Politica
17 marzo, 2026Dieci anni e sei governi. Da tempo si attende il decreto che rende obbligatoria la pubblicazione dei guadagni dei dirigenti pubblici. Una legge che continua a slittare
Si fa presto a dire “trasparenza”. Da cinque lunghi anni si aspetta un decreto che fissi le regole per la pubblicazione della situazione economica dei dirigenti sui siti delle amministrazioni pubbliche. Attendiamo da cinque anni e tre governi, senza che nessuno se ne sia occupato. Ma gli anni diventano addirittura dieci, e i governi sei, andando ancora più indietro. Esattamente a quando qualcuno ha avuto l’idea che gli obblighi di rendere trasparenti i propri redditi dovessero riguardare non soltanto i politici eletti, ma anche i burocrati.
Corre l’anno 2016, al governo c’è Matteo Renzi. La responsabilità del ministero della Pubblica amministrazione è affidata a una parlamentare del Pd, 35 anni d’età. È Marianna Madia, la prima donna in settant’anni di repubblica a occupare quel posto dopo 38 uomini. Disposta chiaramente a lasciare un segno. Con lei c’è a palazzo Vidoni il sottosegretario Angelo Rughetti, che viene dal mondo Anci, l’associazione dei Comuni, quindi conosce perfettamente il funzionamento degli apparati burocratici. E chi si aspetta qualche cambio di passo non resta deluso. Il 25 maggio 2016 ecco un decreto legislativo di ben 44 articoli, che porta il seguente titolo: «Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza».
Quelle disposizioni risalgono a tre anni e spicci prima, mentre a palazzo Chigi c’è ancora Mario Monti e la ministra della Giustizia è Paola Severino. Le elezioni politiche del 2013 sono passate ormai da un mese e la crisi politica che ne è scaturita sembra senza sbocchi. Ma in quel clima ci sono ancora automatismi da consumare. Alla fine del 2012 è stata finalmente approvata la legge anticorruzione in frigorifero dal marzo 2010, che per essere attuata ha però bisogno di alcune norme a valle.
Una di queste sboccia appunto a marzo 2013 mentre il Palazzo è nel caos. Non c’è una maggioranza per formare il governo e per settimane il Paese resta nella più totale incertezza del prossimo futuro. Ovvio che sui giornali, nei siti d’informazione e in tivù non si parli d’altro, con il risultato che tutto il resto passa in secondo piano. In tutto il resto c’è anche un decreto legislativo, che porta il numero 33 e ha una portata storica. Perché obbliga l’intera classe politica a rendere nota attraverso Internet, sui siti ufficiali delle amministrazioni, ogni informazione di carattere patrimoniale, oltre al curriculum e agli incarichi pubblici e privati ricoperti con i relativi compensi. Com’è comprensibile, questa rivoluzione va per traverso a un numero rilevante di appartenenti alla categoria. Ma è niente in confronto a ciò che succede tre anni dopo.
Siamo dunque nel 2016 e al governo Renzi. Marianna Madia ha messo a punto la riforma della pubblica amministrazione, e fra le novità c’è anche una modifica a quel decreto sulla trasparenza dei politici targato Monti. Nel senso che gli obblighi di trasparenza per gli eletti vengono estesi anche ai «titolari di incarichi dirigenziali a qualsiasi titolo conferiti». Il che perciò riguarda non soltanto coloro che vengono assunti a tempo determinato dai ministri negli uffici di diretta collaborazione senza passare attraverso un concorso, ma anche i dirigenti di ruolo. Apriti cielo!
Il caso scoppia immediatamente, provocando reazioni a catena nei ministeri e nelle amministrazioni locali. Parte un ricorso al Tar del Lazio, e non per caso lo innescano i dirigenti di una particolare struttura pubblica, perché proprio la più competente: il Garante della privacy. Investiti del problema, i giudici amministrativi non decidono. La faccenda è troppo spinosa perché non si decida di chiamare in causa la Corte costituzionale. Passa un anno e il 23 gennaio del 2019 arriva la sentenza, predisposta dal giudice Nicolò Zanon, che dà ragione ai dirigenti ricorrenti del Garante. Anche se non del tutto. Incostituzionale, secondo la Consulta, non è stabilire che pure i dirigenti pubblici, oltre ai politici, debbano rendere pubblica la propria situazione patrimoniale. Bensì che siano obbligati a farlo tutti, anche quelli che non sono di prima fascia e non hanno incarichi apicali. Quindi la norma va rifatta.
Non subito, però. Trascorre l’intero 2019, nel frattempo si consuma la crisi di governo con la fine del primo governo di Giuseppe Conte e l’insediamento del secondo, nel quale il Partito democratico di Nicola Zingaretti prende il posto della Lega di Matteo Salvini. E si arriva al fatidico appuntamento con il tradizionale decreto Milleproroghe di fine anno. Lì spunta un articolo che dovrebbe affrontare finalmente la questione. Per prima cosa c’è scritto che gli obblighi di trasparenza non si applicano a nessun dirigente pubblico. O meglio, non si applicano per il momento. Per applicarli si deve fare un nuovo regolamento nel quale verrà specificato chi e come dovrà attenersi a quelle disposizioni già previste dalla legge messa parzialmente in discussione dalla Corte costituzionale. E qui viene il bello. Il regolamento sarà fatto su proposta del ministro della Pubblica amministrazione, cioè quello tecnicamente attrezzato per la materia, ma con una salva di concerti. Saranno interpellati infatti anche i ministri della Giustizia, dell’Economia, dell’Interno, degli Esteri e perfino della Difesa. Servirà poi il parere del Garante della privacy, l’organismo i cui dirigenti hanno scatenato la guerra al decreto Madia. Non bastasse, verrà richiesto anche l’autorevole giudizio del Consiglio di Stato. Dulcis in fundo, il regolamento prenderà la forma di un decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Ferme restando, naturalmente, alcune deroghe. Determinati funzionari pubblici dovranno essere esclusi dall’applicazione delle direttive per ragioni di riservatezza. Fra questi i dirigenti degli organi di sicurezza e dell’agenzia della cybersecurity, nonostante non si capisca che cosa c’entri la tutela della riservatezza, giusta e necessaria per alcune funzioni delicate, con la trasparenza patrimoniale. Ma tant’è.
Per l’emanazione del regolamento è prevista nel decreto Milleproroghe anche una scadenza tassativa: il 30 aprile 2021. Purtroppo però (o per fortuna, secondo i punti di vista), quando questa norma viene convertita in legge dal Parlamento è appena scoppiata la pandemia di Covid-19. E a quel punto c’è ben altro da fare che pensare alla trasparenza dei dirigenti pubblici.
Inutile dire che la scadenza del 30 aprile 2021 passa allegramente in cavalleria. Come tante altre. Poi il trantran quotidiano travolge volentieri le sempre più rare velleità. Fino a dimenticare del tutto di onorare quanto è previsto dalla stessa legge. Così anche sul regolamento si stende un confortevole velo di oblio, sommerso dalle centinaia di decreti attuativi che nel frattempo attendono ancora di essere sfornati per innescare leggi approvate dal parlamento. Nell’estate scorsa erano ancora circa 600, qualcuno nel congelatore da dieci anni e alcuni governi. Fra questi un altro decreto previsto dalle riforme Madia, non esattamente marginale. Perché con quel provvedimento avrebbero dovuto fissare i requisiti di professionalità e rettitudine necessari per assegnare incarichi ai vertici di società ed enti pubblici. Evitando così fenomeni poco edificanti quali le invasioni dei consigli di amministrazione delle aziende statali da parte di figure prive di qualunque competenza e dotate esclusivamente di pedigree politici, invece regolarmente all’ordine del giorno.

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