Politica
9 marzo, 2026Articoli correlati
In ballo non una riforma della Giustizia, ma della magistratura, dice il pm Antonino Di Matteo. Pericolosa l’idea di un pm poliziotto sotto il controllo del governo
Pm della Dda a Caltanissetta e a Palermo, ex Csm, Nino Di Matteo, sotto scorta da 33 anni, è ora sostituto alla procura nazionale antimafia.
Lei ha detto che il referendum del 22 e 23 marzo non è sulla riforma della giustizia, ma della magistratura. E per questo la riforma è pericolosa per i cittadini. Perché?
«Alla base della campagna per il Sì c’è una grande mistificazione. Si vuole far credere ai cittadini che approvando definitivamente la riforma si migliorerebbe il servizio della giustizia. Un’evidente falsità. Nella riforma non c’è nulla che possa sanare o alleviare i mali endemici della giustizia: la lentezza dei processi, l’incertezza degli esiti processuali e la crisi del sistema penitenziario. Non si tratta, quindi, di una riforma della giustizia, ma di una riforma punitiva della magistratura dettata, fondamentalmente, da un sentimento di rivalsa nei confronti dell’ordine giudiziario. Con una ulteriore finalità preventiva: il potere, e non solo quello politico, vuole mettersi al riparo dal rischio di azioni troppo “incisive” della magistratura nei suoi confronti. In tutti i Paesi europei in cui c’è la separazione delle carriere dei giudici e dei pm (dalla Francia all’ Austria, dalla Spagna alla Germania) l’attività delle procure è, in vario modo, controllata dal ministro della Giustizia, quindi dall’esecutivo. Temo che ciò accadrebbe, prima o poi, anche in Italia».
Questo in prospettiva, ma nell’immediato?
«Separare le carriere e privare il pubblico ministero della stessa formazione, esperienza e cultura della giurisdizione dei giudicanti, comporterà inevitabilmente la formazione di una casta di accusatori a tutti i costi. Non più, come prevede la Costituzione, cercatori della verità, ma funzionari dello Stato, sempre più lontani dalla cultura del giudice, destinati a diventare “avvocati della polizia”. Questo, di per sé, rappresenta un grave pericolo per i cittadini, così come ogni forma di possibile controllo dell’esecutivo nei confronti dei magistrati».
E poi c’è la riforma del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte. Contrario anche su questo?
«Io non sono pregiudizialmente contrario all’introduzione di forme temperate di sorteggio dei componenti del Csm. Ne ho fatto parte, so quanto sia importante cercare di evitare il potere delle correnti al suo interno. Ma i rimedi potevano essere altri senza stravolgere la Costituzione e mortificare l’unica categoria che non potrà scegliere chi eleggere nel suo organismo di autogoverno. Non posso accettare questa riforma perché è del tutto sbilanciata, poiché prevede un sorteggio secco fra tutti i magistrati per quanto riguarda i componenti togati. La politica invece conserva, sostanzialmente, il potere di indicare i componenti laici. Solo per loro, è previsto un sorteggio temperato: le maggioranze parlamentari di turno individueranno i loro prescelti e, tra questi, verranno sorteggiati quelli che andranno a comporre il Consiglio. Un meccanismo farlocco, con un’ingiustificata disparità, che renderà più forte e più coesa la componente politica del Csm. Per non dire dell’Alta Corte, che dovrà giudicare sugli illeciti disciplinari dei magistrati. Anche questo organo di giustizia avrà una forte connotazione politica. I magistrati che comporranno l’Alta Corte saranno sorteggiati fra tutti quelli che svolgono funzioni di legittimità, i componenti di nomina politica saranno sorteggiati tra coloro i quali la maggioranza governativa avrà già, a monte, individuato. Se questa riforma verrà approvata, con la vittoria del Sì al referendum, invece di aver risolto il male del correntismo giudiziario, si consoliderà un meccanismo ancor più pericoloso: la prevalenza del potere politico nell’autogoverno della magistratura. L’ennesimo grave tradimento dello spirito della nostra Costituzione fondata sul principio della separazione dei poteri».
Sono passati 40 anni dal Maxiprocesso istruito dal Pool antimafia. È stato la causa o un motivo di accelerazione delle stragi del 1992?
«L’esito del Maxiprocesso ha costituito uno dei fattori di accelerazione della decisione stragista. Ma sarebbe un grave errore ricollegare quelle stragi soltanto a un movente di vendetta di Cosa Nostra nei confronti dei giudici che, più di tutti, l’avevano combattuta. Dobbiamo mantenere uno sguardo d’insieme, collegare le stragi di Capaci e via D’Amelio con quelle del 1993 e del 1994, gli attentati a Roma, Firenze, a Milano e quello, per fortuna fallito, allo stadio Olimpico di Roma. Le stragi nel Continente sono il frutto di un mutamento di strategia, non più quella di colpire singoli esponenti, ritenuti nemici di Cosa Nostra, ma prettamente terroristica: ricattare lo Stato e provocare il panico nella popolazione. Abbiamo oggi la possibilità, sulla base di trent’anni di indagini e processi, di avere qualche certezza: non fu solo una vendetta di Cosa Nostra. Furono adottate strategie terroristiche con finalità politiche. Cosa Nostra aveva rotto con un passato di utile connivenza con l’ala andreottiana della Democrazia Cristiana, perché riteneva che avesse tradito le promesse fatte. Cercò, quindi, nuovi referenti politici. E, per fare questo, come spiegò Riina ai suoi fedelissimi, doveva “fare la guerra per poi fare la pace”. Ma dai processi celebrati emerge anche altro».
Cosa?
«L’obiettivo, non solo di Cosa Nostra, di un cambiamento politico nel panorama nazionale: la fine della Prima Repubblica e l’avvento di un nuovo sistema di potere in grado di escludere l’avvento dei partiti della sinistra. È proprio dai processi già conclusi che emerge l’alta probabilità che la responsabilità delle stragi non sia limitata ai mafiosi. Cosa Nostra venne guidata e accompagnata per mano da forze esterne; sia nella fase della ideazione che in quelle più prettamente organizzative ed esecutive».
Ci sono dati certi per affermare che le stragi del 1992 e del 1993 mirassero a creare le condizioni politiche favorevoli all’affermazione del progetto politico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri?
«Al momento, solo un dato risulta consacrato anche in più sentenze ormai definitive: i vertici di Cosa Nostra, che già dal 1974 avevano consolidato, tramite Marcello Dell’Utri, un patto reciprocamente vantaggioso con l’imprenditore Silvio Berlusconi, indirizzarono, in maniera compatta ed organizzata, il sostegno della mafia a Forza Italia in vista delle elezioni politiche del marzo 1994».
Tuttavia non si riesce ad arrivare a una piena verità sulle stragi del 1992. Nella sentenza del processo Borsellino-quater della Corte d’Assise di Caltanissetta si legge che le indagini su via D’Amelio sono state oggetto di «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana». E lei ha affermato che «il clima intorno ai magistrati è simile ora a quello di tanti anni fa, quando Falcone veniva osteggiato per le sue inchieste». Cosa significa?
«Dopo la strage di Capaci, e fino ad ora, tanti si dichiarano amici o estimatori di Giovanni Falcone. Non dobbiamo dimenticare, che mentre era in vita, venne ostacolato e delegittimato. Purtroppo, anche all’interno della magistratura. In quegli anni, parte consistente del potere politico e mediatico, attaccava sistematicamente Falcone, definendolo “politicizzato”, “comunista”, “sceriffo” o “protagonista”. Arrivarono ad accusarlo di essersi organizzato da solo, per accrescere la sua fama di “giudice coraggioso”, l’attentato all’Addaura del giugno 1989. Oggi, da molti anni, sembra respirarsi un clima analogo intorno alla parte di magistratura più esposta e coraggiosa. Si parla a sproposito di una “guerra dei trent’anni” tra politica e magistratura, una contrapposizione rinvigorita dalla discesa in campo, nel 1994, del partito “Forza Italia” e del suo leader Silvio Berlusconi. Ma il concetto di guerra implica una bilateralità. Si è trattato, piuttosto, di un attacco forte, organizzato, sistematico di una consistente parte della politica, coadiuvata anche da una parte della magistratura e di altre istituzioni, contro quei magistrati che non hanno chiuso gli occhi di fronte alle malefatte del potere, che hanno “osato” mettere sotto indagine, e poi sotto processo, esponenti del potere politico, imprenditoriale, economico-finanziario, perfino istituzionale. Questo non significa che anche la magistratura non abbia commesso i suoi errori. Ma il clima che si respira oggi in Italia è quello della insofferenza preconcetta nei confronti della magistratura così come degli altri meccanismi di controllo sull’esercizio del potere. In primo luogo, la libera informazione».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Caos globale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 marzo, è disponibile in edicola e in app



