Televisione
27 gennaio, 2026La storia incredibile (ma vera) del Dott. Borromeo, che riuscì a ingannare i nazisti inventando una fantomatica malattia infettiva. Una serie televisiva, in onda su Rai 1 il 27 e 28 gennaio, racconta il coraggio di un “giusto fra le nazioni”. Tra le polemiche per l'assenza dei fascisti dalle scene
Roma, settembre 1943. La città è invasa dalle truppe tedesche che si danno al rastrellamento casa per casa degli ebrei rimasti in città. La comunità ebraica romana è ancora molto folta, nonostante le leggi razziali siano in vigore già dal 1938. In quei momenti di terrore, fra i membri della comunità si diffonde la voce che all’ospedale Fatebenefratelli c’è un medico che può salvarli: il Dott. Giovanni Borromeo. Una storia vera che, a distanza di oltre ottant’anni, è tornata al centro dell’attenzione grazie a una fiction Rai, in onda su Rai 1 il 27 e 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria. La pellicola, tuttavia, ha sollevato diverse polemiche per l'assenza dei fascisti dalle scene. Sulla questione, ad esempio, è intervenuto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri: "Ho letto e spero che non sia così, che c’è una fiction che dovrebbe andare in onda sul rastrellamento degli ebrei di Roma, dove non si vedono proprio i fascisti. Loro non ci stanno, ci sono solo i nazisti".
Chi era Giovanni Borromeo
Nato a Roma nel 1898, il Dott. Giovanni Borromeo si laurea in medicina, con lode, a soli ventidue anni. La sua famiglia è una di quelle “dinastie” di medici romani ma la sua carriera non è facilissima: nel 1929 vince il concorso per diventare primario degli Ospedali riuniti, ma il rifiuto di prendere la tessera del partito fascista gli fa perdere l’incarico. Il giovane Dott. Borromeo non si arrende e riesce a diventare primario del Fatebenefratelli nel 1934, su nomina del priore dell’ospedale, Maurizio Bialek. Il frate punta a risanare la situazione della struttura che all’epoca versava in uno stato di semiabbandono. Nel giro di pochi anni, il Dott. Borromeo rimette in sesto l’ospedale fino a quando lo scoppio della guerra farà incrociare il suo destino con quello di decine di ebrei.
Un piano collaudato: finti certificati di morte e nuove identità
Fin dai primi momenti dell’invasione tedesca, l’Ospedale diventa il rifugio di ebrei, antifascisti, ma anche russi e polacchi. Gran parte di questi arriva al Fatebenefratelli grazie al Dott. Vittorio Emanuele Sacerdoti, un medico ebreo che lavora nell’equipe di Borromeo. Il metodo per metterli al sicuro è ben collaudato: i “pazienti” vengono ammessi nell’ospedale dal quale escono “morti” grazie a certificati che ne attestano il decesso. In questo modo, tantissime persone in pericolo riescono a fuggire con nuovi documenti d’identità che riportano cognomi cattolici. Il rastrellamento degli ebrei però fa precipitare la situazione: gli ebrei che si rivolgono al Dott. Borromeo sono sempre di più e le perquisizioni dei comandi tedeschi diventano inevitabili. Il coraggio della disperazione porta il Dott. Borromeo ad architettare un piano ancora più pericoloso: “il morbo di K”.
Il “morbo di K”: un “gioco” pericoloso
Il 16 ottobre del ’43 inizia il rastrellamento di massa degli ebrei romani. Il panico si diffonde fra quelli che non erano ancora riusciti a mettersi in salvo, così il Fatebenefratelli diventa l’unica speranza. Le perquisizioni dei tedeschi diventano sempre più frequenti, il Dott. Borromeo e la sua equipe si rendono conto che si tratta solo di una questione di tempo, i tedeschi sarebbero arrivati da un momento all’altro.
Il medico romano ha un’idea assurda: inventare una malattia infettiva che faccia desistere i tedeschi a controllare documenti e passaporti. Con la complicità del priore, chiede ai suoi collaboratori di falsificare decine e decine di cartelle cliniche. I documenti vengono compilati con una nosografia accurata, tutto deve combaciare con la malattia che il Dott. Borromeo ha appena inventato, il terribile “morbo di K". Tosse, cefalea, convulsioni e un altissimo tasso di contagiosità: questi sono i sintomi che vengono descritti dai documenti clinici. I malati vengono tenuti in uno stato di stretto isolamento in un reparto speciale del Fatebenefratelli. Sulla vetrata di ingresso c’è un grande cartello con scritto “vietato l’ingresso ai non addetti”. L’idea di chiamarla sindrome di K viene a Sacerdoti. Da una parte K fa venire subito alla mente il temuto morbo di Koch, dall’altra è un richiamo voluto a Kesserling e Kappler.
Il Dott. Borromeo chiede ai “malati” di immedesimarsi nella parte, devono tossire continuamente e fingersi febbricitanti. Come previsto, due camion delle Ss si presentano al Fatebenefratelli accompagnati da un medico della Wehrmacht per perquisire i reparti. Borromeo parla fluentemente tedesco e spiega la situazione critica dell’ospedale, invita il medico a visitare i reparti. Incredibilmente, il piano riesce: i tedeschi, probabilmente convinti che si tratta di una forma di tubercolosi, lasciano l’ospedale senza procedere con i controlli approfonditi dei documenti.
Le testimonianze dei sopravvissuti
Con quel gesto di coraggio e incoscienza, i medici del Fatebenfratelli salvarono decine di ebrei e perseguitati politici dalla deportazione mettendo a rischio la loro stessa vita. Per molti anni la storia del “morbo di K” è rimasta solo un ricordo di chi era riuscito a salvarsi. Tra queste testimonianze ci sono quelle dei signori Claudio e Luciana Tedesco, che dopo la guerra tornarono più volte in ospedale per ringraziare personalmente coloro che avevano messo a rischio la propria vita per salvarli. Insieme a loro, anche la signora Gina Almagià contribuì a far conoscere il ruolo decisivo e l’altruismo del professor Borromeo.
La gratitudine della famiglia Tedesco si tradusse in un gesto simbolico e duraturo: la piantumazione di alberi in onore dei loro soccorritori in una foresta in Israele. Parallelamente, i familiari si rivolsero a Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, affinché fosse riconosciuto formalmente il ruolo svolto da Borromeo nel salvataggio di decine di ebrei. Il 13 ottobre 2004 il Dott. Giovanni Borromeo è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni. Un attestato che oggi, in occasione della Giornata della Memoria, restituisce pieno valore a una forma di resistenza civile fatta non di armi, ma di umanità.
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