Politica
10 settembre, 2025L’impressione, ormai, è che si stia preparando uno scontro frontale, non solo tra politica e magistratura, ma dentro la politica stessa. C'è il rischio che un'eventuale sconfitta venga letta come una bocciatura complessiva
L’impressione, ormai, è che si stia preparando uno scontro frontale, non solo tra politica e magistratura, ma dentro la politica stessa. Il referendum sulla giustizia – in particolare sulle carriere separate tra giudici e pm – è diventato un campo minato. E non solo per la complessità tecnica del quesito, ma per le sue implicazioni politiche. Perché una cosa, a Palazzo Chigi, l’hanno capita bene: se Giorgia Meloni perde su questo terreno, rischia di perdere molto di più.
A dispetto delle dichiarazioni pubbliche, in ambienti di governo l’ansia è palpabile. E tra i fedelissimi della premier comincia a circolare una formula che dice tutto: «Sulla giustizia ci giochiamo la tenuta del governo». Una frase che fino a qualche settimana fa sarebbe sembrata un’esagerazione, ma che ora fotografa bene lo stato d’animo di Fratelli d’Italia e degli alleati, compresi quelli che ufficialmente sono più lontani dal dossier. Come i ministri Musumeci e Zangrillo, che pure in queste ore stanno rilasciando dichiarazioni di sostegno al Sì, a dimostrazione che la linea è una sola: militarizzazione del fronte pro-referendum.
A spingere la premier all’allarme rosso non sono solo i sondaggi ma anche il rischio che una sconfitta sulla giustizia venga letta come una bocciatura politica complessiva. E non è un caso che Meloni, in riunioni riservate, abbia lasciato intendere che una sconfitta netta potrebbe spingerla a rimettere il mandato, smentendo così pubblicamente la linea dell’“andiamo avanti comunque” finora ripetuta. «Se perdiamo sulla giustizia – avrebbe confidato a un ministro di peso – allora non ha senso restare a metà del guado».
Il tema è strategico: la riforma della giustizia è da sempre un cavallo di battaglia del centrodestra, e la separazione delle carriere è un simbolo ideologico ancora prima che tecnico. Perdere su questo equivarrebbe, per Fratelli d’Italia, a un segnale di debolezza verso l’elettorato più identitario. Ma il rischio, ora, è di trovarsi fuoco incrociato anche da dentro.
Perché anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha deciso di giocare la partita, e lo sta facendo con la stessa determinazione dell’esecutivo. Una mossa che ha spiazzato i partiti, e che apre uno scenario inedito: un referendum in cui le toghe si espongono per evitare che sia solo la politica a dettare la narrazione.
La sensazione, insomma, è che nessuno possa più tirarsi indietro, anche tra chi sperava di poter osservare da bordo campo. I centristi della maggioranza sono inquieti: Maurizio Lupi e Renato Schifani, ad esempio, si sono detti preoccupati per “un uso strumentale del referendum”. Ma per Meloni, ora, è troppo tardi per distinguo. Il pressing sul voto è già iniziato, e i ministri ricevono indicazioni chiare: parlare, mobilitare, convincere.
Nel frattempo, l’opposizione osserva e prepara la controffensiva, non necessariamente per portare i cittadini al No, ma per boicottare l’affluenza. Una strategia silenziosa, ma che potrebbe risultare letale.
E se davvero l’affluenza fosse bassa (anche se, trattandosi di referendum confermativo, non è previsto quorum) o se il Sì uscisse sconfitto, allora l’onda d’urto potrebbe arrivare fino a Palazzo Chigi. E a quel punto, gli equilibri dentro la maggioranza, già precari, si farebbero incerti. Perché in politica – lo sanno anche alla Garbatella – le sconfitte referendarie lasciano il segno. A volte, anche più di una sconfitta elettorale.
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