Politica
9 marzo, 2026Alberto Di Rubba, tesoriere della Lega e consulente di Salvini è in corsa a Rovigo. Ma ha una condanna a 2 anni e 8 mesi in attesa della Cassazione. Che potrebbe metterlo in forse
Più che un voto è una sfida. Nei giorni cruciali del 22 e 23 marzo non è in programma soltanto il referendum sulla riforma della giustizia. In due collegi del Veneto si vota anche per eleggere alla Camera dei deputati i sostituti dei leghisti Alberto Stefani, il nuovo presidente della Regione, e Massimo Bitonci, il nuovo assessore alle Imprese della medesima giunta regionale. E tutto fa pensare che non ce ne sia per nessuno. Nel senso che il risultato a favore dei candidati dell’attuale coalizione di governo, a meno di clamorose quanto improbabili sorprese, appare scontato. Alle politiche del 2022, nel collegio uninominale di Selvazzano Dentro l’ex sottosegretario Bitonci ha preso oltre il 59% contro il 20,93 dell’avversario del centrosinistra. Mentre Stefani in quello di Rovigo ha superato il 60%: il triplo del candidato del Pd. Ed è proprio a Rovigo che si consuma quella sfida.
Il candidato governativo è Alberto Di Rubba. Tesoriere della Lega, nei mesi scorsi è entrato anche a far parte (a titolo gratuito) del nutrito staff di consiglieri del vicepresidente del Consiglio e segretario leghista Matteo Salvini. Incarico: «Esperto in programmazione e attuazione politica economica». Una mossa dal chiaro significato politico. Di Rubba ha sulle spalle una condanna per peculato a 2 anni e 8 mesi, ridotta nell’appello bis del processo per l’acquisto da parte di Lombardia film commission di un capannone a Cormano rispetto ai 4 anni e mezzo inflitti in precedenza. Lui si è sempre proclamato innocente, sostenendo con i suoi legali l’inesistenza del reato. Tesi pienamente condivisa da Salvini che ad aprile dell’anno scorso lo ha riconfermato tesoriere del partito, nominandolo poi proprio consigliere a palazzo Chigi. Ma non evidentemente dai giudici della terza sezione penale d’appello di Milano. Che lunedì 23 febbraio hanno reso note le motivazioni della sentenza, riportate così dall’Ansa: «Deve ritenersi pienamente accertata la materialità del fatto, perché la Cassazione ha già riconosciuto l’esistenza di un accordo collusivo per pilotare la procedura di selezione dell’immobile di Cormano e per appropriarsi, tramite consulenze fittizie e retrocessioni di denaro, di parte dei fondi pubblici erogati da Regione Lombardia alla Fondazione Lombardia film commission». La partita non è finita. L’ultima parola spetta nuovamente alla Cassazione, con Di Rubba convinto «dopo sette anni di calvario» di uscirne pulito. Ma fino a quel momento la condanna c’è. E nella eventualità che l’ultimo grado di giudizio non sia favorevole, il tesoriere dovrà farci i conti. Ma è proprio qui che si potrebbe materializzare una nuova e inedita sfida fra politica e magistratura.
C’è una legge nata durante l’ultimo governo di Silvio Berlusconi ma approvata anche da larga parte del centrodestra quando a palazzo Chigi c’è Mario Monti, tanto che è conosciuta con il nome della ministra della Giustizia di quell’esecutivo tecnico: Paola Severino. Stabilisce che chi è condannato con sentenza passata in giudicato a una pena superiore ai due anni è incandidabile, e comunque incompatibile con la funzione di parlamentare della Repubblica. Perché due anni? La ragione è che l’ordinamento giudiziario concede agli incensurati condannati a pene fino a 24 mesi il beneficio della condizionale: non si va dietro le sbarre. Un compromesso politico assai discutibile, alla faccia di un articolo della Costituzione, il 54, per cui «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Ma senza quell’obbrobrio la legge non sarebbe mai passata. In ogni caso, dunque, se la condanna a più di 24 mesi diventa definitiva mentre è deputato o senatore, il condannato deve lasciare il seggio.
Esiste però un paracadute, quello delle garanzie volute dai nostri padri costituenti. L’articolo 65 della Costituzione stabilisce in effetti che spetta alla legge determinare «i casi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore». Ma il successivo articolo 66 prescrive: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità». Tradotto, un parlamentare non può perdere il seggio se non con un voto del Parlamento. Necessario, anche se per legge non potrebbe più occupare lo scranno.
Il caso che più ha lacerato la politica è quello di Berlusconi. Condannato in via definitiva per frode fiscale il primo agosto 2013 a quattro anni, mentre è senatore, il Cavaliere si trova al centro di una lunga disputa a palazzo Madama. La Giunta per le elezioni ne propone la decadenza, ma il suo partito presenta ben nove ordini del giorno per bloccarla. A infiammare ancora il clima, Berlusconi paragona il voto del Senato a «un colpo di Stato che parte da una sentenza criminale per eliminare il leader del centrodestra e spianare la strada alla sinistra» (Ansa, 25 novembre 2013). La sua denuncia cade nel vuoto. Due giorni dopo il Senato vota comunque a maggioranza la sua decadenza. Idem farà nell’aprile del 2016 l’assemblea della Camera quando si tratterà di far decadere da deputato Giancarlo Galan. L’ex ministro di Forza Italia ed ex presidente della Regione Veneto ha patteggiato due anni e dieci mesi al processo per gli appalti del Mose, il sistema di dighe mobili per la difesa di Venezia dall’acqua alta. Per evitare la decadenza deliberata dalla Giunta delle elezioni si tira in ballo anche la questione della retroattività. La legge Severino non esisteva all’epoca dei fatti: di conseguenza, non si applicherebbe alla vicenda Galan. Ma questa chiave di lettura non convince 388 deputati che approvano la proposta della Giunta, e l’ex ministro deve lasciare il seggio al primo dei non eletti nella circoscrizione.
Non va sempre così. Esiste infatti un caso in cui le cose, grazie all’articolo 66 della Costituzione, possono prendere una piega imprevedibile. È quello di Augusto Minzolini, senatore del Popolo della libertà e già direttore del Tg1 condannato in appello a 2 anni e mezzo per peculato con l’accusa di aver abusato della carta di credito aziendale della Rai. Minzolini è assolto in primo grado, ma in appello il giudizio viene ribaltato, con una sentenza che fa ricadere il caso dell’ex direttore del Tg1 nella fattispecie della legge Severino. Fa discutere la circostanza che della corte giudicante faccia parte un magistrato ex parlamentare della parte avversa. Prima di rientrare in magistratura Giannicola Sinisi è stato infatti deputato della Margherita e poi senatore dell’Unione per complessivi dodici anni, durante i quali ha ricoperto anche l’incarico di sottosegretario all’Interno nei governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Minzolini ricorre in Cassazione, che tuttavia conferma la condanna a 30 mesi mentre è senatore. La Giunta per le elezioni si esprime per la decadenza, in osservanza della legge Severino. L’aula, invece, vota clamorosamente contro nonostante lo schieramento di centrodestra sia in netta minoranza. Il 16 marzo 2017 ben 137 senatori dicono che Minzolini può rimanere in Senato, a dispetto della Severino e della interdizione ai pubblici uffici. Sarebbe la prima volta che accade. Ma il 28 marzo lui sceglie invece di dimettersi, uscendo dalla Camera alta per volontà propria.
Un precedente istruttivo, alla luce di ciò che potrebbe accadere nel caso in cui un condannato in via definitiva a una pena superiore a 24 mesi debba affrontare un simile frangente, disponendo però di una maggioranza parlamentare a proprio favore schiacciante. E soprattutto compatta. Per di più, non particolarmente ben disposta verso il potere giudiziario, comunque vada il referendum del 22 e 23 marzo. Come finirebbe la sfida?
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