Politica
25 marzo, 2026Per mesi, tra talk show e Tg “allineati”, è andata in scena un’Italia delle meraviglie: crescita, stabilità, sicurezza, consenso. Un racconto rassicurante, levigato, spesso monocorde. Il problema? Fuori dagli studi televisivi, quell’Italia non esiste
C’è un retroscena che a Palazzo Chigi comincia a circolare a mezza voce, quasi con fastidio. La batosta referendaria non è solo politica. Sarebbe, prima ancora, mediatica. Perché il vero problema è che la macchina della comunicazione (da Rai a Mediaset) che avrebbe dovuto proteggere il governo si è trasformata in un clamoroso boomerang. Per mesi, tra talk show e Tg “allineati”, è andata in scena un’Italia parallela, un'Italia delle meraviglie: crescita, stabilità, sicurezza, consenso. Un racconto rassicurante, levigato, spesso monocorde. Il problema? Fuori dagli studi televisivi, quell’Italia non esiste. E quando il Paese reale non si riconosce nella narrazione, il conto arriva. Sempre.
Talk show trasformati in osterie: la linea che non funziona più
Dentro i palazzi del potere, dopo la sconfitta referendaria, c’è chi lo dice senza giri di parole: “Si è esagerato”. Non tanto nei contenuti, quanto nel tono. I talk – nati per il confronto – sono diventate “osterie politiche” dove il contraddittorio è ridotto al minimo, spesso si preferisce la rissa e il copione è quasi sempre già scritto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Opinionisti sempre uguali (ormai diventati veri e propri tuttologi capaci di pontificare su tutto dalla scoperta dell'America all'ultimo ritrovato medico scientifico) giornalisti percepiti come schierati, critiche sterilizzate oppure schierate. Ma questa impostazione, che poteva funzionare nella fase iniziale del consenso nel centrodestra targato Meloni, oggi non regge più. Perché gli italiani – molto più disincantati di quanto si creda – non vogliono sentirsi raccontare che va tutto bene quando sperimentano tutti i giorni il contrario nella vita quotidiana.
Il nodo Rai: servizio pubblico o megafono?
Il recente caso esploso attorno al silenzio dei principali Tg Rai sulla vicenda Delmastro ha fatto saltare il tappo. Tre giorni di blackout informativo – denunciati anche in sede di Vigilanza – hanno riaperto una questione che covava da tempo: la credibilità del servizio pubblico. Non è più solo una questione politica. È una questione di fiducia. Perché quando una parte dell’opinione pubblica percepisce che certe notizie vengono oscurate, ridimensionate o (come accaduto in altri casi) oltremodo enfatizzate per mere ragioni di consenso politico si rischia di perdere definitivamente il contatto con il Paese. Ormai è pieno di ospiti perennemente in TV percepiti come troppo allineati, poco critici, incapaci di intercettare il disagio reale. Una dinamica che ha contribuito a creare una bolla informativa. Il problema è che quella bolla, alla prova delle urne, è esplosa.
Il referendum come resa dei conti della narrazione
La sconfitta referendaria, in questa chiave, assume un significato diverso. Non è solo un voto su una riforma. È un voto contro una narrazione considerata non più credibile. Perché continuare a dire che “va tutto bene” quando gli italiani percepiscono insicurezza economica, pressione fiscale e servizi in affanno diventa controproducente. Anzi, irritante. Il punto politico è tutto qui. Giorgia Meloni continuerà a farsi dettare la linea da un sistema mediatico che molti considerano ormai scollegato dalla realtà? Oppure proverà a ricalibrare il rapporto con l’informazione? Perché il rischio è che la macchina della propaganda si trasformi definitivamente in un boomerang. E a quel punto non basterà più dare la colpa “a quelli di prima” o alla solita sinistra (che pure di errori ne ha fatti tanti). Gli italiani, ormai, non ci credono più.
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