Salute
5 marzo, 2026Articoli correlati
Il caso di Domenico mette a nudo un sistema delicatissimo. A fronte di oltre quattromila interventi tecnicamente riusciti, il più piccolo errore può rivelarsi fatale. Anche nel postoperatorio. Dal fattore umano ai protocolli di controllo sugli espianti. Resta il nodo delle donazioni, dei tempi di attesa e degli investimenti tecnologici per mantenere in vita gli organi
In Italia il sistema dei trapianti salva ogni anno oltre quattromila vite: circa la metà delle persone in lista d’attesa. L’altra metà resta sospesa in una guerra contro il tempo. Molti muoiono prima che arrivi un organo compatibile, altri non diventano più trapiantabili mentre aspettano. È una corsa in cui anche il più piccolo errore nella catena può segnare la differenza tra la vita e la morte, come nel caso del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo morto dopo un trapianto fallito, perché il cuore donato è arrivato congelato.
È da qui che comincia la storia della macchina fragile: una delle reti sanitarie più avanzate d’Europa, capace di salvare migliaia di vite, e allo stesso tempo esposta a vulnerabilità strutturali che emergono solo quando qualcosa smette di funzionare.
La narrazione pubblica del sistema trapianti italiano è costruita sui primati: 30,2 donatori per milione di abitanti, secondo posto in Europa dopo la Spagna, 4.223 trapianti eseguiti fino ad ottobre 2025. La forza del sistema trapianti italiano è reale. Ma sotto questa efficienza esiste una macchina che dipende da una catena di condizioni — umane, tecnologiche, logistiche, formative — ciascuna delle quali, quando si rompe, si paga con una vita.
Nel 2021, secondo una ricerca del professor Davide Croce dell’Università Carlo Cattaneo – 140 persone sono morte in lista d’attesa per la mancanza di organi che sarebbero stati tecnicamente recuperabili, ma scartati perché considerati “marginali” e non gestibili con le attrezzature disponibili nella maggior parte dei centri italiani.
Una possibile soluzione sarebbe stata l’Organ care system (Ocs), una tecnologia che mantiene gli organi vivi e metabolicamente attivi grazie alla perfusione con sangue ossigenato a temperatura quasi corporea. In Italia questa tecnologia è presente solo in alcuni centri d’eccellenza, tra cui l’Asst Papa Giovanni XXIII, l’Irccs Policlinico Sant’Orsola, l’Ospedale Niguarda e l’Ospedale San Camillo-Forlanini.
Fuori da queste realtà, però, la tecnologia spesso manca e pesa anche la carenza di personale: le attività di donazione e trapianto richiedono équipe multidisciplinari operative h24, mentre molti reparti lavorano sotto pressione per la scarsità di anestesisti, rianimatori, infermieri e tecnici dedicati.
A spiegare come funziona il sistema trapianti è Mariano Feccia, direttore del Centro regionale trapianti del Lazio e cardiochirurgo dell’Ospedale San Camillo-Forlanini, che nel 2000 ha costruito da zero il programma di trapianto cardiaco: « Il sistema si basa su tre pilastri: parte clinica, logistica e formazione del personale. L’innovazione significa sviluppare laboratori per il Dna libero circolante, introdurre macchine di perfusione e sostenere politiche efficaci della donazione».
«Dietro ogni trapianto — aggiunge — c’è un lavoro strutturato di formazione e coordinamento: i corsi Tpm (Transplant procurement management), servono a insegnare al personale sanitario a individuare e gestire correttamente un potenziale donatore». I controlli sono affidati al Centro nazionale trapianti (Cnt), che monitora periodicamente esiti e attività dei centri. Nel 2024 nel Lazio sono stati effettuati oltre 450 trapianti, mentre l’attività pediatrica è concentrata nell’Ospedale Bambino Gesù.
Sul trasporto degli organi, Feccia chiarisce: «Più dei contenitori che sono stati usati per 50 anni con ottimi risultati, conta la modalità con cui l’organo viene preparato e conservato». Un sistema quello descritto, che mostra come per decenni il trasporto degli organi ha funzionato sulla fiducia nelle competenze individuali più che su protocolli verificabili.
I dati 2025 mostrano inoltre un divario territoriale persistente. Nonostante a livello nazionale il tasso di opposizione si sia leggermente contratto al 28,9 per cento, la geografia del “no” alla donazione resta una ferita aperta.
Ma la fragilità della macchina non è solo tecnologica o logistica. Esiste un nodo meno discusso che risale alla catena del comando. Il Centro nazionale trapianti, struttura dell’Istituto Superiore di Sanità, è guidato da un direttore nominato dal ministro della Salute. Nel marzo 2024 il ministro Orazio Schillaci, dopo Massimo Cardillo — ematologo milanese, ha nominato Giuseppe Feltrin, cardiochirurgo di Padova e fino a quel momento coordinatore regionale dei trapianti del Veneto.
La nomina di Feltrin secondo fonti interne, è stata un’espressione diretta della Lega del Veneto. Mentre in Campania il centro regionale trapianti è diretto da Pierino Di Silverio, nominato dal governatore Vincenzo De Luca: Di Silverio è contemporaneamente direttore di una Uoc di Medicina del Lavoro, membro del Cda Enpam e segretario nazionale dell’Anaao (maggior sindacato italiano a componente di dirigenza medica e sanitaria).
Ed è proprio in Campania che, secondo Federconsumatori, il caso di Domenico non è imputabile a fatalità, ma a carenze organizzative già segnalate dal Centro nazionale trapianti. Tra il 2019 e il 2024 l’unità pediatrica campana ha eseguito un solo trapianto.
Le criticità, però, non sono solo locali: a livello nazionale la scarsità di organi e la concentrazione dei trapianti in pochi centri espone molti bambini a lunghi tempi di attesa. A questo si aggiunge il successo dei trapianti. I numeri ufficiali del Centro nazionale trapianti (Cnt), degli ultimi aggiornamenti estratti dalle tabelle per il periodo 2000-2021, mostrano con chiarezza quanto sia sottile il confine tra successo e tragedia. Su un totale nazionale di 419 bambini trapiantati di cuore, 79 non sono sopravvissuti entro i primi cinque anni.
A Roma, all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, si registrano 34 decessi su 161 pazienti; a Torino, all’Ospedale Regina Margherita, 12 su 51; a Padova 8 su 39; al Monaldi di Napoli 5 su 24; a Bergamo 8 su 70. Il dato più critico fornito dal Cnt riguarda però il fallimento dell’organo (graft): in totale, 92 cuori trapiantati hanno smesso di funzionare prima dei cinque anni.
E quando qualcosa va storto, il silenzio è spesso la prima risposta, a causa di una cultura istituzionale che continua a considerare la comunicazione dell’errore un rischio più grande dell’errore stesso. Lo si è visto con la storia di Domenico ma anche con quella di Lisa Federico. Arrivata nell’estate 2020 all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma con un livido sulla coscia, Lisa Federico aveva 16 anni e una diagnosi di aplasia midollare severa, malattia grave ma curabile con trapianto. La sacca di midollo, proveniente da una donatrice tedesca, conteneva però globuli rossi incompatibili: un errore che i protocolli avrebbero dovuto intercettare. Secondo gli atti, l’infusione proseguì comunque. Lisa morì il 3 novembre 2020, sedici giorni dopo il trapianto.
A raccontarlo oggi è la madre, Margherita Eichberg, insieme al padre Maurizio Federico: «Quando arrivò il midollo, il suo era già stato distrutto, proprio come il cuore del piccolo Domenico espiantato dal suo petto». Il 14 luglio 2025 i due medici sono stati assolti perché il fatto non sussiste, ma i genitori, decisi a proseguire la loro battaglia, hanno denunciato i periti nominati dal giudice per presunta falsa perizia.
La morte del piccolo Domenico e quella di Lisa Federico mettono a nudo la fragilità di un modello organizzativo dove l’errore non è previsto, ma resta tragicamente possibile. È l’altra faccia di una macchina straordinaria che salva migliaia di vite, ma che quando perde il controllo può trasformare l’eccellenza in un dramma irreversibile.

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