Televisione
21 luglio, 2025Terrapiattisti, istinti primari, brama di esserci. Il vero non conta, basta il verosimile. Il cult di Canale 5 è sempre più simile alla tv tutta, in cui caschiamo senza difese. E che ci racconta, anche troppo
Più di quattro milioni di persone guardano “Temptation Island” su Canale 5. Lo share della fascia che va dai 15 ai 19 anni è del 61.5%. E a questa ricca fetta di giovani menti curiose, aperte a conoscere lo sconosciuto mondo adulto, è stato detto in prima serata, da uno dei fidanzati più iconici di questa edizione, che «i dinosauri non si sono mai estinti, i giganti sono veri, l’uomo sulla luna non c’è mai andato, la terra è piatta». Un colpo di genio, niente da dire, che si rifà pedissequamente alla linea informativa subita negli anni che ha dalla sua più o meno il medesimo successo. Tipo il cambiamento climatico non esiste, fa solo caldo, è solo un po’ di pioggia, le bare di Bergamo erano vuote, la cultura è ostaggio della sinistra e poi soprattutto parlateci di Bibbiano.
Talk show o reality per me pari sono, avrebbe parafrasato Rigoletto, perché alla fine quel che funziona davvero è spararla alta ma con noncuranza in modo che tutto risulti se non vero quantomeno plausibile, tendente al basso perché sia facile crederci. Poi per smentire ci sarà tempo.
Diventato un cult costruito con perizia assoluta, il paradiso delle tentazioni alla verosimiglianza ci ha rinunciato da un pezzo. Basti pensare che non è più neppure un’isola, ma solo una spiaggia calabrese su cui si agitano scomposte coppie sul punto di infrangersi e che hanno trascorso del tempo a studiare con impegno non tanto per risolvere i loro problemi dentro e fuori le lenzuola ma per affrontare al meglio il falò di confronto. E tutto funziona, meglio di Pornohub, i cui ascolti crollano del 18%, in favore del sesso che non c’è, quello immaginato durante il karaoke o davanti a un caffè rubato in un parcheggio.
Un programma pieno di omonimie, dove la comunicazione è talmente basica che passa dagli oggetti, se fai l’avvocato ti presenti mostrando la toga appoggiata sul divano così si capisce, poi se l’italiano è un vezzo pazienza, alla fine conta poco. Tra massaggi e caviglie scoperte la gelosia tossica che tanto ha dato alle precedenti edizioni lascia il passo al risibile, lo scotch passato sulle lenzuola per cercare tracce ormonali che fa tanto crime, manca solo il tentatore vestito da patologo.
E le pene d’amore si trasformano, lasciando posto al terrore di abbandonare il programma dei miracoli che tutti ormai «si sono studiati nel cervello» come un lasciapassare per affrontare il quotidiano stordimento regalato dalla piccola scatola televisiva a folle di spettatori che si rivedono come figurine sull’album, e godono insieme nel ridere dell’altro, per non guardare se stessi. Per poi riscoprirsi finalmente mediocri, ma in ottima compagnia.
Da guardare
Medical drama, denuncia sociale, groviglio di sentimenti, recitazione e bella scrittura: a settembre su Sky arriva “The Pitt”. Noah Wyle si rimette il camice lasciato nell’angolo remoto di “E.R” e torna in corsia per quindici puntate, una per ogni ora di turno, in un pronto soccorso pubblico. Da non perdere.
Ma anche no
“Dexter: Resurrection” (Paramount+) è l’esempio perfetto di come si possa spremere un soggetto fino all’inverosimile e poi se da quello scarto di limone non esce una bevanda vera e propria pazienza. Sequel, prequel, ritorno dalla morte. Per la prossima stagione si attendono scene dall’aldilà.
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