Politica
16 febbraio, 2026"Chi è contrario dovrebbe avere il coraggio di chiedere una legge contro il fine vita". L'appello del presidente del Consiglio regionale veneto pungola la coalizione. "Il centrodestra del futuro deve essere liberale, non liberticida"
«Questo Paese deve uscire da una grande ipocrisia: non si può far credere ai cittadini che non esista il fine vita. Esiste, in virtù della sentenza del 2019 della Consulta». Ad affermarlo, in un’intervista a La Stampa, è l’ex governatore del Veneto Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale.
Il riferimento è alla storica decisione della Corte costituzionale - la 242 del 2019 -, che ha individuato un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di condizioni rigorose, sollecitando al contempo un intervento del Parlamento. «Lo dico soprattutto – aggiunge – a chi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, facendo credere che ci siano irresponsabili, come me, che con una sorta di blasfemia ingiustificabile coccolano questa idea dell’aiuto al suicidio».
Il fine vita torna così al centro del dibattito dopo le iniziative di alcune Regioni che hanno tentato di disciplinare le procedure applicative della sentenza della Consulta. Tentativi che si sono scontrati con l’opposizione del governo guidato da Giorgia Meloni, che ha impugnato le leggi regionali ritenendo la materia di competenza statale. La scossa di Zaia è proprio su questo stallo istituzionale.
«Vedo – prosegue – che in Parlamento c’è chi si mostra perplesso di fronte all’idea di approvare una legge, perché teme che possa spingere i malati terminali più fragili al suicidio assistito: ma proprio questa categoria di persone dovrebbe chiedere che ci siano delle regole, e non vivere nell’ipocrisia di lasciar gestire il fine vita a una sentenza della Consulta. Chi è contrario, poi, dovrebbe semplicemente avere il coraggio di chiedere una legge contro il fine vita. Ma nessuno dice niente».
L’accusa va a una politica che evita di assumersi la responsabilità di una scelta chiara: regolamentare oppure vietare esplicitamente. Nel frattempo, restano in vigore solo i paletti fissati dalla Corte, con procedure applicate in modo non uniforme sul territorio nazionale. Il riferimento è a Toscana e Sardegna, prime in Italia ad essersi dotate di una legge legge regionale sul suicidio medicalmente assistito.
Zaia rivendica il ruolo delle Regioni come soggetti che tentano di colmare un vuoto normativo. «Le Regioni cercano solo di colmare due vuoti sui quali la Corte costituzionale non poteva intervenire», afferma ancora. E quando le leggi regionali cercano di compensare, il governo si oppone, e ne chiede l’annullamento.
«Le impugna – spiega – di fronte alla Corte costituzionale perché sostiene ci sia un conflitto di attribuzione di competenze, ma nel frattempo le Camere restano immobili, sorde rispetto alle sollecitazioni che per tre volte sono arrivate dalla Consulta. È un cane che si mangia la coda. Io stesso auspico ci sia un’iniziativa parlamentare, ma a questo punto ci sono due opzioni: o il governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento».
Il riferimento è alle ripetute sollecitazioni della Corte al legislatore affinché intervenga con una disciplina organica che definisca procedure, controlli, ruolo del Servizio sanitario e garanzie per i pazienti.
Zaia colloca la questione anche dentro l’evoluzione culturale del centrodestra. «Credo che il centrodestra del futuro debba essere liberale, non liberticida. Essere fondamentalisti e ideologizzati su certi temi è sbagliato. Non lo dico perché cerco facile consenso, quando ho iniziato a parlare di suicidio assistito, nel centrodestra era sconsigliato affrontare l’argomento. Ma Marina Berlusconi ha ragione: non possiamo pensare che il futuro del centrodestra sia nella negazione dei diritti», conclude Zaia.
Parole che riaprono un confronto interno alla coalizione e, più in generale, riportano al centro una domanda politica rimasta in sospeso dal 2019: trasformare in legge ciò che oggi è affidato a una sentenza, oppure assumersi la responsabilità di una scelta diversa.
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