Politica
22 gennaio, 2026I cittadini dovranno esprimere un voto unitario. Secondo il magistrato, l’irragionevolezza di una selezione casuale dei membri del Csm è sufficiente a giustificare una posizione contraria
Dott. Piccirillo, sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione, qual è la sua opinione sulla riforma costituzionale in tema di separazione delle carriere?
«Direi che la riforma predispone rimedi incongrui rispetto ai fini dichiarati. Distinguerei poi il tema della separazione delle carriere (realizzabile anche con legge ordinaria), che ha una sua dignità culturale, dai temi del raddoppio dei Csm, del giudice speciale disciplinare e, soprattutto, del sorteggio, dove è invece palese l’irragionevolezza. Poiché i cittadini sono invitati a esprimere un voto unitario sul pacchetto-riforma, basta quest’ultima parte a giustificare il No».
Ritiene possibile che la terzietà, prevista dall’art. 111 della Costituzione, possa esistere all’interno di un sistema in cui giudici e pubblici ministeri condividono la stessa carriera, i medesimi organismi associativi, il medesimo concorso?
«Un documento recentemente firmato da decine di processualisti di indiscusso orientamento garantista, in dissenso con i vertici dell’Associazione degli studiosi del processo penale, evidenzia che la separazione delle carriere non è necessaria per attuare il giusto processo contemplato dall’articolo 111 della Costituzione e che, nei Paesi con tradizione accusatoria, le radici professionali di pubblico ministero, avvocato e giudice sono comuni. Credo che la terzietà si esercita garantendo il rispetto delle regole del processo accusatorio e valorizzando al massimo i filtri e dei poteri di controllo del giudice. Vale per l’udienza preliminare e vale anche per le intercettazioni. I gip dovrebbero prendere sul serio il requisito dell’indispensabilità dell’intercettazione per la prosecuzione delle indagini, come sovente mi è capitato di fare quando, per tredici anni, ho svolto quella funzione. Più in generale, credo che una più coraggiosa dimostrazione della propria terzietà da parte dei gip gioverebbe alla causa del No più di qualsiasi testimonial della società civile».
Le carriere di giudici e pubblici ministeri sono separate in tutte le democrazie occidentali in cui vige il sistema processuale accusatorio. Perché in Italia non si potrebbe fare?
«In realtà, separazione delle carriere significa cose diverse nei diversi Paesi in cui è prevista. In Francia, per esempio, il concorso e la formazione sono comuni e i passaggi di carriera sono consentiti senza limiti quantitativi, ma con pesanti vincoli territoriali, com’era da noi prima della Riforma Cartabia, che ha limitato detti passaggi a uno solo e che, per i nuovi entrati, impone che l’eventuale passaggio avvenga nei primi dieci anni di esercizio delle funzioni. Anche in Germania la formazione è comune ed è condivisa con gli avvocati e i notai. Negli Stati Uniti, il giudice normalmente ha fatto prima l’avvocato e/o il prosecutor».
Crede che questa riforma determinerà uno scadimento della qualità della giustizia italiana?
«Diciamo che la separazione potrebbe incoraggiare quei pubblici ministeri che già oggi si sentono superpoliziotti. Quelli che di fronte al fallimento dell’ipotesi accusatoria già oggi rivendicano il loro ruolo di parte. Potrebbe separare, culturalmente, il risultato dell’indagine da quello del processo, con distinti parametri di efficienza. Potrebbero scoraggiarsi quelli che, invece, si sentono più vicini alla cultura della giurisdizione (che poi è cultura delle regole e preoccupazione per gli esiti) e operano scelte selettive quando vengono consultati dalla polizia giudiziaria per gli arresti in flagranza o quando optano lealmente per l’archiviazione al termine delle indagini».
Uno degli argomenti che più di frequente vengono sollevati per opporsi alla separazione delle carriere è rappresentato dal rischio che il pm possa in qualche misura diventare dipendente dal potere esecutivo. Ora, poiché il testo della legge costituzionale non prevede una siffatta eventualità devo chiederle: da cosa nasce questo timore?
«Non si tratta di un rischio immediato. È certo che, in tutti i Paesi nei quali è prevista, la separazione delle carriere si accompagna ad una più o meno intensa dipendenza dall’esecutivo. E allora il timore è che la constatazione del potere maggiore consegnato ai pubblici ministeri possa innescare contromisure. Non è vero che il potere dei pubblici ministeri è legato essenzialmente all’appiattimento del giudice. C’è il potere di disporre un’iscrizione (che oggi non è più un’operazione automatica), quello di selezionare le notizie di reato da privilegiare rispetto a quelle da consegnare alla prescrizione, quello di disporre una perquisizione o un sequestro probatorio, quello di imbastire un maxi-processo riunendo posizioni che, qualche volta, potrebbero essere trattate distintamente. Prima ancora c’è il potere mediatico del pubblico ministero che, con la legge Cartabia e con la legge Orlando sugli archivi riservati delle intercettazioni, abbiamo cercato di contenere con esiti positivi poi travolti dagli interrogatori cautelari preventivi (che, si badi bene, io reputo utili strumenti di profilassi dell’errore giudiziario e dell’arresto ingiusto)».
Un altro argomento spesso utilizzato dai fautori del no alla riforma è che con la separazione delle carriere il ruolo e il peso del pm possa uscirne addirittura rafforzato. Cosa ne pensa?
«Attualmente, i pubblici ministeri rappresentano un sesto dei componenti del Consiglio superiore della magistratura (5 su 30), mentre, con la riforma, avranno un consiglio tutto per loro. Recentemente è stata bocciata la conferma di un incarico semidirettivo di un collega ritenuto responsabile di alcune gravi violazioni processuali, relative alla produzione di prove a favore dell’imputato, provvisoriamente accertate anche in sede penale. Mi chiedo se analoga decisione sarebbe stata adottata da un Consiglio composto di soli pubblici ministeri. Più in generale, non trovo scandaloso che alla valutazione di professionalità di un inquirente concorrano i giudici abituati per mestiere a vagliarne il lavoro. Del resto a queste votazioni partecipano anche gli avvocati».
Che pensa del sorteggio?
«Credo sia un’inutile mortificazione. Non ci sono precedenti nel mondo occidentale di Consigli superiori composti con questo metodo. Mi stupisce che alcuni giuristi sostenitori della necessità di una selezione della classe dirigente pubblica fondata sull’epistème e l’aretè sostengano la riforma senza cogliere la contraddizione. Si tratta di un rimedio populistico. Inoltre, attesa la diffusa iscrizione dei magistrati all’associazione nazionale e alle correnti, il sorteggio non garantirà consiglieri estranei alle correnti ma soltanto aggregazioni più casuali. La vicenda Palamara ha svelato la capacità inquinante di relazioni personali trasversali più che lo strapotere delle correnti. E’ vero, come osserva Barbera, che il Consiglio superiore è un organo di garanzia, ma quella garanzia connota scelte discrezionali e non automatiche (promozioni, trasferimenti, scelta dei dirigenti) che prima compiva il Ministro. Resta allora necessario che i rappresentanti della magistratura e i membri laici siano votati sulla base di una riconosciuta competenza ordinamentale e di una trasparente base programmatica. Le correnti – al netto delle degenerazioni – hanno svolto un ruolo importante nello sviluppo della cultura della giurisdizione. Magistratura Democratica ha contribuito all’affermazione del giusto processo e alla ricerca di una conciliazione tra efficienza e garanzia; rilevanti sono pure le iniziative di Area sui temi dell’organizzazione. Appartenevano alle correnti anche Falcone (che, anzi, fu tra i fondatori del Movimento per la giustizia oggi confluito in Area DG) e Borsellino, iscritto a Magistratura Indipendente».
Rispetto all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, qual è il suo pensiero?
«Mi pare che, nel confronto con le altre magistrature nazionali (che conservano la loro giurisdizione domestica) e con gli altri Paesi, la percentuale delle condanne non è così esigua. Sul punto, si leggono affermazioni piuttosto datate, approssimative e offensive per il buon lavoro, giustamente rivendicato dal vice-presidente e dai componenti del Consiglio in carica. Detto ciò, non vedo come un’Alta Corte composta in misura prevalente da magistrati sorteggiati possa offrire maggiori garanzie di obiettività e competenza».
Secondo lei il sistema di valutazione dei magistrati, così come è oggi, funziona?
«Il problema, storico, è quello di far emergere la qualità del lavoro anche attraverso la valorizzazione della tenuta dei provvedimenti nei successivi gradi di giudizio o di far emergere, quando si tratti di incarichi dirigenziali, le attitudini organizzative. Naturalmente non tutte le assoluzioni o gli annullamenti in sede di impugnazione sono sintomo di incapacità o negligenza: vi possono essere sorprese probatorie, mutamenti di giurisprudenza o di legge, legittimi divari interpretativi. In un distretto tutti sanno quali sono i magistrati affidabili e quali quelli meno diligenti o scrupolosi. Il valore del magistrato condiziona le scelte processuali delle parti (il giudizio abbreviato sei incoraggiato a chiederlo se trovi un giudice equilibrato e scrupoloso). Ma nessuno lo dice nelle sedi deputate. Neppure gli avvocati che compongono i Consigli giudiziari e il Csm. La valorizzazione della tenuta dei provvedimenti mi pare, quindi, un buon criterio. Un secondo rimedio consiste nella responsabilizzazione dei Capi degli uffici perché esprimano pareri più coraggiosi e consapevoli».
Dott. Piccirillo, crede che l’attuale governo e l’attuale ministro della Giustizia siano mossi da volontà di rivalsa nei confronti della magistratura?
«Mi limito a rilevare: che nei confronti del Tribunale dell’Aquila che si è occupato della famiglia nel bosco si sono espresse perplessità non giustificate dalla lettura del provvedimento, che mette in luce criticità evidenti nell’ottica della tutela dei minori, e non il tentativo di normalizzare una scelta educativa à la Rousseau; che a ogni provvedimento o iniziativa sgradita della magistratura ordinaria o contabile, fa seguito l’evocazione delle riforme come risposta indifferibile e necessaria, senza neppure precisare le ragioni della presunta arbitrarietà del provvedimento o dell’iniziativa; che è stato impropriamente richiamato il caso Garlasco che sicuramente sconcerta per gli esiti alterni che hanno preceduto la condanna di Stasi e per la morbosità dell’attenzione mediatica, ma c’entra poco con la separazione delle carriere».
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