Ecco la soluzione per altri titoli da propaganda: mandiamo i migranti da espellere in Albania. Con un decreto legge approvato oggi in Consiglio dei ministri. Facile, no? Non proprio. Qualche minuto di pazienza. Per il governo italiano i centri migranti in Albania sono una specie di seconda casa di proprietà. Come le seconde case, lontane, costose, spesso inutili. Quanti tentativi falliti. Ci mandiamo i migranti per sbrigare in fretta le richieste di protezione internazionale, le domande di asilo. Allestiamo a suon di milioni un gigantesco effetto «deterrenza» – una delle parole che ti forniscono quando vai al potere assieme a «escalation» e «resilienza» – per scoraggiare le traversate in mare di disperati che, secondo gli arguti piani di Palazzo Chigi, dovrebbero spaventarsi di un trasbordo in Albania. Finisce che il diritto, cioè i giudici che applicano le leggi, rispedisce i migranti in Italia. Allora facciamo un decreto per rivedere la lista dei cosiddetti «Paesi sicuri» e finisce di nuovo che il diritto li rispedisce in Italia. La terza volta è successo a febbraio con 43 migranti riportati in Italia con una motovedetta della Guardia Costiera perché liberati da una sentenza della Corte di appello di Roma che non ha convalidato il loro trattenimento in Albania.
Dunque il governo italiano, proprio per dimostrare che questa seconda casa ha un senso e non è uno spreco, un clamoroso spreco, oggi ha indicato una svolta all’italiana: i centri in Albania non li utilizziamo soltanto per sbrigare in fretta le richieste di protezione internazionale quando sarà possibile e se sarà possibile, in attesa che la Corte di giustizia europea si esprima sui «Paesi sicuri» (entro giugno), ma li utilizziamo per trasferire in Albania i migranti che devono essere espulsi. Quelli che, riassumono col solito garbo i media di governo, sono «clandestini da cacciare».
Passare da «deterrenza» a «detenzione» è un attimo. Una semplice conversione con un decreto legge. Si diceva: facile, no? Non proprio. Per niente. Per vari motivi che si sciolgono in uno: il protocollo di intesa firmato dai governi di Italia e di Albania prevede altro e le stesse costruzioni in Albania sono predisposte per altro. In questa lunga baruffa fra il governo italiano e il diritto internazionale, un dato è certo: il costo per lo Stato.
Il protocollo di durata decennale, cinque anni più cinque attivabili tacitamente, ha generato stanziamenti per oltre 726 milioni di euro: 680 si riferiscono al fabbisogno per il primo quinquennio; 45,6 sono appoggiati sul quinquennio seguente, ma chiaramente sono una posta provvisoria nel bilancio pubblico. Il traguardo di un miliardo di euro in un decennio è più che verosimile. Senza inoltrarci troppo nel misterioso futuro, è sufficiente calcolare la spesa fin qui: per il 2024 ci sono 73,5 milioni di euro per avviare i centri e 97,5 milioni per la gestione; per il 2025 ci sono 127,2 milioni di euro di generica dotazione finanziaria. Il consuntivo non è disponibile, ma per questo biennio il governo ha mobilitato risorse per circa 300 milioni di euro.

Al momento in Albania ci sono due centri per migranti dove vige la giurisdizione italiana e operano soltanto italiani, due centri vuoti presidiati da decine di agenti di polizia e centinaia di telecamere. Il sito portuale di Schengjin, una frazione del comune di Lezhe, è stato allestito per identificare e accogliere i migranti soccorsi in mare, tassativamente maschi adulti e all’apparenza in buona salute. Il sito interno di Gjader, un ex sede dell’Aeronautica albanese senza fogne, senza rete idrica, senza strade decenti, arroccata su un terreno paludoso, è stato bonificato e trasformato nel Centro di permanenza e rimpatrio con 880 posti per i richiedenti asilo, 144 per i migranti da espellere, 20 per il penitenziario. Come intuibile, questo sì facilmente, Gjader è parzialmente adeguato a diventare un centro per «clandestini da cacciare» (citazione), il sito portuale di Schengjin no. C’è sempre il diritto internazionale a complicare i disegni di Palazzo Chigi: in Europa un migrante irregolare si considera definitivamente espulso quando lascia l’Unione Europea, quindi la procedura di espulsione non può avvenire a tappe con soste intermedie per esempio in Albania.
Non bisogna però impelagarsi in direttive europee che possono mutare, questo va detto, per genuflettersi al vento di destra che spira nel mondo, il difetto del protocollo è il protocollo stesso. Il presidente albanese Edi Rama ha sottoscritto con la collega Giorgia Meloni (novembre 2023) un protocollo di intesa per consentire agli amici italiani di affrontare con piglio duro, e si presume maggiore efficacia, l’epocale problema della migrazione: deterrenza su modello inglese, e fotografie sorridenti. Non era contemplato il cambio di uso. Rama ha ottenuto molte garanzie dal governo di Roma per far accettare il protocollo ai suoi cittadini e l’ha fatto per avere un alleato forte in grado di agevolare l’ingresso albanese in Europa. Proprio per evitare che il suo governo fosse accusato di cedere un pezzo di territorio sovrano oppure di spendere per risolvere i guai agli amici italiani, il protocollo può essere modificato unicamente col consenso di entrambe le parti e l’Albania riceve un rimborso forfettario minimo di 94 milioni di euro in 5 anni.
Oggi l’Albania è in piena campagna elettorale per il voto di maggio, Rama è sempre il favorito, ma nessuno ha intenzione di riportare i migranti italiani delocalizzati nel dibattito politico. Nei giorni fonti istituzionali albanesi erano state molto esplicite: «Finché l’Italia non ci informa di aver corretto le sue intenzioni, per noi il protocollo resta quello di un anno e mezzo fa. Nel caso, valuteremo come agire coinvolgendo il Parlamento. Abbiamo cercato di aiutare l’Italia per il rapporto che ci lega e per dimostrare che l’Albania, candidata a entrare in Europa, è pronta a muoversi in un contesto di cooperazione internazionale. Altri Paesi ci hanno formulato proposte simili a quelle italiane, ma per noi è ovvio che non ci saranno repliche a questo esperimento».
Aspettando che il governo italiano sforni la migliore idea che cancella quella precedente, l’esecuzione del protocollo va avanti. Per «esigenze di alloggiamento presso strutture alberghiere» delle forze di polizia per servizi connessi al protocollo, per un anno a partire dal 28 maggio 2025, è stato appena diffuso un bando di gara da 8,9 milioni di euro.
Il tema è soprattutto economico, precisa e argomenta Andrea Casu, il deputato del Partito democratico che ha visitato a novembre e gennaio i centri in Albania: «Il governo ha paura del danno erariale. Come può spiegare una spesa di questo tipo con risultati così scarsi? Ogni giorno si fa una proposta diversa per cercare invano di giustificare la scelta. Era sbagliato in principio: io ho parlato con i migranti arrivati dalla Libia, gente che ha subito violenze, ricatti, soprusi non ha certo paura di essere rinchiusa in Albania in un centro di fatto italiano. Le strutture sono state tirate su in luoghi a dir poco degradati con grande merito del nostro Genio militare, ma sono destinate a usurarsi in breve tempo innalzando un monumento allo spreco del governo Meloni». Pur sempre un monumento. A Ventotene se lo sognano.