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Politica
novembre, 2021

Ilvo Diamanti: «Oggi è l'era della democrazia virale. E siamo passati dalla sfiducia alla paura»

«Il tempo del virus è un tempo sospeso, non sai quando finirà. Non puoi guardare avanti e spunta la terza figura dei tecnici. Dopo i magistrati e gli imprenditori, ecco i virologi. Spero vivamente che non si facciano un partito». Dialogo con il sociologo

C’è un partito trasversale che vorrebbe Mario Draghi al Quirinale in tutti i partiti: maggioritario nel Pd, ma anche nel Movimento 5 Stelle e perfino in Fratelli d’Italia, l’unica forza di opposizione. Parte da qui conversazione con Ilvo Diamanti, che da decenni con le mappe e con le bussole è lo studioso più accurato nel catalogare le creature uscite dal laboratorio Italia: ieri i partiti di massa, poi i partiti personali, oggi la stagione della democrazia virale, in cui la paura ha preso il posto della sfiducia e cresce la voglia di affidarsi a un capo. Il capo del governo, il capo dello Stato. Con Diamanti prosegue l’inchiesta sullo stato della democrazia italiana cominciata con Mauro Calise.

 

La politica è rapporti di forza, scelta e competizione delle leadership, identità organizzate. Perché abbiamo perso tutto questo?
«Perché in Italia la personalizzazione della politica ha creato fluidità. La fluidità è una premessa e una conseguenza di quanto stiamo vivendo, siamo oltre la società liquida di Zygmunt Bauman, siamo alla società gassosa, siamo messi di fronte a connessioni - i capi, i partiti - che si sviluppano con rapidità e che con altrettanta rapidità si dissolvono. Se le chiedessi l’elenco dei partiti nati e finiti nell’ultimo decennio non le basterebbe lo spazio del giornale».

 

Vogliamo provare a farlo insieme?
«Ne cito solo un paio. Il partito dei magistrati, quello di Antonio Di Pietro? Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto Italia dei Valori? Il partito nato da un economista diventato presidente del Consiglio Mario Monti, Scelta civica: dov’è finito? E sono due esempi rilevanti. Prendo questi due partiti e questi due personaggi perché hanno rappresentato anche un cambio di epoca. I passaggi tra una Repubblica e l’altra sono stati segnati dall’emergere di tecnici - non politici - che si politicizzano, che si sono posti, proposti e in alcuni casi contrapposti alla politica. Di Pietro: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica con Tangentopoli. Monti: il tecnico che doveva sanzionare la crisi dei partiti. In mezzo, c’è stata Forza Italia e Berlusconi, l’imprenditore che si è presentato ed è stato percepito come contrapposto ai partiti. L’anti-politica è una costante della politica italiana, ma il partito dell’imprenditore inaugura e impone un diverso modello di politica, come hanno spiegato Mauro Calise e Marco Valbruzzi. Nel volume di Bernard Manin “Principi del governo rappresentativo”, scritto in prima edizione nel 1995, fui io a curarne l’edizione italiana per il Mulino, i diversi modelli di democrazia sono riassunti attraverso i canali di mediazione: la “democrazia dei partiti” attraverso le organizzazioni di massa, la “democrazia del pubblico” attraverso i media. Ai partiti si sostituisce la personalizzazione, i capi, e la comunicazione prende il posto della organizzazione. Infine, le ideologie vengono ri-definite attraverso “narrazioni” elaborate da esperti di marketing politico».

 

Però l’uomo che governa l’Italia, Mario Draghi, in testa negli indici di gradimento, sembra sovvertire questa analisi: non ha un profilo social, non tweetta, non ha mai rilasciato un’intervista da quando è a Palazzo Chigi, parla al Paese con conferenze stampa stringate, non ha mai messo piede in un talk show…
«Non ha bisogno di comunicare direttamente, sono gli altri che comunicano per conto suo. E, a differenza di altri predecessori, non penso proprio che farà un “partito personale”. Il partito di Draghi. Perché la non-comunicazione è una forma di comunicazione. La non-politica è un orientamento politico».

 

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Non c’è il rischio che la nostra diventi una democrazia fondata sul “non”?
«La nostra democrazia ha una configurazione discutibile. Al tempo dei partiti di massa la democrazia si fondava sul Parlamento, il luogo degli eletti dai cittadini, dove sono andati anche i 5 Stelle che pure evocavano Rousseau e la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa. Da tempo la nostra è diventata una “democrazia ibrida”, che miscela i modelli: l’organizzazione è rimpiazzata dalle persone, dalla comunicazione e dal marketing. E poi dalla democrazia im-mediata: senza mediazioni e mediatori e istantanea. Oggi, però, siamo in un’altra fase».

 

Come la definisce?
«Il nostro è il tempo della “democrazia virale”, segnato dal covid. Con Demos calcoliamo l’andamento delle preoccupazioni degli italiani, in modo continuo, dal mese di febbraio e marzo 2020, quando il contagio è arrivato nel nostro Paese. Sono quasi due anni, ma difficile rammentarlo. Il tempo del virus è un tempo sospeso, non sai quando è cominciato tutto questo e non sai quando finirà. Quando interroghi gli italiani su questo punto una larga maggioranza risponde: non si sa. Nel tempo sospeso non puoi guardare avanti, non hai un orizzonte perché è perso nelle nebbie. Nel tempo sospeso spunta la terza figura dei tecnici. Dopo i magistrati e gli imprenditori, ecco i virologi. Spero vivamente che non nasca il partito dei Virologi, il PdiVir!».

 

In questo tempo sospeso chi è più attrezzato a vincere?
«C’è un sentimento che prevale su tutto, la paura. Con implicazioni diverse. Gli indici di partecipazione a un’iniziativa qualsiasi di impegno politico, sociale o di volontariato crollano, si dimezzano, perché ogni forma di partecipazione rischia di diventare un assembramento. E cambia il sentimento: la paura ha sostituito la sfiducia. Negli ultimi anni prevaleva la sfiducia: il populismo è la costruzione di un’entità politica, di un popolo, che si fonda sulla sfiducia verso le élites, per unificare un popolo attraverso il distacco da chi ti sta sopra o intorno. Ma al tempo della paura non vai a votare contro qualcuno, non voti proprio, ti astieni. Oggi la democrazia virale segna un’altra cesura. La paura abbassa la partecipazione e rimpiazza la sfiducia. Per questo, ci si stringe attorno alla figura di un capo. Non più i partiti del Capo, entrati in crisi, semmai i capi senza partito. Mattarella è il capo dello Stato. Draghi è il capo del governo, è il capo specifico di un tempo senza partiti».

 

La paura è la spinta che mobilita anche le piazze No vax in Italia e in Europa. La paura del vaccino, di essere imbrogliati da un potere che mente sulla pelle dei cittadini. Tra la campagna vaccinale del governo e i No vax, tra Draghi e quelle piazze, c’è il vuoto.
«Da un lato ci sono le mobilitazioni di minoranze che devono farsi ascoltare e fanno rumore. Dall’altro, nella stagione della democrazia virale, c’è una maggioranza di tutti, o di quasi tutti, se si eccettua il partito di Giorgia Meloni. Ma possiamo definire come tale una democrazia dove non esiste, o quasi, l’opposizione e soprattutto non c’è una maggioranza?».

 

La maggioranza di tutti, dal Pd alla Lega, dai 5 Stelle a Berlusconi, spazza via tutte le appartenenze, vecchie e nuove.
«Se le dico “zona rossa” fino a poco tempo fa lei avrebbe pensato alle regioni dell’Italia centrale, governate dal Pci prima e dai suoi eredi poi, oggi le verranno in mente le regioni del covid. I colori dell’Italia segnavano il rapporto tra la politica e la società, le appartenenze e i territori. L’abilità di Berlusconi fu di sovrapporre alle aree divise dalla guerra fredda, il muro di Berlino, un’altra divisione fondata sull’anticomunismo e su se stesso, il muro di B. Le Marche erano bianco-rosse, oggi sono governate da un esponente di Fratelli d’Italia. L’Umbria, il cuore rosso di cui scriveva Francesco Ramella, è ora trainata da una presidente leghista. Il rovesciamento di ciò che c’era prima».

 

Nella democrazia virale da mesi vediamo sempre lo stesso sondaggio: quattro partiti in un pugno di voti, tra il 20 e il 16 per cento.
«Non c’è un partito dominante. Quando qualche settimana fa il Pd ha superato gli altri si è correttamente scritto, l’ho fatto anch’io, che è diventato il primo partito, ma è un sorpasso all’indietro, provocato dalla caduta degli altri. Prendiamo i partiti che hanno segnato gli ultimi tre anni. Nel 2018, alle elezioni politiche, M5S aveva preso il 32 per cento, oggi nei sondaggi è al 16, la metà. Nel 2019 la Lega di Matteo Salvini aveva raggiunto il 34 per cento dei votanti, ora è intorno alla metà. È vero anche che quando è arrivato Salvini la Lega era poco sopra il 3 o il 4 per cento e poi è salita moltissimo, il percorso che ora sta facendo Meloni con FdI. Solo il Pd è stabile, mantiene qualche radice, ma molto più fragile di prima».

 

Il Pd, in realtà, ha raggiunto anche il 40 per cento, con Matteo Renzi. Oggi Renzi vorrebbe costruire uno spazio di centro.

«Renzi ha accelerato il processo di personalizzazione, il Pd era diventato quello che chiamavo il PdR, il partito di Renzi, ora è rimasta la R senza partito. I partiti personali hanno parabole molto rapide. Può influenzare molto le scelte, ma in Parlamento, non presso l’elettorato».

 

Quei partiti resisteranno fino al 2022 o al 2023, quando si voterà?
«In questa situazione nessuno può dire cosa accadrà tra un anno. Di certo nessuno vuole tornare al voto, nel Parlamento eletto nel 2018. Salvo, forse, FdI».

 

E prima c’è l’elezione del presidente della Repubblica.
«È l’appuntamento cruciale. La democrazia virale è la democrazia del Presidente. Tra “capi” che sono uomini, per le donne in Italia lo spazio pubblico è ancora in gran parte precluso».

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