Politica
17 marzo, 2026In due mesi e mezzo spesi oltre 1,2 milioni di euro di fondi dei gruppi di Camera e Senato che dovrebbero servire alle attività strettamente connesse a quelle parlamentari. Montecitorio dice che tutte le uscite saranno "valutate". Le sorelle Meloni risparmiano in vista delle Politiche '27
Il voto è proprio una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. All’apparenza il referendum costituzionale sulla giustizia era per Fratelli d’Italia e la presidente Giorgia Meloni una comoda scorpacciata di cioccolatini al sole di inizio primavera. Pilucca l’uno, pilucca l’altro, ci si ritrova con i sondaggi ribaltati, l’amico americano guerrafondaio, le posizioni incoerenti in politica estera, le devastanti conseguenze economiche. E non basta più guarnire i retroscena con i vivissimi «imbarazzi» di Palazzo Chigi. Allora il partito delle sorelle Meloni ha deciso di investire nella campagna elettorale, di invitare la nazione e/o il popolo a votare sì e, con altrettanta risolutezza, ha deciso di farlo con il denaro pubblico. Per mancanza di alternative: ai parlamentari svenarsi per la causa del ministro Carlo Nordio e dei fantasmi di Silvio Berlusconi non era particolarmente gradito. Va bene patrioti, ma non esageriamo. Come i lettori de L’Espresso sanno poiché assieme a noi hanno seguito questo frenetico scartare di cioccolatini, non acquistati diciamo, la campagna elettorale di Fratelli d’Italia per il referendum si è svolta in gran parte con i fondi dei gruppi parlamentari di Camera e Senato.
In due mesi scarsi di campagna elettorale (gennaio e febbraio), i gruppi di Camera e Senato hanno finanziato due tornate di manifesti nelle strade e una di maxischermi nelle stazioni per un totale di oltre 1,2 milioni di euro. Al primo giro di manifesti «sì riforma» era il motto scelto, stessa grafica e stesso colore dell’omonimo comitato civico fondato dal giornalista Alessandro Sallusti e dal giurista Nicolò Zanon: mera coincidenza, ha domandato L’Espresso? Certo, hanno risposto piccati. E poi l’hanno modificato. Dettagli, però qui c’è della sostanza. I fondi dei gruppi di Camera e Senato – cioè i trasferimenti di denaro pubblico, in rapporto al numero di iscritti, per le attività parlamentari – possono essere utilizzati per la campagna elettorale? Più o meno, dipende. In maniera esplicita, scartabellando la normativa interna, non è ammesso né vietato. Nei rendiconti non esiste la voce “propaganda”, soltanto la voce “comunicazione”. I rendiconti dei gruppi sono approvati, è scritto nei regolamenti, da una società di revisione legale che «verifica nel corso dell’esercizio la regolare tenuta della contabilità e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili ed esprime un giudizio».
I rendiconti sono trasmessi poi ai presidenti di Camera e Senato e consegnati al collegio dei Questori per un controllo di conformità. I Questori di Montecitorio sono Paolo Trancassini (Fdi), Alessandro Manuel Benvenuto (Lega), Filippo Scerra (Cinque Stelle). I Questori di Palazzo Madama sono Gaetano Nastri (Fdi), Antonio De Poli (Udc), Marco Meloni (Pd). La composizione riflette la maggioranza parlamentare e dunque la maggioranza che governa. La prerogativa costituzionale dell’autodichia, la “giurisdizione domestica” del Parlamento, rafforza ancora di più la discrezione. In teoria non si corrono pericoli. Non vuol dire che ogni licenza è concessa.
Insomma, è possibile utilizzare i fondi dei gruppi per la campagna elettorale sul referendum? L’interpretazione più autorevole, seppur non perentoria, ci è fornita dalla Camera: «A norma dell’articolo 15 del regolamento, i gruppi parlamentari destinano i fondi loro erogati dalla Camera esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili», premette Montecitorio. Nell’avverbio «esclusivamente» c’è una crepa che va scovata con calma: «Sono vietate le spese per indagini demoscopiche o per lo svolgimento di trasmissioni televisive e radiofoniche durante i periodi delle campagne elettorali per il rinnovo del Parlamento nazionale ed europeo. Sono altresì vietate, sulla base di un criterio sistematico, le spese per campagne elettorali relative a singoli candidati o che fossero effettuate per conto del partito». Ecco la crepa: «L’Ufficio di Presidenza e il Collegio dei Questori hanno fornito criteri specifici volti a precisare tale previsione di carattere generale, individuando, tra l’altro, un elenco, non tassativo, di tipologie di spesa considerate rivolte al perseguimento degli scopi istituzionali e, quindi, direttamente connesse all’attività parlamentare dei gruppi, tra le quali figurano le spese “per affissione di manifesti”».
Quindi è contemplata l’affissione di manifesti, ma di che tipo? La propaganda per il sì va considerata una spesa rivolta al perseguimento degli scopi istituzionali? «Per quanto concerne in particolare le spese per campagne referendarie, pur non potendo ritenersi che tale finalità sia in astratto estranea agli scopi istituzionali dei gruppi, le singole spese saranno oggetto di una valutazione che, volta per volta, considera in concreto le modalità della spesa, l’oggetto, i soggetti che la effettuano o che ne sono beneficiari». Né ammesso né vietato, da valutare. Però la Camera, interpellata da L’Espresso, cita un precedente, che a memoria dovrebbe essere unico, e riguarda la campagna per il referendum costituzionale di dieci anni fa: «Si segnala che, sulla base di tali valutazioni, sono state considerate ammissibili spese rendicontate da alcuni gruppi in relazione alla campagna referendaria del 2016».
La Camera non fa il nome del gruppo, ma si tratta, è noto, del gruppo Pd ai tempi di Matteo Renzi. Se ne ricorda il tesoriere del gruppo Daniele Marantelli che sganciò (di tasca non sua) 600mila euro – circa la metà fu aggiunta dai colleghi di Palazzo Madama – per tappezzare piazze e autobus di manifesti. A quel referendum straperso il presidente Renzi e la ministra Maria Elena Boschi appesero le carriere politiche. «Se perdo, mi ritiro». Non risultano ritiri, ma dimissioni sì: il governo Renzi cadde a scrutinio appena finito. Il fu rottamatore concentrò sul referendum tutte le sue risorse, anche economiche, mobilitando il partito del Nazareno, la fondazione Open e, per l’appunto, i gruppi parlamentari.
Stavolta le sorelle Meloni, da brave lettrici della storia recente, hanno subito escluso qualsiasi addio, figurarsi l’arrivederci, neanche un ciao. Non possono certo evitare i contraccolpi di una eventuale sconfitta e perciò i fondi dei gruppi sono a disposizione fino all’ultimo giorno per spingere il sì. Il gruppo alla Camera – 117 deputati, tesoriere Angelo Rossi – ha in dotazione 8,5 milioni di euro versati annualmente da Montecitorio. Il gruppo al Senato – 63 senatori, tesoriere Antonio Iannone – ne ha 5,7 milioni. Fratelli d’Italia di Camera (790.580 euro) e Senato (430.583 euro) hanno già superato la spesa del Pd di Renzi.
Sfumatura che sarà preziosa per le valutazioni dei revisori e poi dei Questori: a febbraio Fdi ha comprato con denaro pubblico uno spazio sui video delle stazioni per 227mila euro: valgono come manifesti? Più o meno, dipende.
A una manciata di giorni dal voto, la campagna elettorale con il denaro pubblico di Fdi è ancora in piena attività. Le nostre richieste di chiarimento sono state tutte respinte. Gli oltre 1,2 milioni fin qui consumati potrebbero lievitare. La strategia di sfruttare le casse dei gruppi racconta di un partito davvero lungimirante. Dopo la dispendiosa campagna elettorale per le Europee, le maestose feste di Atreju, un bilancio che resta ricco e però con il primo rosso nell’esercizio, Fdi in versione Dc, una Balena bianca a strisce nere, risparmia per prepararsi al voto per il prossimo Parlamento. Quella è la priorità. Il referendum è un argomento che comincia a diventare fastidioso. E attenzione, potrebbe essere un cioccolatino molto amaro da buttare giù. Un bel sorso di soldi pubblici aiuta.
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