Sport
12 febbraio, 2026I Giochi invernali sono uno strumento politico fondamentale nella narrazione di Pechino. Ci puntano anche India e Arabia Saudita. L’Italia li ospita, ma non c’è poi tanto da raccontare
Come chi si presenta troppo presto a una festa e trova i padroni di casa in accappatoio, devono essersi sentite spaesate le troupe della televisione di Stato cinese CCTV arrivate in Italia a inizio dicembre. Pronte a iniziare una copertura anticipata ed estesa dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina, si sono ritrovate in mezzo ai cantieri, con la neve che scarseggiava e un Paese fermo sull’annuncio dei big a Sanremo. Si sarebbe iniziato a parlare delle Olimpiadi soltanto qualche settimana più tardi e parte del merito va alle foto dell’Uomo Gatto nelle vesti di tedoforo. Intanto CCTV continuava a trasmettere, aggiornando un pubblico sempre più interessato agli sport invernali, considerati da Pechino un’importante area di sviluppo. «Nel racconto che ne ha fatto Xi Jinping, le Olimpiadi invernali del 2022 sono state le “vere” Olimpiadi, anche più di quelle estive del 2008», spiega Moris Gasparri, studioso di sport, saggista e autore de “La partita del potere: come lo sport è diventato un’arma nelle mani dei leader autoritari” (Egea).
In molti Paesi occidentali i Giochi invernali vengono percepiti come un evento minore, se non addirittura un fastidio. Sono meno seguiti, vi partecipano poche delegazioni e il peso economico e organizzativo ha fatto sì che diverse candidature recenti (come quelle di Davos, Innsbruck e Calgary) fossero bocciate dai rispettivi referendum cittadini. Per la Cina, al contrario, la complessità organizzativa rappresenta un’occasione per dare visibilità alla propria potenza tecnologica. Prosegue Gasparri: «Noi europei non abbiamo mai dato allo sport un ruolo politico forte, ogni istituzione non fa che ripetere che “non deve mescolarsi alla politica”. Nel caso della Cina, lo sport e in particolare le Olimpiadi diventano filosofia della storia. Quando un atleta cinese vince una medaglia, si scatena un senso di riscatto collettivo da un complesso di inferiorità che ha molto a che fare con il corpo».
Le Olimpiadi invernali sono state cruciali per questa costruzione ideologica: «Nella propaganda del Partito comunista cinese, i Giochi del 2022 sono diventati il simbolo della grande avanzata tecnologica. Lo testimonia il discorso di ringraziamento pronunciato da Xi Jinping: ascoltandolo, si ha l’impressione di essere di fronte all’evento più importante della storia cinese e quindi, nella loro visione, della storia dell’umanità». Le gare di Pechino 2022 si sono svolte in zone montuose su cui non nevica e il governo ha rivendicato con orgoglio il primato delle prime Olimpiadi totalmente a innevamento artificiale. Un traguardo che presuppone altissime capacità ingegneristiche e industriali, previsioni meteo accurate e poderosi investimenti sulle infrastrutture. Il messaggio verso l’esterno è quello di una potenza imperiale moderna e vincente, «ma le ideologie politiche dello sport», aggiunge Moris Gasparri, «vanno interpretate soprattutto in chiave interna». L’armonia e l’unità territoriale sono le vere ossessioni cinesi e la principale divisione da appianare è quella tra le ricche metropoli delle zone costiere e le aree interne meno sviluppate, che negli sport invernali possono trovare un’occasione di crescita.
Per questo Xi si era dato l’obiettivo di creare “un popolo di sciatori” e ci è riuscito: sono 300 milioni i praticanti sport invernali, «un risultato che ricalca gli oltre 800 milioni di cinesi usciti dalla povertà, rivendicati nei discorsi dei leader del partito come la grande conquista degli ultimi cinquant’anni». E tra questi 300 milioni, le stelle più luminose sono lo snowboarder Su Yiming ed Eileen Gu, sciatrice freestyle che ha scelto di gareggiare per la Cina nonostante sia cresciuta a San Francisco. Sono entrambi giovanissimi, popolari sui social e volti-simbolo di una nuova Cina: «Non c’è più il collettivismo impersonale di derivazione sovietica. Vincere ori per la madrepatria ora racconta di figli provenienti da famiglie benestanti, capaci di veicolare in forme pop il nuovo nazionalismo cinese», spiega il saggista.
Per prepararsi ai Giochi di Milano Cortina, Su Yiming si è allenato per settimane in indoor a Riyadh, in Arabia Saudita, nel bel mezzo del deserto. Non è un paradosso, anche a quelle latitudini gli sport invernali sono visti come un simbolo di modernità, «uno slancio trasformativo che a noi appare a tratti distopico, ma che serve a dire al mondo che “ora contiamo noi, noi cresciamo e noi siamo il presente e il futuro dell’umanità”. E non vale solo per i sauditi». Il primo ministro indiano Narendra Modi ha ideato e lanciato “Khelo India”, un grande progetto di politica sportiva. «Gli sport invernali sono al centro di questo piano di investimenti, soprattutto con l’intento di sviluppare le aree montuose che sono spesso zone di conflittualità geopolitica».
Le Olimpiadi invernali, insomma, sono un palcoscenico importante per gli organizzatori, lo sono state anche per l'Italia, ma nel passato: «I Giochi di Cortina del 1956 mostrarono al mondo un Paese che si era rimesso in marcia dopo la guerra e hanno lasciato un'eredità importante. Furono proprio quelle gare a lanciare la produzione di scarponi da sci nel distretto di Montebelluna, a ridosso delle Dolomiti. Tuttora, buona parte dei 5 miliardi di Pil ricavati dall'export di prodotti sportivi viene da quel polo industriale». «Oggi, però, c'è poco da mostrare», conclude Gasparri, «e la scarsa programmazione riflette proprio l’assenza di un racconto». Intanto le potenze del futuro non aspettano più, bussano alla porta, vogliono entrare alla festa. E a noi non resta che aprire imbarazzati, scusarsi del ritardo e offrire un aperitivo. Quelli li sappiamo ancora fare.
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