Politica
17 marzo, 2026L'obiettivo è il controllo della magistratura, dice Fabrizio Vanorio, ora in Cassazione. La terzietà dei giudici è dimostrata dalla percentuale di decisioni difformi rispetto all’accusa
Fabrizio Vanorio, napoletano, un passato in Bankitalia, pm della Dda a Palermo e a Napoli dove si è occupato di clan, di criminalità economica e finanziaria, già presidente distrettuale dell’Anm a Napoli, è stato segretario della sezione napoletana di Md. Dall’anno scorso è alla Procura generale della Corte di Cassazione.
Qual è la sua opinione sulla riforma costituzionale in tema di separazione delle carriere?
«Decisamente negativa, poiché ritengo che l’iniziativa del governo – il Parlamento non è riuscito a modificare per nulla il ddl originario – sia animata da uno spirito di “resa dei conti” con la magistratura. Si interviene in modo punitivo, non si tratta solo di separare le carriere, si privano i magistrati del diritto di voto nel Csm, si istituisce un’Alta Corte sottratta al giudizio di legittimità della Cassazione, si prosegue nel disegno di gerarchizzazione della magistratura. Non si realizza una riforma strutturale della giustizia, per esempio migliorando il sistema processuale, né si incide sui punti in cui il Csm non ha dato buona prova».
Ritiene possibile che la terzietà del giudice possa esistere all’interno di un sistema in cui giudici e pm condividono stesso concorso, medesima carriera e uguali organismi associativi?
«Avendo svolto per più di 25 anni le funzioni di pm, posso dire che l'ordinamento giudiziario vigente assicura in modo soddisfacente l’esigenza di un processo giusto e di un pm culturalmente all’altezza. La parità tra accusa e difesa si realizza nell’ambito del processo e qui, di strada dal 1989 ne abbiamo fatta: dalle indagini difensive, al controllo stringente sui termini di indagine, fino alle nuove norme sulle pene alternative al carcere. E con tre gradi di giurisdizione in ogni fase, tra merito e legittimità: un sistema di garanzie che pochissimi Paesi possono vantare. La terzietà dei giudici è dimostrata dalla percentuale di decisioni difformi rispetto alle richieste dei pm.
E poi, andiamo al cuore del problema: l’analogia di visione tra magistrati giudicanti e requirenti è basata sulla comune funzione di accertare la verità processuale. Il pm non è pagato né incentivato per l’obiettivo della condanna, tant’è che l’esito statistico più frequente nelle indagini è l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm. L’avvocato, invece, ha una funzione ben diversa, altrettanto essenziale per lo Stato di diritto, ma deve assicurare la miglior difesa dell’indagato, con cui si instaura un rapporto fiduciario. Perciò il cittadino deve sentirsi garantito, oltre che dal difensore, da magistrati che, con funzioni diverse, cercano tutti la verità, senza preconcetti».
Le carriere di giudici e pm sono separate in tutte le democrazie occidentali in cui vige il sistema processuale accusatorio. Perché in Italia non si potrebbe fare?
«Perché, quando c'è la separazione delle carriere, il pm finisce in modo più o meno pesante sotto il controllo del governo. Tra i Paesi in cui il pm è sottoposto a poteri del governo ricordo la Germania, l’Austria, la Polonia, la Danimarca; in Francia – dove, comunque, la carriera è unica – e Spagna c’è un potere di direttiva del ministro della Giustizia e le procure sono molto gerarchiche; in Gran Bretagna l’ufficio del pm è indipendente, ma non ha poteri di indagine diretti, affidati alla polizia. Per una volta possiamo dire di avere un modello migliore di quello degli altri Paesi, non a caso ideato dopo il fascismo, che ci ha garantito la possibilità di indagini ai più alti livelli per la corruzione e per le mafie, fenomeni criminali da noi, purtroppo, più pericolosi: perché cambiare?».
Ma da dove nasce per noi il timore dell’asservimento all’esecutivo?
«Da noi, a partire dal 2006, già c’è stata una tendenza alla gerarchizzazione delle Procure, che ha aperto non pochi problemi. La riforma, che va compresa nella sua interezza, grazie al sorteggio, indebolirà la componente togata a favore dei membri laici: è facile prevedere che, se i laici continueranno a essere compatti e a essere legati alla maggioranza che li ha espressi, potranno determinare le nomine di molti procuratori e, tramite la gerarchia interna, le influenze politiche saranno più incisive. È chiaro che sarà un fenomeno progressivo e non subito palese: ma è quantomeno da ingenui pensare che l’indipendenza rischia di essere intaccata, solo se lo si scrive nella legge».
Non crede che i magistrati giudicanti possano uscire rafforzati dalla riforma?
«Penso, invece, che l’autorevolezza del giudice ci sia anche adesso, in tutti i casi in cui il giudicante è professionalmente preparato per i processi che affronta. E ritengo che il giudice sarà più esposto a errori, con un pm con una cultura diversa dalla sua, più limitata e meno garantista. Perché con le carriere separate si andrà fatalmente verso il concorso separato e una formazione distinta e i pm saranno meno attenti alla cultura della prova, al faticoso ruolo nel processo, con il rischio di indagini squilibrate o sbrigative: a chi giova tutto questo?».
Non crede che l’Anm – piuttosto che avere una totale chiusura – avrebbe potuto impegnarsi per ottenere modifiche, per esempio, l’abolizione della previsione del sorteggio?
«A me pare che chi ha voluto la riforma non avesse intenzione di emendare nulla. Ad ogni modo l’Anm e tanti giuristi hanno evidenziato subito la stortura assoluta del sorteggio, peraltro reale solo per i magistrati e “pilotato” per i politici, dunque, il governo avrebbe potuto prestare ascolto almeno su questo punto. A proposito, il sorteggio in tutta Europa c’è solo in Grecia, qui perché vogliamo distinguerci?».
La magistratura è sempre stata critica nei confronti di tutte le riforme: lo era sull’introduzione del sistema accusatorio, sulla riforma dell’articolo 111 della Costituzione, sulla separazione delle funzioni introdotta dal ministro Castelli e poi perfezionata dalla riforma Cartabia. Sono stati paventati pericoli per la democrazia che non si sono realizzati. La magistratura è sostanzialmente conservatrice?
«Ha citato riforme di portata assai diversa: il sistema accusatorio non fu avversato in modo preconcetto, le critiche erano basate sul rischio di imitazione eccessiva del modello Usa, con azione penale discrezionale e formalismo elevato, e per fortuna abbiamo introdotto un modello ben diverso. Sull’articolo 111 si temevano problemi per le ritrattazioni dei testimoni, in particolare nelle aree a più alta densità mafiosa, il sistema ha tenuto, ma solo perché certe indagini sono garantite dall’apporto dei collaboratori di giustizia. Sulla riforma Castelli dicemmo no alla separazione delle carriere, come oggi, e ad altre regole sbagliate come i concorsi interni o sul disciplinare. Quando Mastella introdusse le valutazioni di professionalità o la separazione delle funzioni, il giudizio dell’Anm è stato nel complesso positivo, per cui non diciamo sempre no».
Lei ha espresso critiche severe su alcune degenerazioni delle correnti e sui criteri di selezione dei vertici degli uffici giudiziari. È cambiato qualcosa?
«È vero che il Csm non è riuscito dopo il 2006 a varare un sistema pienamente trasparente, che riconosce sempre i meriti delle persone più adatte a dirigere gli uffici. Ci sono posizioni corporative in ogni categoria e vanno superate, una strada può essere quella di prevedere a monte regole più stringenti sui requisiti per la dirigenza, per evitare arbitrii come in passato: c’è già una proposta. Non è vero che queste funzioni possono essere svolte da tutti: si può essere molto bravi sul lavoro, ma incapaci di dirigere strutture complesse. Poi si può puntare a un ritorno temperato dell’anzianità, per frenare il carrierismo che ha alimentato i noti scandali. Si può ridurre il peso degli incarichi fuori-ruolo, che sono decisi dalla politica, e dare più spazio al giudizio dei magistrati, che hanno lavorato insieme agli aspiranti a incarichi. Di certo non si risolve nulla mandando componenti a caso al Csm, aumentando così il peso della componente politica, più organizzata».
Crede che le motivazioni culturali, ideali e giuridiche che erano alla base della creazione delle correnti esistano tuttora?
«È normale che si creino aggregazioni tra chi concepisce la propria funzione in modo analogo. Quindi, quelle motivazioni esistono ancora: occorre combattere il clientelismo di chi sfrutta per tornaconto personale le correnti. Ma ridurre la democrazia interna è una scorciatoia inutile e pericolosa».

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