Politica
17 marzo, 2026Si oppongono al regime degli ayatollah, ma sono anche contrari ai bombardamenti di Usa e Israele. E non si riconoscono nelle narrazioni semplificate dei media occidentali
Si oppongono al regime teocratico degli ayatollah ma anche alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran che – dicono – non porterà libertà al popolo iraniano ma a scenari uno peggiore dell’altro: da una nuova spirale autoritaria, qualora il regime dovesse sopravvivere all’attacco, al rischio di una “balcanizzazione” dello Stato su base etnica e religiosa. Una guerra che va fermata il prima possibile.
Non credono nemmeno alla figura di Ciro Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, percepito non come un salvatore ma come un possibile nuovo “padre padrone”: poco più di un burattino imposto dall’Occidente, senza competenze e ormai distante dalla società iraniana. Sono le voci di una parte della diaspora iraniana in Italia – accademici, intellettuali, collettivi studenteschi e gruppi di sinistra – che non si riconosce nelle narrazioni semplificate dei media e continua a sperare in un futuro democratico e pluralista per il proprio Paese. «Anche se oggi appare lo scenario più irrealistico», ammette Parisa Nazari, farmacista in Italia dagli anni Novanta e attivista del collettivo romano Woman life freedom for peace and justice, «è forse l’unica possibilità di dare una risposta alla complessità della società civile iraniana».
La comunità iraniana in Italia conta poco più di 11 mila persone e riflette questa complessità. È arrivata in diverse ondate migratorie: chi prima o subito dopo la rivoluzione del 1979, chi durante la guerra con l’Iraq e, negli ultimi vent’anni, molti studenti. Alcuni sono integrati, altri – arrivati di recente per frequentare corsi universitari spesso in inglese – «vivono», sostiene la storica Shirin Zakeri, «una condizione di sospensione, divisi tra il trauma della repressione vissuta in patria e le difficoltà di integrazione». Proprio questa frattura aiuta a comprendere le divisioni interne alla diaspora: da una parte un fronte democratico e repubblicano che fatica a trovare spazio mediatico, dall’altra una fazione monarchica molto attiva, sostenuta dai media e da lauti finanziamenti, composta in gran parte da giovani studenti. I nostalgici della monarchia si scontrano con chi, vivendo nelle democrazie occidentali, ha maturato una visione laica e repubblicana.
Secondo Zakeri, tra le animatrici di Osservatorio Iran, una pagina social che raccoglie personalità del mondo accademico, la figura di Pahlavi è stata costruita mediaticamente da canali satellitari come Manoto e Iran International, che propongono una versione “ripulita” e nostalgica del passato monarchico. Per molti esponenti della diaspora il ritorno alla monarchia non è solo anacronistico ma anche pericoloso. La storica Farian Sabahi critica Reza Pahlavi per la sua «scarsa formazione politica e manageriale» e lo descrive come una figura che rischia di diventare un “burattino” nelle mani di potenze straniere, a cominciare da Israele e Stati Uniti. Il timore, per altri attivisti, è quello di ripetere l’“errore Khomeini”: affidarsi a un leader carismatico durante la transizione per ritrovarsi poi con una nuova dittatura. «Anche Khomeini diceva di non essere interessato al potere e abbiamo visto come è andata a finire», ricorda Zahra Toufigh delle Donne libere iraniane, presenti in Lazio, Toscana e Marche. Per Nazari «la monarchia è l’emblema del patriarcato e non può rappresentare un movimento nato sotto lo slogan “Donna, Vita, Libertà”».
Il clima nella diaspora è però spesso teso. Chi critica la narrazione monarchica, porta avanti analisi indipendenti o difende i diritti umani racconta di essere stato oggetto di minacce e intimidazioni. Sabahi parla di una “maggioranza silenziosa” repubblicana e progressista spesso presa di mira dai sostenitori della monarchia. «Io stessa», racconta, «sono stata accusata di essere un’agente del regime per un’intervista alla Rai del 2022 e invitata a non parlare perché non di “razza pura”, essendo figlia di italo-iraniani». In alcuni eventi pubblici è stata scortata dalla polizia. Behrooz Sarabi, ingegnere e attivista del collettivo milanese Together for Iran, denuncia minacce da gruppi monarchici che si definiscono «la nuova generazione della Savak», riferimento esplicito alla polizia segreta dello Scià. Secondo Sarabi questa aggressività è legata alla presenza, tra i monarchici, di correnti nazionaliste di destra ed estrema destra. Per la sociologa Minoo Mirshahvalad, residente a Palermo, «questi gruppi adottano la retorica del “o sei con noi o sei con il regime”, rompendo il dialogo interno alla comunità iraniana all’estero». Per Nazari, Sarabi, Toufigh e altri attivisti – tra cui Syamak Motevali e Hoda Ebrahimi, del gruppo con base a Firenze Hamseda – l’unica vera alternativa è un fronte democratico plurale, facendo leva sugli oppositori del regime all’interno del Paese, che porti a un referendum libero sotto supervisione internazionale, in cui l’Iran possa finalmente autodeterminarsi senza imposizioni esterne.
Un’altra linea di frattura riguarda l’atteggiamento verso la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele. Alcuni sostenitori dello Scià invocano l’intervento esterno come «l’unica via» per abbattere la Repubblica islamica, ma chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle ne teme le conseguenze. Ebrahimi, architetta originaria di Khorramshahr – città devastata durante la guerra Iran-Iraq – ricorda ancora le macerie e le ferite economiche rimaste aperte. Nazari è segnata dai bombardamenti su Teheran e parla di un trauma che alimenta il suo pacifismo. Molevi, imprenditore che ha perso un fratello in guerra, sostiene che la sua generazione ha imparato una lezione: «I diritti non si ottengono con i cannoni».
Per l’antropologa italo-iraniana Sara Hejazi, autrice nel 2023 del libro “Iran, donne, rivolte”, un conflitto non favorirebbe la democratizzazione. «Storicamente, quando l’Iran subisce un attacco esterno tende a ricompattarsi. Lo abbiamo visto nella guerra Iran-Iraq del 1980, che portò a un’islamizzazione forzata della rivoluzione e mise in secondo piano le istanze civili». Le emergenze belliche, aggiunge, «interrompono i progressi sociali, militarizzano il Paese e rafforzano le frange più radicali». Il conflitto, avverte Sabahi, potrebbe anche portare alla “balcanizzazione” dell’Iran e alla distruzione di una società civile istruita e vitale che rappresenta «l’unica vera base su cui ricostruire il futuro». Prova delle conseguenze nefaste di questo tipo di pressioni esterne, per Mirshavalad, è l’effetto delle sanzioni economiche. «Hanno arricchito l’oligarchia legata ai pasdaran mentre la popolazione è sprofondata in una crisi di sussistenza che rende quasi impossibile la lotta per i diritti civili». Nel 2018, quando Trump uscì dall’accordo sul nucleare, l’Iran perse centinaia di migliaia di posti di lavoro. La crisi colpì soprattutto le donne. Oggi il tasso di occupazione femminile è al 13 per cento, il più basso del Medio Oriente. Mirshavalad denuncia anche il doppio standard occidentale. Come nel caso di Gaza, sostiene, anche l’Iran sarebbe oggetto di un’offensiva politica e mediatica di stampo neocoloniale. Il tema del velo, per esempio, sarebbe stato utilizzato per oscurare questioni più urgenti legate alla sovranità e alla sopravvivenza economica come è accaduto per le proteste del gennaio 2026. Mentre l’obbligo del velo si era già attenuato, grazie alle proteste del 2022.
Durante le manifestazioni seguite alla morte di Mahsa Amini, Mirshavalad era portavoce del movimento iraniano per i diritti civili. Abbandonò la mobilitazione quando – racconta – iniziò a percepire interferenze esterne che nulla avevano a che vedere con il benessere degli iraniani. Oggi vede dinamiche simili nella «martellante propaganda anti-iraniana diffusa da canali e social in lingua persiana finanziati da Israele e Arabia Saudita». Secondo la sociologa, una parte della diaspora non coglie queste contraddizioni. Compresi molti giovani. «Non è con la guerra e con le sanzioni che si esce dal tunnel. Ogni volta che l’Iran viene minacciato dall’esterno», conclude, «sotto le bombe non riusciamo più a parlare di diritti. E siamo costretti ogni volta a ricominciare da zero».

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