Sul fronte referendario, la vera partita si gioca attorno alla figura di Luigi Di Maio come simbolo di un certo Movimento Cinque stelle: trionfale con le elezioni 2018 (32 per cento) maggioritario fino a poco fa, e adesso in quanto partito di establishment oggetto di una ondata antipatizzante non si sa quanto capace di tradursi in (non) voti. È indubbio tuttavia che al di là degli effetti, diretti, che sortirà sul governo, il voto sul taglio dei parlamentari dirà, in assoluto, quanto ancora è lunga la vita di chi in Parlamento è arrivato cavalcando il trionfo dell'antipolitica.
Per quel che riguarda le Regionali, il primo nome da tenere d'occhio è quello di Susanna Ceccardi. Europarlamentare , ex sindaca di Cascina, nomea da leonessa di Salvini, nota in passato per frasi come quella sui chihuahua che «a differenza degli immigrati non sbarcano a migliaia sulle nostre coste», si prepara da almeno un biennio a scalzare l'ultima delle roccaforti rosse; in una regione dove, a differenza dell'Emilia-Romagna, la slavina è già realtà da un pezzo, con il centrodestra che ha scalzato la sinistra in sei capoluoghi su dieci (Arezzo, Grosseto, Massa Carrara, Pisa, Pistoia, Siena), superando il 42 per cento alle ultime europee. Una sua vittoria sul candidato renziano, Eugenio Giani, oltreché causare un terremoto nel centrosinistra di cui poi si dirà, finirà per riaprire nel centrodestra una partita che si ritiene abbia perso parecchio smalto: quella che ha per condottiero unico Matteo Salvini.
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Nel centrodestra infatti la questione vera che sta dietro al voto regionale è appunto quella che riguarda la leadership. La disposizione dei candidati governatori è tale da rivelarsi infatti una cartina di tornasole. Il posizionamento di Raffaele Fitto contro l'uscente Michele Emiliano in Puglia, ancor più che quello nelle Marche di Francesco Acquaroli contro Maurizio Mangialardi, dirà quanto la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni può puntare a ridisegnare un centrodestra a sua immagine e somiglianza grazie all'effetto onda nera sull'Adriatico. Non solo perché governa già in Abruzzo e Molise, ma anche perché il suo competitor, Matteo Salvini, potrebbe risvegliarsi martedì senza neanche una regione nel suo carnet leghista – l'ennesima occasione mancata. Certo, ci sarebbe il Veneto di Luca Zaia, il governatore la cui rielezione trionfale è data universalmente per scontata. Tuttavia è chiaro come Zaia utilizzerà il suo potere per costruire un'alternativa a Salvini: rimpiazzarlo, non puntellarlo.
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Un nuovo assetto al livello nazionale è, del resto, quello che si aprirà anche nel centrosinistra: è chiaro infatti come il destino della segreteria di Nicola Zingaretti sia l'elemento più strettamente legato ai risultati delle urne. Sono i dem, infatti, l'unico grande partito di governo a misurarsi col voto – i Cinque stelle lo fanno solo in funzione interdittiva, vedasi il caso lampante, sempre in Puglia, della candidata Antonella Laricchia, in ultimo sostenuta pure da Alessandro Di Battista. E una disfatta, oltreché produrre sul governo scossoni ed eventuali rimpasti, avrebbe soprattutto effetti diretti sulla guida del Pd, che è sin qui sopravvissuta anche a sconfitte sonore come quella dell'Umbria, giusto a ottobre 2019.
Una riaffermazione della guida Pd in regioni in bilico come la Puglia e cruciali come la Toscana, significherebbe una blindatura dello stato dell'arte fino al prossimo giro di giostra. Così non fosse, la riorganizzazione del centrosinistra potrebbe ripartire, paradossalmente, da personaggi che non sono direttamente impegnati in questa partita. Come Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna, che giura di no ma invece sembra a tutti gli effetti prepararsi al salto sul gradino della politica nazionale. O la sua vice, l'ex europarlamentare Elly Schlein, in questi mesi variamente tirata per la giacca da chiunque abbia immaginato un nuovo soggetto a sinistra. Lungo questi due assi, prevedibilmente paralleli e non intrecciati, potrebbe costruirsi una nuova classe dirigente, in qualche modo post-zingarettiana, diciamo. Che potrà riguardare amministratori locali che in questa fase si sono messi di lato, guardandosi bene dal farsi bruciare, come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e quello di Firenze Dario Nardella. E che dovrebbe fare da pendant agli altri prevedibili “sopravviventi” di questa tornata, forti nei loro territori, ma non abbastanza per aspirare a qualcosa di più, come l'eterno (ex) sindaco di Salerno, il governatore della Campania Vincenzo De Luca, e il suo omologo Michele Emiliano, ultimo esponente del cosiddetto partito dei giudici.
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