Politica
20 gennaio, 2026Dopo la fine della Prima Repubblica la politica ha abbandonato le battaglie civili
È il lascito degli anni Settanta per le libertà individuali. La legge sull’aborto (1978) ha quasi mezzo secolo alle spalle. Quella sul divorzio lo scorso dicembre ha compiuto cinquantacinque anni. L’una e l’altra sono legate a un decennio che ha visto decollare in Italia i diritti civili, fra battaglie e resistenze che all’inizio sembravano insuperabili, in particolare quelle che condussero al referendum abrogativo sulla legge che spezzava, dal punto di vista dello Stato, l’indissolubilità del matrimonio.
Invece il no popolare del 12 maggio 1974 alla cancellazione di quella grande conquista civile condusse anche alla riforma del diritto di famiglia. Infine, nel 1984, il socialista Loris Fortuna – lo stesso deputato che insieme con il liberale Antonio Baslini e grazie al sostegno dei Radicali di Marco Pannella aveva dato il via alla legge sul divorzio – tentò senza successo di aprire, in Parlamento, la strada anche all’eutanasia legale. Il testo presentato alla Camera partiva dal diritto di rifiutare cure che prolungassero artificialmente la vita e consentiva la morte volontaria medicalmente assistita.
Ma la proposta di legge non riuscì a trovare neppure un minimo consenso politico. Da allora, il percorso dei diritti civili si è interrotto, o almeno si è ristretto consentendo, negli anni più recenti, solo il passaggio della procreazione assistita, sulla spinta esclusivamente delle sentenze della Corte costituzionale che hanno sgretolato la restrittiva legge 40. «Su alcune questioni decisive per valutare la condizione delle libertà individuali in una democrazia liberale, la situazione è di stallo da diversi anni», osserva Riccardo Magi, segretario nazionale di +Europa, la forza politica dove è confluita larga parte della diaspora radicale, a partire da Emma Bonino. Il riferimento è in particolare alla questione del fine vita che da tempo si trascina senza soluzione, fra la Corte costituzionale e le poche regioni che hanno legiferato in materia, senza che il Parlamento si muova davvero.
Dopo che alla fine del 2025 la Corte costituzionale ha accolto (ma solo in parte) il ricorso del governo contro la legge della Toscana, il primo provvedimento regionale in materia, dal Senato il centrodestra ha subito annunciato la ripresa dell’esame del proprio disegno di legge da parte delle commissioni affari sociali e giustizia. Lo scorso settembre era avvenuta una falsa partenza, anche per i contrasti fra Forza Italia e Fratelli d’Italia. E ora? Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, fissa un punto. «Il pronunciamento della Corte costituzionale sulla legge toscana ribadisce con chiarezza che il legislatore statale non può eludere l’obbligo di intervenire in materia di fine vita. La credibilità di una ripresa dell’esame del ddl al Senato dipende dalla capacità di conformarsi al perimetro tracciato dal giudicato costituzionale, più volte ribadito dalla Consulta a partire dalla sentenza Cappato del 2019».
Il testo del Senato è in linea con la giurisprudenza costituzionale? «Il ddl in discussione – risponde Gallo – presenta gravi profili di incostituzionalità: esclude il Servizio sanitario nazionale, altera il modello indicato dalla Corte costituzionale e restringe i requisiti già fissati dalla giurisprudenza, escludendo persone che oggi hanno diritto di accedere alla morte medicalmente assistita. Inoltre, ignora il giudicato costituzionale e introduce tempi incompatibili con il diritto all’autodeterminazione della persona. È particolarmente grave la sospensione delle decisioni espresse nelle disposizioni anticipate di trattamento: chi si aggrava durante le verifiche rischia di vedere negate le proprie volontà».
Il nodo da sciogliere resta soprattutto quello dell’assistenza ospedaliera che il testo di Palazzo Madama nega a chi intende avvalersi del fine vita. Dietro l’esclusione della sanità pubblica, c’è l’intenzione di non ritenere il suicidio medicamento assistito un vero e proprio diritto. Pesa, dunque, una preclusione ideologica legata all’impostazione dettata dalle gerarchie ecclesiastiche. I diritti civili, che la sinistra a un certo punto ha ribattezzato «temi eticamente sensibili» per non incrinare il rapporto con le componenti di estrazione cattolica, hanno invece visto qualche conquista sul versante della famiglia.
Ma la legge sulle unioni civili, secondo Magi, «non consente un’eguaglianza effettiva alle coppie omosessuali e più in generale alle coppie di fatto, con alcuni passi indietro negli ultimi anni, come la mancata legalizzazione delle adozioni per le coppie omogenitoriali, e con la criminalizzazione della gestazione per altri che invece andrebbe in modo solidale regolamentata, anche per evitare abusi».
Si torna alla questione di partenza. Già negli anni Ottanta e con una latitanza che si è aggravata nei decenni successivi, il mondo politico ha quasi del tutto abbandonato il terreno dei diritti civili. Nella Seconda repubblica, la fine dell’unità politica dei cattolici intorno alla Dc, con la diaspora che si è riversata sia a destra sia a sinistra, ha sotto questo aspetto peggiorato la situazione. Il fatto che il più rilevante progetto incompiuto sull’eutanasia risalga a un parlamentare e poi anche ministro, come Loris Fortuna, che apparteneva a una maggioranza ancora imperniata sull’alleanza fra democristiani e socialisti, rende ancora evidente l’inerzia di chi è venuto dopo, quando è crollata la Prima Repubblica.
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