La cultura, in fondo, è un venticello. Come la calunnia, “Nelle orecchie della gente si introduce destramente. E le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar”. Brutta cosa dunque. Soprattutto quando soffia in tv. Meglio dunque sforbiciare qua e là come barbieri, senza farsene troppo accorgere e riportare il pensare comune a un certo livello. Possibilmente basso. Cominciato con le porte aperte e poi richiuse in stile “Rumori fuori scena”, la tv meloniana ha sempre presentato il tema come una liberazione dallo strapotere della sinistra.
A spiegarlo bene bene è proprio il partito della premier, che nella brochure sul primo anno di governo dedicava un paragrafo alla gestione della televisione pubblica a cui, finalmente, si regalava un nuovo corso, liberandola da anni di lottizzazione e occupazione della sinistra. «Grazie a Fratelli d’Italia la Rai torna a puntare su merito, professionalità e competenza. Un servizio pubblico non più fazioso, in grado di garantire il confronto tra visioni e sensibilità differenti: il libero confronto tra idee diverse è fonte di ricchezza per tutti».
Certo è faticoso inserire in questo opulento tripudio fattivo l’inspiegabile chiusura del programma di Edoardo Camurri “Alla scoperta del ramo d’oro”, piccolo gioiello in onda su Rai Tre dal 31 ottobre del 2022 e finito così, nonostante un appello condiviso da dotti medici e sapienti, raccolte di firme comprese.
Ma guai a parlare di Tele Meloni, il termine non piace né all’ad Roberto Sergio né a Francesco Giorgino, che lo considera, come dichiarava a Libero, «eccesso di semplificazione. Il management aziendale ha solo deciso di aggiungere sensibilità nuove, senza togliere chi già lavorava». Ed è qui che si inserisce proprio Giorgino, a cui viene affidato “XXI secolo”, in seconda serata di Rai Uno. Cultura in senso politico, da affrontare con ospiti di varia appartenenza, i ministri degli Esteri, dell’Interno, del Made in Italy, della Famiglia, della Salute e lo scrittore Bruno Vespa. Ma l'informazione ha il suo peso in questa Rai, finalmente libera e plurale. A parte “Report”, che si ostina a fare inchieste non gradite e poi si lamenta che arrivano le pressioni.
Per fortuna c’è il Tg1 di Gian Marco Chiocci, che dopo lo spot ad Atreju, la festa aperta da Paolo Corsini, casualmente direttore dell'approfondimento, eleva a servizio culturale anche la sfilata di Gioventù Nazionale che omaggia «chi ha dato la vita per l'Italia». E per fortuna ci sono le edizioni regionali, tipo quella dell’Umbria che dà spazio alla candidatura di Roberto Fiore, il fascista fresco di condanna a 8 anni e sette mesi per l’assalto alla sede della Cgil con un’accurata intervista. Poi qualcuno protesta, ma il sindacato dei liberi giornalisti Unirai taglia corto: «Non consentiremo che la segreteria del Pd, possa pensare di condizionare il sommario del Tg1 o di qualsiasi altra testata Rai». Stesse parole buone per ogni occasione, con cui replicare ogni volta che qualcuno si permette, spesso a buon diritto, di sollevare qualche dubbio sulle scalette. Per esempio l'intervista al ministro Lollobrigida che promette di portare la pasta italiana nello spazio, che più culturale dello spaghetto tricolore non ce n'è.
Il vento è cambiato e il merito è quello che conta. Così per le celebrazioni dei 70 anni di informazione del servizio pubblico serviva un giornalista, ma Enzo Biagi, che peraltro era stato accompagnato alla porta in tempi lontani che ora sembrano ironicamente vicini, manca da tanto, Corrado Augias è passato a La7, Massimo Gramellini anche, Lucia Annunziata e Bianca Berlinguer sono andate via e Fabio Fazio è impegnato a intervistare il Papa ma sul canale Nove. Non resta dunque che premiare Nunzia De Girolamo (che sarebbe un’avvocata ed ex ministra, ma pazienza) e il suo “Avanti popolo”, che si avvia alla chiusura anticipata dato che di popolo fermo a guardarlo se ne è visto pochino. In studio, a ricordare sbarco sulla luna e torri gemelle Maurizio Mannoni, il conduttore di “Linea Notte” talmente storico che è stato pensionato senza appello.
Alla fine, tra un fastidio celato (malissimo) per la satira, una fiction sul Duce e un senso di rivalsa, basta rispondere allo strapotere della sinistra, come ricordano Enrico Ruggeri (a cui è stato dato un programma), il fallimentare Pino Insegno (simbolo del contrasto all’amichettismo a cui è stato promesso un intero palinsesto), Pierluigi Diaco (che si avvicina alla prima serata) e Luca Barbareschi. Che è tornato in tv con il suo show, «controcorrente e libero», ma pensando al Barbiere di Siviglia, la barba se l’è tagliata da solo.