieme a Nicola Cosentino ha orchestrato un dossier contro l’ex governatore campano, Stefano Caldoro. Un dossier falso in cui i due avevano tirato su una storia di incontri omosessuali ad Agnano, in alcuni alberghi a ore, utilizzati da frequentatori del vicino ippodromo e prostitute. Una sceneggiatura degna di “Febbre da cavallo” che portò i due alla condanna in primo grado su cui intervenne per Sica il perdono di Stefano Caldoro. Ma tutto questo non ha fermato la carriera politica di “Ernestino” che dopo aver militato nella Lega di Salvini è passato qualche mese fa a Italia Viva di Renzi, che in Campania ha candidato tantissimi transfughi di Forza Italia o della Lega come Elvira Serra, vicesindaca di Agropoli, che ha compiuto il salto dal Carroccio perché «la gestione De Luca del Covid è stata eccellente», o come Francesco Laganella, un passato come componente della direzione regionale dell’Udc.
Un caso interessante riguarda anche la lista +Europa che tra gli altri candida Ciro Attanasio, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Camposano; una folgorazione per Emma Bonino e Vincenzo De Luca avvenuta poco prima di chiudere le liste, tanto che il suo tipografo preso dalla fretta deve aver dimenticato di cambiare un nome sul santino, visto che campeggia ancora un imbarazzante “Caldoro Presidente” che ricorda le origini di Attanasio. Il quale si è reso protagonista di un video in cui, stravolgendone il senso, utilizza una citazione di Gomorra detta da uno dei protagonisti, Genny Savastano: «I sono Cir e mo c’amma piglià tutt kell che è nuost. Sanità, Rifiuti, Turismo, industria lavoro, ma soprattutt dignità e rispett. Parol e Cir Attanasio». Al momento l’unica cosa che sembra aver preso Attanasio è una candidatura alla corte di De Luca, che non si nega a nessuno.
“Vicienz’ ‘a funtana” vanta un invidiabile appoggio, quasi trasversale, che sicuramente sfocerà in numeri bulgari dopo lo scrutinio, numeri portati da una valanga di preferenze, preferenze che in Campania significano favori, posizioni, nomine e partite di giro, facendo aumentare a dismisura la spesa pubblica in Campania, così come avvenne al Comune di Salerno, dove il peso elettorale andava di pari passo con la crescita dei dipendenti comunali. De Luca che in numerosi video, con piglio militare, arringava le folle invitandole a rispettare distanze, disinfezioni, ordinanze, lo si ricorda per una sorta di esaltazione delle proprie competenze a discapito dei suoi avversari come Luigi Di Maio e Matteo Salvini, competenze che scorgendo l’esercito di candidati appaiono scarse. Chissà quanti steward, tecnici informatici, carpentieri, medici di base, politici di professione «che non hanno mai lavorato» schierati nelle quindici liste che spaziano dal Partito democratico alla lista animalista “Davvero sostenibilità e diritti” regaleranno a Vincenzo De Luca l’ebbrezza della seconda incoronazione. Perché l’assenza di competenze e coerenza fa schifo solo quando è degli avversari.