Politica
11 marzo, 2026Nella donna sottoposta a un bombardamento possessivo e manipolatorio deve scattare un istinto di autoprotezione che sorge dalla progressiva conoscenza di chi si è
Identità femminile: queste due parole, affiancate, si leggono ovunque. La giornata internazionale delle donne ha come simbolo un’acacia dealbata: comunemente conosciuta come mimosa, preferisco definirla acacia, cioè la pianta della rinascita e della vita che non si lascia annientare. Per celebrare le conquiste e le sconfitte dell’identità femminile bisogna sapere cosa sia, altrimenti si parla a vuoto: una risorsa imprescindibile per noi donne è la consapevolezza di sé. Faccio parte della schiera delle donne e delle psicoterapeute che, giorno dopo giorno, ribadiscono: il possesso non è amore, e non lo è il controllo ossessivo. Un uomo che dichiara di proteggere la propria donna e, con questa scusa, la manipola e la costringe a vivere a metà, o anche meno della metà, non sta amando. Non sa amare e non vuole farlo.
Il punto, però, è che nella donna sottoposta a un bombardamento possessivo e manipolatorio deve scattare qualcosa: è un istinto di autoprotezione che non nasce solo perché noi, dall’esterno, lo chiediamo, ma sorge dalla progressiva conoscenza di chi si è, di cosa si desidera dalla vita, di quali desideri, ambizioni e valori si possiedono. Con “valori” intendo risorse, capacità e talenti speciali: li abbiamo, abbiamo il dovere di riconoscerli.
Una donna consapevole di sé difficilmente accetta una relazione altalenante tra passione e follia, tra presunto amore e costrizione, tra idillio e asservimento. Sa che forse dovrà soffrire, ma non accetta di essere fraintesa, sminuita, zittita: a volte, per capirlo ha bisogno di aiuto. Considero cruciale che alle donne in difficoltà sia dato un accesso ampio ed economicamente fattibile ai percorsi psicoterapeutici che accompagnano a scoprirsi nel profondo: solo guardandosi dentro possono notare la forza e la saggezza che possiedono (l’acacia in germinazione). Possono così evitare di scontrarsi con approcci più superficiali che mirano a convincerle a uscire da una condizione di sostanziale schiavitù senza lavorare davvero sui motivi inconsci che fino a quel momento le hanno trattenute. Serve scoprire quali automatismi mantengono nel disagio, per disinnescarli. Un aiuto parziale, cioè fornire gli strumenti per andarsene, è già qualcosa, ma il risultato non è duraturo se non si agisce nel profondo facendo emergere la certezza di essere uniche e meritevoli di un amore vero, di stima e considerazione, e di essere in grado di reinventarsi. E fiorisce l’acacia, cioè la mimosa della vita consapevole.
Le scelte sentimentali seguono un copione istintivo: si cerca un tipo di uomo che, per ragioni misteriose, è scritto nell’inconscio. Ecco il motivo dei ritorni nelle prigioni psicologiche da cui si è fuggite o degli incontri che reiterano lo stesso schema con uomini diversi: nel silenzio dell’inconscio qualcosa non sta aiutando; va visto e, senza giudizio, ripulito da traumi e paure, perché si trasformi nel vero amore di sé.
Lei non capisce: non sa chi sia lui in altri momenti. È appassionato, protettivo, devoto. Lui mi ama. In un discorso difensivo che ascolto troppo spesso, sintetizzo una dipendenza che non deve essere giudicata né additata come responsabilità parziale: va colmata d’amore e comprensione e aiutata a guarire. Ma, lo ripeto, solo le donne che intraprendono un cammino che le porti a vedersi davvero, a scoprire le dinamiche istintive, gli automatismi e i punti di forza e debolezza ricevono il vero aiuto che serve.
*medico psicoterapeuta
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