Politica
21 gennaio, 2026Articoli correlati
Ecco tutti i più importanti comitati che sostengono la riforma della giustizia del governo: dai socialisti ai cattolici, passando per i (ricchi) liberali
Referendum, il tema a destra o comunque dalle parti del sì: dov’è la vittoria, le porga la chioma? Il fronte del sì alla riforma della giustizia è talmente convinto di vincere che la competizione più appassionante si svolge al suo interno. Una gara di spintoni e di gomitate e di volumi e di convegni per arruolare volti noti, di morti o di vivi non fa differenza; per ghermire la ribalta mediatica, per intestarsi la vittoria, per dedicare la vittoria. E proprio per le dediche, il più invocato è Silvio Berlusconi. Il fronte del sì ignora però, o ha colpevolmente rimosso dalla memoria, la regola degli ultimi quindici giorni teorizzata proprio da Berlusconi: i cittadini decidono come votare negli ultimi quindici giorni, non settimane, non mesi prima. Per accorciare il tempo ai dubbiosi e al fronte del no, il governo Meloni ha fissato con un atto d’imperio, e la solita tracotanza, la data per il voto per domenica 22 e lunedì 23 marzo.
La campagna elettorale è di fatto già partita, ma il censimento dei comitati civici per il sì non smette di aggiornarsi. Ciascuno cerca la sua sfumatura: cattolici, socialisti, liberali, popolari, giuristi, ex sinistrorsi pentiti, ex destrorsi redenti. Tutti promotori, pochi protagonisti. Ormai mancano soltanto i bucanieri per il sì. Qui ne passiamo in rassegna un bel gruppo, un provvisorio regesto.
Capofila.
Il comitato «sì riforma» è quello più aderente a Fratelli d’Italia. Il presidente è il giurista Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Corte costituzionale, ex componente del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Zanon converge da destra in ogni punto del campo: giornali amici e nemici, programmi televisivi, incontri pubblici.
Alessandro Sallusti è il portavoce. Definirlo portavoce è riduttivo e fuorviante, Sallusti è un produttore di voce. È lo stratega mediatico. (Ha appena pubblicato il sequel con l’ex pm Luca Palamara, il ministro Nordio li sfida solingo). Spesso gli esperti eccellono in cavilli, ma difettano in comunicazione. I contenuti più diffusi sono quelli di Sabino Cassese che eccelle sia in cavilli che in comunicazione.
Il comitato si finanzia con le donazioni e ha aperto un conto corrente alla filiale di Banco Bpm di Piazza Montecitorio, nei pressi dei palazzi, per le sue condizioni agevolate, è lo sportello preferito dai politici e dai partiti.
Liberali.
Il comitato «sì separa» si appoggia alla dialettica dell’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione Camere Penali e famoso per la difesa di Enzo Tortora. Caiazza ha origini salernitane, figlio di un grecista (democristiano) e di una latinista, pulsioni comuniste in gioventù, radicale pannelliano in seguito, candidato senza successo alle scorse Europee con la lista di Emma Bonino e Matteo Renzi.
A sorreggere Caiazza c’è la struttura della fondazione liberale “Luigi Einaudi”, presieduta dall’avvocato siciliano, e ovviamente politico liberale, Giuseppe Benedetto. La fondazione ha registrato il dominio del comitato e fornisce il suo supporto, per esempio la sede.
È un periodo brillante per la fondazione di Benedetto, che da sempre ha potuto contare sul sostegno economico della Regione Sicilia (arrivato a 118.000 euro nel 2024, erano 20.000 nel 2019) e che dalla legge di Bilancio 2019 si è vista riconoscere un contributo annuo di 250.000 euro. Stavolta è andata meglio, la legge di Bilancio 2026 ha conferito due nuovi incarichi e perciò due nuove fonti di reddito per un totale di 1,2 milioni di euro nel prossimo biennio: 600.000 euro per lo «svolgimento delle attività di studio, ricerca e promozione culturale sul tema dell’allargamento dell'Unione europea e della difesa dei valori europei nonché per l'attivazione di scuole di liberalismo nelle repubbliche balcaniche; 600.000 euro «per lo svolgimento delle attività di studio, ricerca e promozione culturale sul valore della lettura su carta e della scrittura in corsivo a mano, nonché sugli effetti della diffusione delle tecnologie digitali sui processi cognitivi e di apprendimento dei giovani». Il comitato «sì separa» riunisce ex dalemiani (Claudio Velardi) ed ex senatori forzisti (Andrea Cangini) fino all’ex magistrato e politico Antonio Di Pietro.
Cattolici& Socialisti. Siccome la riforma ha un retrogusto da Prima Repubblica, la propaganda della rivincita contro le toghe, la senatrice forzista Stefania Craxi ha radunato gli ex compagni col garofano – Salvo Andò, Claudio Signorile, Fabrizio Cicchitto – nel comitato civico “Giuliano Vassalli”. I centristi li ha convocati l’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid): la segretaria generale Stefania Brancaccio è il capo del comitato civico «cattolici per il sì», fra gli ex parlamentari ci sono Maurizio Sacconi e Massimo Polledri. Ucid è presieduta da Gian Luca Galietti, ministro dell’Ambiente nei governi Renzi e Gentiloni. Fra i “consulenti” di Ucid spicca il nome del cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente dei vescovi italiani.
Casi Tortora.
Il conduttore Enzo Tortora, vittima di un terribile errore giudiziario, è il più evocato simboli del fronte del sì (assieme a Berlusconi, che però non c’entra nulla con Tortora). Come detto Caiazza fu legale di Tortora, mentre l’ex senatrice forzista Francesca Scopelliti, che fu la compagna di Tortora, presiede il comitato «cittadini per il sì» con al suo fianco il giudice Giuseppe Cioffi e l’ex pm Antonio Rinaudo. I Radicali hanno affidato al professor Giorgio Spangher (ex Csm) il loro comitato «Pannella-Sciascia-Tortora per il sì».
Altri misti.
L’Unione Camere Penali degli avvocati si è mossa in largo anticipo formando il suo comitato lo scorso luglio. Un gruppo di professori universitari – fra i quali, Giuseppe Fauceglia, Massimo Corsale, Giuseppe Acocella, Girolamo Daraio – dopo le feste natalizie ha presentato a Salerno il comitato «finalmente sì cambia».
Non hanno promosso comitati civici né sono sulla carovana dei partiti, neanche quello di famiglia, ma pure i fratelli Marina e Pier Silvio Berlusconi si faranno sentire durante la campagna elettorale per il sì. Forza Italia è il partito più attivo del centrodestra con il coordinatore Giorgio Mulé e l’ex viceministro Enrico Costa (rientrato alla base dopo l’avventura con Azione di Carlo Calenda). Le giornate napoletane (23-26 gennaio) per celebrare i trentadue anni dalla discesa in politica del Cavaliere saranno l’occasione per lanciare la propaganda di massa su una riforma che i forzisti ritengono propria (e infatti spesso invitano a confrontare il testo del ministro Carlo Nordio con quello mai approvato del governo Berlusconi 2011).
Fratelli d’Italia, che ha ispirato almeno un paio di comitati civici, deve proteggere il lavoro di Nordio e lo stesso governo: la riforma della giustizia è una rara promessa rispettata. Più tiepida la Lega di Matteo Salvini che lascia spazio alle parlamentari tecniche Giulia Bongiorno (avvocato) e Simonetta Matone (magistrato).
Il governo vuole evitare che il referendum sia una consultazione sul suo operato dopo tre anni e mezzo, ma sa che è abbastanza complicato persuadere il «popolo della nazione» che la riforma conduca a una giustizia celere e migliore. Il voto non sarà spiegato né con la separazione delle carriere né con il doppio Csm, concetti astrusi, difficili da piegare alla propaganda. Più semplice arringare – come insegna la presidente Giorgia Meloni in conferenza stampa di inizio anno – chiamando a raccolta coloro che non tollerano l’indipendenza della magistratura. Basta guardarsi intorno: nel centrodestra è circondata.
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