Politica
11 novembre, 2025L'ex presidente M5S della Camera in campagna elettorale sostenuto da una quasi ammucchiata. Con il sindaco Manfredi che lo consiglia, lo sprona. E gioca la sua partita. Per le politiche 2027
Il futuro del centrosinistra visto dalla Campania è un abbraccio affollato, affastellato, appiccicoso, friccicoso, uno spettacolo come non se ne vedevano da un pezzo, una specie di festa vasta, anche troppo, di cui questo è appena il battesimo: il 29 ottobre 2025, al Teatro Mediterraneo a Napoli, diciotto anni dopo il Vaffa che risuonò in piazza Maggiore a Bologna con Beppe Grillo nel settembre 2007, all’inaugurazione della campagna elettorale del centrosinistra in Campania, la politica e l’(ex) antipolitica si abbracciano, si danno la mano come Nietzsche e Marx nei compagni di scuola di Antonello Venditti. Ma sorprendentemente, come in un sogno uscito male, hanno la faccia di Roberto Fico e di Vincenzo De Luca, il fondatore del primo Meetup a Napoli nel 2005 ed ex presidente della Camera, oggi candidato governatore, e il monarca uscente che ha fatto di Salerno prima e della Campania poi una specie di stazione appaltante personale (raccomandazione chiave: «La clientela come Cristo comanda»), schierati fianco a fianco ufficialmente, a favore di flash. Altro che Nietzsche e Marx.

È un momento a suo modo storico, anche se nemmeno l’abbraccio è pari. Perché qui è la politica che abbraccia l’antipolitica (o quel che ne resta): lei è la vincitrice in questo inizio di campagna per l’elezione di Fico alla guida della regione che è chiaramente la prova generale delle forze in campo, nell’opposizione, per le prossime Politiche. Mondo vecchio che transita nel mondo nuovo, sin da questa serata alla Fiera d’Oltremare, nella piena ora dell’aperitivo, fuori un traffico d’auto da capogiro, dentro un traffico da formicaio di reduci, fuoriusciti, sopravvissuti, sistemi clientelari che si rincorrono, sistemi non clientelari che si stupiscono, come fosse il primo giorno della legislatura o il primo concerto rock dopo le chiusure del Covid.
Quello a cui non si può mancare, dove ci sono tutti. E tutti sono alleati di Fico. Già solo la prima fila del teatro è da manuale. C’è l’eterno democristiano Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento e naturalmente alleato di Fico («ero tra i principali bersagli di Grillo, mi urlavano contro, per me già questa è la rivincita»), accanto a lui c’è seduto Marco Sarracino, responsabile dem per il Mezzogiorno, che all’inizio era tra i dissidenti, ma poi. C’è appunto Vincenzo De Luca in versione madonna benedicente, accanto a lui c’è piazzato il dem Marco Furfaro tipo casco blu dell’Onu, ma non manca il fido vicepresidente deluchiano Fulvio Bonavitacola, un nome un programma (di governo). Roberto Fico è accanto al suo gemello diverso di questa fase, figlio in qualche modo della stessa cova, stretto alla stessa corda: Piero De Luca, figlio di Vincenzo, deputato del Pd, ora segretario regionale della Campania, carica strategica ma non esattamente in cima alle sue preferenze («mi avete dato la sòla», è il motto con cui si fa scudo). C’è il coordinatore M5S Salvatore Micillo, ex deputato e sottosegretario all’Ambiente nel governo giallorosso. C’è pure, un po’ discosto, Gennaro Migliore, ex bertinottiano, oggi in Italia viva e quindi presente, perché naturalmente anche Renzi è con Fico. D’altra parte anche un pezzo di ex Forza Italia è con Fico, a partire da Armando Cesaro, figlio di Luigi. Sono talmente tutti con Fico che l’unico posto dove il centrosinistra un po’ rischia – dicono i tanti esperti delle preferenze – è la provincia di Caserta, anzitutto per via del fatto che due deluchiani, Pasquale Di Fenza e Giovanni Zannini, sono passati con Forza Italia, perché la campagna elettorale regionale è così: più scopone scientifico che voto d’opinione. Ma, di tutti, da Mastella a Migliore, non ce ne è uno che sia a proprio agio, ciascuno per stare dalla parte dei probabili vincitori ha dovuto rinunciare a qualcosa, un’ambizione, una parola, una comodità, un proclama di coerenza. In fondo questo alla fine li accomuna, ed è anche su questo che ha puntato sin dall’inizio Elly Schlein, leader del Pd e regista mezzo occulta dell’intera partita, più abile (più cinica) di quanto i detrattori che vedono solo la «segretaria movimentista» siano disposti a riconoscere, iniziata sotto traccia un anno fa con un lento lavoro di cucito e merletto attorno a De Luca, il più indomabile e il più politico dei cacicchi, il quale pure contro ogni previsione alla fine ha accettato di non fare come Sansone coi filistei. Quindi è in prima fila, e applaude.
Al centro di questo gigantesco presepio, protagonista di tutto, ecco però Roberto Fico, il bambinello. Bravissimo nel ruolo di persona normale e militante pulito, perfettamente a suo agio nel camminare tra la gente, scambiare due chiacchiere per le strade del quartiere Sanità o nel mercato Caramanico, come ha fatto in questi giorni, ma terribilmente sulle spine ogni volta che si tratta di stare su un palco o, peggio ancora parlare da un microfono. Sembra quasi che ogni volta sia sul punto di declinare. Sarà forse per questo motivo che dei suoi cinque anni da presidente della Camera si ricorda soprattutto il primo giorno: quando prese l’autobus. D’altra parte, da giovane attivista, nel 2009 proclamava: «Tutto si può realizzare cercando di essere tutti anonimi, funzionali e parte integrante di un progetto più ampio di cambiamento».

In vent’anni di politica, di cui dieci in Parlamento, Roberto Fico non ha, incredibilmente imparato quasi nulla per quel che riguarda l’ars retorica. È come se l’aspirazione all’anonimato fosse ancora in vigore. Non per caso, l’unico posto in cui lo si è visto a proprio agio è all’inaugurazione a tarda sera di un comitato elettorale dei Cinque stelle dentro a un minuscolo e sgarrupato cortile del centro di Caserta, circondato dalle bandiere palestinesi e con davanti 32 militanti e candidati immersi nel semibuio. Quanto all’imbarazzo, invece, vale su tutti il suo intervento davanti alla Coldiretti regionale, all’hotel Plaza di Caserta, giovedì 30 ottobre: quasi duemila persone ad ascoltarlo, cariche apicali di regione e province dell’associazione tutte schierate, pure l’ex leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, e dopo tre ore di incontro e interventi tecnici e appassionati, quasi a ora di cena, ecco l’incipit fulminante di Fico che ha devastato la sala: «Partiamo da un assunto fondamentale: l’agricoltura è assolutamente il presente e il futuro del nostro Paese, e non perché lo dice un politico, lo dico io o lo dicono altri, perché è assolutamente un dato di fatto. L’agricoltura è uguale alla sanità, e quindi alla salute: è un po’ il discorso che si faceva prima. Ed è fondamentale questo». Va avanti nove minuti e mezzo così, inciampa in una parola chiave del lessico agricolo come glifosati («glico foscati, glifoscati, gliscati, come si dice?»), brusio in salita nella sala, facce imbarazzate, sguardi che si incrociano rassegnati.
Tanto, come si diceva, nelle elezioni regionali non è il trascinatore di folle o l’opinione a fare la differenza. Ma le preferenze, i pacchetti di voti, il controllo del territorio: è la somma che fa il totale. Non c’è bisogno di sposarsi, basta starsi accanto. Ecco dunque nelle liste che appoggiano Fico un fiorire fuori scala di parenti e affini, e curriculum dove si pesca di tutto: c’è Mastella jr ma anche Cesaro jr, il figlio di Giggino ’a Purpetta, l’ex parlamentare che è sotto processo per collusione coi clan, c’è Giuseppe Sommese, figlio dell’ex assessore Pasquale condannato in primo grado per una vicenda di appalti, c’è Marcello De Rosa, condannato per falso in atto pubblico, Vincenzo Alaia, indagato per irregolarità nei concorsi pubblici, Gennaro Oliviero, coinvolto in un procedimento per traffico di influenze. Dettagli piccoli, in un enorme quadro di insieme, come fa capire Gaetano Manfredi scansando tutta questa paccottiglia con un impercettibile gesto del capo: «È una candidatura che corre, corre», assicura il sindaco di Napoli, che accanto a Fico non manca quasi mai. Consiglia, suggerisce, presenta. È del resto lui, oltre a De Luca, l’altra gamba importante sul territorio dell’intera operazione. Ed è in fondo in corsa anche lui: la vittoria in Campania è il tassello fondamentale per lanciare la sua candidatura a premier.
«Noi eravamo con Manfredi già alle ultime elezioni, nel 2021, con la lista Azzurri per Napoli, prendemmo il 5,4 per cento, ed è questo che dobbiamo continuare a fare: presidiare il centro», si vanta tra gli svolazzi del Gran Caffè Gambrinus, in piazza Plebiscito, l’ex berlusconiano Stanislao Lanzotti detto Stanis, compagno di scuola di Fico, una vita in Forza Italia, adesso coordinatore di Iv. Ha appena finito di presentare la lista renziana, con Fico che però è dovuto correre via. Che peccato, il candidato presidente non ha fatto in tempo a scattarsi la foto con Cesaro jr. E nemmeno a incontrare l’ex aennino Amedeo Laboccetta che è passato al Gambrinus proprio quando si presentava la lista centrista, ma certamente è un caso.

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