L’extraterritorialità del calcio sfida la commissione europea e i tribunali ordinari italiani. In nome dell’autonomia i padroni del pallone difendono a spada tratta la cittadella dove trionfano i debiti, le proprietà di origine oscura e gli illeciti per sistema. Salvo tendere la pargoletta mano ai fondi pubblici quando si tratta di investire.
Mentre la giustizia ordinaria, con l’inchiesta Prisma della Procura di Torino, rivitalizza le indagini sulla Juventus che la Federcalcio aveva chiuso con non luogo a procedere, e mentre il Milan lanciato verso un nuovo stadio chiede ben novanta giorni di tempo al sindaco Beppe Sala per comunicare il suo assetto azionario, l’Europa non comprende perché dovrebbe finanziare con i fondi del Pnrr progetti che vanno a beneficio di imprenditori statunitensi. Tre casi sono destinati a fare scuola.
Com’è triste Venezia, Firenze di più
Il 24 febbraio Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, ha approvato la variante del piano regolatore che apre le porte al Bosco dello sport nel quadrante di Tessera, nella zona dell’aeroporto. L’aggiudicazione dei lavori in cinque gare da 308 milioni di euro totali è prevista per il 30 giugno. Nella stessa data del 2026 è previsto il collaudo. Dal Pnrr dovevano arrivare 42,8 milioni di euro per lo stadio da 83 milioni. L’opera principale è il palazzetto da 110 milioni di euro dove si terranno concerti al di fuori della stagione sportiva della Reyer, la squadra di basket di proprietà dello stesso Brugnaro. Il contributo del Pnrr al nuovo palasport era stabilito in 46 milioni di euro.
Una volta realizzata l’opera, la città metropolitana lagunare si troverebbe con un surplus di vecchi impianti: il Baracca di Mestre, il Penzo nell’unica zona di Venezia relativamente risparmiata dal turismo, e il Taliercio, il palazzetto dove oggi gioca la Reyer. Accanto al Taliercio è stato realizzato il centro sportivo del Venezia calcio con 2 milioni di contributo comunale e altri 5,5 milioni raccolti con un’emissione di bond garantiti dalle casse di Ca’ Farsetti. Il Penzo, inoltre, è stato ristrutturato con una spesa di 3 milioni di euro quando il club lagunare è stato promosso in serie A nella stagione 2020-2021, seguita dalla retrocessione in B nel 2021-2022.
Inutile dire che la speculazione immobiliare con fondi europei sul quadrante di Tessera potrebbe essere moltiplicata da un eventuale abbattimento del Penzo, a quel punto inutile.
Oltre alla giunta di centrodestra, si è dichiarato favorevole al progetto finanziato dall’Ue l’attuale proprietario del club che arranca in seconda serie. Duncan Niederauer non è un nome qualunque nel mondo finanziario Usa. Ex ad del New York stock exchange, il più importante mercato borsistico del mondo, Niederauer presiede il club veneto dal febbraio 2020, agli albori della pandemia, dopo avere rilevato le quote dell’avvocato italo-americano Joe Tacopina, turista seriale dei club di calcio passato per l’As Roma, per il Bologna e, dal febbraio 2022, proprietario della Spal.
Nella sua fase veneziana Tacopina, che ha assunto la difesa di Donald Trump nel processo riguardante l’ex pornostar Stormy Daniels, si era fatto avanti per costruire uno stadio a Tessera con un investimento privato di 185 milioni di euro. Brugnaro aveva illustrato il progetto in una conferenza stampa del 24 luglio 2018. Prima di Tacopina ci aveva provato invano anche Maurizio Zamparini, sempre a Tessera e sempre con soldi suoi, in cambio dei permessi per realizzare un centro commerciale, uno schema che andrà in porto con il Conca d’oro di Palermo.
Le perplessità dell’Ue non sembrano avere impressionato Brugnaro che ha già portato a casa l’ok della Vas (valutazione ambientale strategica) della regione guidata da Luca Zaia. Non si escludono altri bond comunali, se i fondi verranno meno.
La situazione del Venezia si replica a Firenze. Anche l’Acf Fiorentina batte bandiera a stelle e strisce con Rocco Commisso, accento sdrucciolo alla calabrese e miliardi Usa con il colosso Mediacom. Arrivato a giugno del 2019, Commisso voleva abbattere il Franchi e ricostruire ex novo. Ma l’opera dell’architetto Pierluigi Nervi, inaugurata nel 1932, è vincolata. Il piano B del sindaco Dario Nardella prevede un’ampia ristrutturazione da 197 milioni di euro con il progetto di Arup e Mario Cucinella. I finanziamenti vengono in parte dal Mibact (95 milioni di euro), in parte dal Pnrr (55 milioni), con un ulteriore impegno pubblico da 250 milioni di euro per la realizzazione di infrastrutture, inclusa la tramvia.
L’ex sindaco Matteo Renzi, che ha allevato Nardella nelle sue giovanili prima della rottura con il Pd, ha twittato: «I soldi del Pnrr devono andare alle case popolari e ai progetti sulle Cascine, non sullo stadio».
Durante la ristrutturazione il club viola si troverebbe a giocare fuori dal suo impianto a partire da metà circa del campionato prossimo, con riduzione del canone di affitto da parte del Comune, e ritroverebbe il Franchi dalla stagione 2026-27.
A Firenze, come a Venezia, la partita dello stadio nuovo va avanti da anni, almeno da quando l’allora proprietario Diego Della Valle puntava a realizzare la Cittadella Viola in zona Castello con Leonardo Domenici sindaco. Adesso c’è il Viola park, il nuovo centro sportivo voluto da Commisso a Bagno a Ripoli. Se l’Ue taglierà il finanziamento, potrebbe tornare l’ipotesi di Campi Bisenzio, sgradita a Nardella.
Un caso Bosman sullo Stretto
Dalle seconde linee del calcio può arrivare una nuova rivoluzione giuridica, come accadde con la sentenza Bosman, che cambiò volto ai transfer dei giocatori nel 1995.
Il tema è semplice. Un club salvato dal fallimento può avvalersi del decreto Salva imprese del 2022 senza essere penalizzato dalla Federcalcio? La risposta, per ora, è no. La probabile penalizzazione colpirà la Reggina di Felice Saladini, proprietario di una società quotata in borsa sul mercato Euronext growth che è subentrato alla fine della scorsa stagione dopo l’arresto dell’ex proprietario Luca Gallo.
Con una massa debitoria ereditata di circa 20 milioni di euro, di cui 13 verso l’erario, il club amaranto presieduto dall’ex prefetto Marcello Cardona ha chiuso un accordo per il concordato con l’autorità giudiziaria senza perdere la continuità aziendale che avrebbe imposto una ripartenza dai dilettanti. Il tribunale ha quindi vietato al club qualunque pagamento oltre le spese vive per gli stipendi dei giocatori in rosa. Questo rinvio a fine campionato ha fatto saltare tasse e contributi di febbraio e marzo, con la prospettiva di una penalizzazione almeno nei primi due gradi del giudizio sportivo.
Fra i precedenti c’è Juventus-Napoli dell’ottobre 2020 quando, in piena pandemia, l’Asl vietò agli azzurri la trasferta torinese. I primi due gradi di giudizio sportivo diedero il 3-0 a tavolino alla squadra di casa e un punto di penalizzazione al club di Aurelio De Laurentiis. Il ricorso al collegio di garanzia del Coni, che è la Cassazione dello sport, si concluse nel dicembre del 2020 a favore del Napoli che poté giocare la partita. In quel caso il club azzurro era assistito da Enrico Lubrano, avvocato amministrativo con specializzazione in diritto sportivo ingaggiato anche dalla società di Saladini. La speranza del club dello Stretto è di ripercorrere le tappe del Napoli, con l’ulteriore elemento di vantaggio che l’ordine di un tribunale vale di più di quello di un’azienda sanitaria. Se il collegio di garanzia dovesse rigettare il reclamo del club di Saladini, si passerebbe alla giustizia ordinaria, dunque al Tar e al Consiglio di Stato con buone probabilità che il finale di stagione venga bloccato o invalidato dalla magistratura amministrativa.
Vent’anni esatti dopo il caso Catania, una vicenda di retrocessioni decise dai tribunali conclusa con il decreto Salva calcio del governo Berlusconi, il calcio è tutt’altro che salvo.