Politica
26 febbraio, 2026Nobili, industriali e soprattutto la politica nei documenti rilasciati dal dipartimento di Giustizia Usa. Assieme allo spin-doctor di Trump puntavano sui successi elettorali della Lega
Jeffrey Epstein è morto, il principe Andrea è stato arrestato e anche in Italia c’è chi inizia a non sentirsi tanto bene. Gli oltre tre milioni di file rilasciati dal dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti hanno aperto una voragine che sta inghiottendo a poco a poco i pezzi di un establishment complice e impunito. È ancora difficile stilare un elenco esaustivo delle responsabilità e il rilascio massiccio e fortemente redatto dei materiali ha reso quasi impossibile la loro interpretazione. Eppure, facendosi strada nel groviglio di mail, messaggi e documenti, si può ricostruire una parte dei rapporti e degli interessi italiani di Epstein. E non sono pochi.
Agosto 2019. L’allora vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, tra un mojito e un djset, annuncia dal Papeete di Milano Marittima la fine dell’alleanza con il Movimento 5 stelle. Chiede agli italiani di dargli «pieni poteri» e deposita in Senato la mozione di sfiducia contro il governo Conte I. La svolta del Papeete coglie di sorpresa diversi osservatori. Nel frattempo, Jeffrey Epstein aveva altro a cui pensare, rinchiuso in una cella del Metropolitan correctional center di New York. Di lì a poco, il 10 agosto del 2019, secondo la versione ufficiale, si sarebbe suicidato. Probabilmente non sapeva di quella crisi di governo, ma non ne sarebbe stato stupito. Era già tutto scritto. Le prove sono nella sua corrispondenza con Steve Bannon, capo stratega della Casa Bianca durante la prima amministrazione di Donald Trump.
«Hai visto cos’è appena spuntato sul New York Times?», scrive Bannon. «Salvini? Ottimo lavoro», risponde Epstein. «Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini», continua il finanziere. «Viceversa», risponde lo spin doctor. «Ma lui non ne è consapevole. Ah, il potere dell’oscurità», conclude Epstein. A cavalcioni nell’oscurità, la Lega continua a crescere e a dicembre, preso dall’entusiasmo, Bannon scrive ancora: «La destra ora ha i lavoratori dalla sua parte sulla questione immigrazione. Macron è crollato, Merkel finita. Vinceremo il 60% del Parlamento Europeo la prossima primavera. Salvini indice le elezioni la settimana successiva. Fatto, finito e concluso». Alla fine, il fronte antisovranista riesce a tenere la maggioranza, ma l’exploit della Lega, che conquista il 34% delle preferenze, porta effettivamente Salvini a chiedere nuove elezioni. Non proprio la settimana successiva, sessanta giorni dopo. Mese più mese meno, era tutto previsto.
Il piano partiva da lontano. Epstein e Bannon si conoscono nell’ottobre del 2017, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’inchiesta del New Yorker su Harvey Weinstein, da cui scaturirà il movimento #metoo. Non è una data casuale: a metterli in contatto è Michael Wolff, il biografo di Trump, e lo fa con l’intento preciso di organizzare una controffensiva. Bannon ha dalla sua un’intuizione maturata negli anni in cui ha lavorato nel mondo del gaming online. Il gruppo demografico perfetto per portare avanti la reazione al #metoo sono i giovani uomini, spesso socialmente isolati, con poco capitale economico e simbolico, ma molto tempo, rabbia e senso di esclusione. La cultura incel, la cosiddetta manosfera, il dilagare delle teorie del complotto come quella di QAnon e il progressivo spostamento a destra dei ragazzi rispetto alle coetanee potrebbero essere tutti sottoprodotti di questa operazione. Lo confermerebbero i contatti di Epstein con il fondatore del forum 4chan, che diventerà il principale laboratorio globale di meme e narrazioni di ultradestra.
Alla base del sodalizio c’è anche l’obiettivo di rendere gli Stati più permeabili agli interessi delle oligarchie tech. E per Epstein l’Italia è una grande occasione: «La tempistica è perfetta, posso metterti in contatto con i principali industriali italiani. La banca più antica ancora esistente è in Italia. È il posto ideale per un nuovo corso. Ti ho inviato la spiegazione via mail». La mail (il cui oggetto è “Criptovalute per gli italiani”) è una specie di vademecum volto a influenzare la politica. Per spiegare la Blockchain, Epstein usa la metafora di un ballo in maschera, in cui un bacio equivale a un bitcoin. «Come sta andando?», chiede il 4 marzo del 2018, giorno delle elezioni politiche. «Epico», dice Bannon. «La mia intervista di oggi è finita in prima pagina sul più grande quotidiano del Paese. Ora sto andando a Milano per incontrare Salvini». «Grande». Ma il governo non si forma, inizia una crisi istituzionale e con essa i primi malumori all’interno del cerchio magico italiano del finanziere. «Chiamami quando puoi, sono preoccupato per l'Italia», scrive Eduardo Teodorani-Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli e del conte Pio Teodorani-Fabbri. «Steve Bannon sarà presto a Roma», lo tranquillizza Epstein, «lo vuoi incontrare?». I file rivelano una relazione personale continuativa tra Teodorani-Fabbri ed Epstein, durata dall'ottobre 2009 almeno fino all'aprile 2019, tra Roma, Parigi, Palm Beach, New York e lo Zorro Ranch di Epstein nel New Mexico. Ha agito come principale punto d’accesso di Epstein verso l’élite italiana. Gli presenta l’allora presidente dell’Api Ugo Brachetti Peretti, che diventa presto uno dei suoi principali contatti italiani. Spesso nelle chat Teodorani si rivolge al finanziere chiamandolo “Master”. In un messaggio del marzo del 2019 gli chiede di portare «la bambina dalle belle caviglie insieme a un’altra amica a tua scelta» a una festa all'Hotel Peninsula di Manhattan. È il linguaggio dell’impunità, che rinsalda i rapporti di forza tra gli aggressori e annulla le vittime. Gli esempi sono tantissimi, anche solo restando in Italia: «Cosa vuoi che faccia con la tua amica? Me la devo solo fare o devo anche torturarla?», chiede Epstein a Tancredi Marchiolo, un italiano che lavora nella finanza a Londra. Su di lui le informazioni di pubblico dominio sono quasi inesistenti, ma il suo nome compare più di un migliaio di volte.
«Terrò un discorso in diretta da Roma, durante un evento pubblico», scrive Bannon il 28 maggio del 2018. Sergio Mattarella ha appena posto il veto sulla nomina di Paolo Savona come Ministro dell’Economia a causa delle sue posizioni antieuro. Carlo Cottarelli è convocato al Quirinale. Ma lo spin-doctor non ci sta: «L’Italia è in una crisi di sovranità, non provocata dal popolo italiano ma dal partito di Davos, ovvero dai mercati finanziari e dai poteri forti. Combattono il popolo mentre questo cerca di riprendersi la sua sovranità. E come scusa usano lo spread, è disgustoso». Neanche il tempo di scendere dal palco e il paladino del popolo e della sovranità nazionale racconta tutto al proprietario di un’isola privata: «È andata alla grande». «Sei l’unico adulto nella stanza», risponde Epstein. «Porterò i ragazzi a illustrare un piano fiscale, finanziario ed economico. Mi piacerebbe molto che venisse presentato anche a te». Per il sovranista anti-élite Bannon, l’opinione di un uomo dell’alta finanza, d’un tratto, diventa fondamentale. E lui lo rassicura: «Non c'è bisogno di ricordartelo, sono della partita e ci resto. Sono felice di revisionarlo». Il giorno dopo la crisi sembra raggiungere un picco, per poi rientrare. Lega e M5s tornano a trattare e la prospettiva di un governo si fa sempre più probabile. Tanto che Epstein scrive a un’altra sua referente per l’Italia, Nicole Junkermann, imprenditrice tedesca e moglie di Ferdinando Brachetti Peretti, fratello di Ugo. «Bannon e i ragazzi del nuovo governo italiano vogliono incontrarmi, potrei passare da Roma a metà giugno, ci sarai?». Stessa dinamica un anno dopo: «Potrei andare a Roma domani», scrive Epstein il 29 marzo del 2019. «Oh no… che peccato che non ci sia! Salvini sarà interessante. C’è qualcosa con cui posso aiutarti a Roma?», replica Junkermann. Non è chiaro, dal flusso di mail desecretate, se questi incontri siano poi avvenuti. Ciò che è certo è che Bannon ha continuato ad aggiornare Epstein sul governo italiano. E il finanziere non ha mai smesso di dare consigli: «Mi piace l’argomentazione secondo cui, se si vuole che gli italiani paghino le tasse, queste debbano andare a beneficio dei cittadini e non dei migranti. Una famiglia non può continuare a pagare per chi non lavora, se ha difficoltà a nutrire i propri figli. Prima la famiglia».
Gli ultimi messaggi tra Epstein e i suoi contatti italiani risalgono a pochi mesi prima della sua morte. Nonostante la sua immagine fosse compromessa, continuava a essere organico rispetto al sistema. Per sapere dei crimini commessi sull’isola e nelle altre sue proprietà, d’altronde, non servivano i file. Bastava credere alle vittime, ragazze e bambine che per anni hanno denunciato invano. Le loro storie erano già note. Ciò che invece solo adesso è evidente è l’infrastruttura della connivenza. Aziende, università, banche e governi, come quello italiano, che non prendono posizione, nonostante le ambiguità di chi ne fa parte. La sensazione che resta, quando si riemerge dalla voragine, non è quella di aver guardato dentro un abisso, ma di far parte tutti di un network ordinato e razionale di disumanità. Jeffrey Epstein non abita nell’ultimo cerchio dell’Inferno, è in superficie, dappertutto. Anche in Italia.
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