Sport
6 febbraio, 2026L'agenzia mondiale antidoping ha annunciato di star monitorando segnalazioni sul presunto uso, da parte di alcuni saltatori, di acido ialuronico per ritoccare le tute
Era il 2009 quando LaShawn Merritt, campione olimpico dei 400 metri, provò a spiegare la positività a uno steroide anabolizzante con una frase destinata a restare negli archivi dello sport: aveva assunto un prodotto per aumentare le dimensioni del pene. “La squalifica non potrà mai superare l’imbarazzo”, disse allora. E diventò materiale da spogliatoio prima ancora che da tribunale antidoping. Quella versione non convinse nessuno e finì archiviata come l’ennesima scusa maldestra. Sedici anni dopo, però, la storia torna a bussare alle Olimpiadi. Solo che stavolta non è un alibi: può essere la prova di un’indagine. Succede nel salto con gli sci, disciplina che a Milano Cortina rischia di regalare più planate fuori pista che metri in volo.
penisgate, il caso delle presunte iniezioni al pene alle olimpiadi di milano cortina
La Wada, agenzia antidoping, ha confermato di stare monitorando segnalazioni secondo cui alcuni atleti avrebbero fatto ricorso a iniezioni - in particolare di acido ialuronico - per modificare temporaneamente le misure falliche durante i controlli. L’obiettivo non sarebbe farmacologico, ma sartoriale: ottenere tute più larghe, più superficie e maggiore portanza. Un corpo “ritoccato” per stare meglio dentro il regolamento. O appena al limite.
Il contesto è quello di uno sport ossessionato dal centimetro. Le tute dei saltatori vengono omologate attraverso scanner tridimensionali che misurano ogni curva del corpo: torace, cosce, inguine compreso. Dopo lo scandalo del 2025 - quando Marius Lindvik e Johann André Forfang, due atleti norvegesi, furono sospesi per aver manipolato le cuciture nella zona genitale - l’attenzione si è spostata dalla stoffa alla pelle. È anche capitato in passato che nelle mutande si aggiungesse argilla. Se prima si cuciva, adesso però c’è l’ipotesi che si inietti.
Come riporta il Guardian, il presidente della Wada Witold Banka aveva già ricevuto il dossier “penisgate”, un’ipotesi sollevata per la prima volta dalla Bild. Lo stesso capo dell’agenzia antidoping, sghignazzando durante il meeting di Milano dopo una domanda a riguardo, s’è fatto serio: “Ci darò un’occhiata”, ha detto. A lui ha fatto eco il dg Olivier Niggli: “Non sono a conoscenza dei dettagli, ma se dovesse emergere qualcosa, prenderemmo in considerazione qualsiasi cosa sia effettivamente correlata al doping. Non utilizziamo altri metodi per migliorare le prestazioni, ma la nostra commissione esaminatrice valuterebbe se questo rientra in questa categoria. Ma non ne avevo sentito parlare prima che me lo diceste voi”. L’agenzia antidoping, per ora, frena: non ci sono prove o sanzioni, ma c’è una linea sottile che trema. O che potrebbe essere scavalcata da qualche salto agevolato.
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