Televisione
26 febbraio, 2026Achille Barosi cantava "Perdutamente" in auto con Erica, sua madre. Sul palco dell'Ariston la canzone non sembrava più di Lauro, ma di tutti. Di quei ragazzi che sono diventati figli, nipoti, amici, fratelli di tutti noi
Achille Barosi cantava in auto con Erica, sua madre, "Perdutamente", la canzone di Achille Lauro, che sul palco del Festival di Sanremo è stata restituita a lui e alle vittime di Crans-Montana. È un gesto che molti possono riconoscere: un tragitto qualunque, una canzone condivisa, la familiarità dell’ordinario fra madre e figlio che diventa comunicazione d’amore.
Sono questi frammenti, apparentemente marginali, a costituire la sostanza delle nostre vite. Poi quella canzone è stata scelta per il suo funerale come saluto, come per rivivere il calore di quella condivisione all’infinito. Il funerale di un adolescente è innaturale perché un ragazzo ha diritto al tempo, al tutto che deve ancora accadere. Sua madre, a Domenica In, ha raccontato con grande dignità ciò che ha visto quella notte: le urla, i corpi sulle lettighe, il disorientamento delle famiglie, il dolore che “nessun essere umano dovrebbe conoscere”. Lo possiamo solo immaginare, al sicuro come siamo nelle nostre case, con i nostri figli al riparo, a scuola, nelle loro camere. Noi siamo fortunati e lo sono anche io, mentre scrivo. Siamo sulla soglia opposta, dall’altra parte dell’abisso. Eppure, in quei giorni, è accaduto il contrario.
Prima il giudizio affrettato sugli smartphone, la generalizzazione di una generazione, poi come se non bastasse, le immagini dei funerali sono state diffuse, ingrandite, trattenute oltre il necessario, come se il dolore potesse essere osservato per produrre visualizzazioni. E insieme alle immagini sono arrivati i commenti, le domande, il giudizio che nessuno ha arginato. “Quanto piangeva, perché cantava?. Io non l’avrei fatto, ma cos’è un concerto?” Come se il lutto dovesse aderire a una un parametro per essere legittimo. Penso continuamente a quelle madri, a quelle famiglie, al contrario avrei fatto di tutto per proteggerle.
Raccontare implica una scelta, anche quella di sottrarre perché oltre quella soglia c’è qualcosa che non ci appartiene. Sul palco dell’Ariston, "Perdutamente" è tornata a ricordare che esiste ancora uno spazio comune dove non si consuma, ma si torna a essere umani. Commossi, a bocca chiusa. La canzone non sembrava più di Lauro, ma di tutti. Di quei ragazzi che sono diventati figli, nipoti, amici, fratelli di tutti noi. Non nel senso di una proprietà, ma di riconoscimento. In quello spazio musicale è stata prodotta la cultura del fare. Non è un caso che questo orientamento di Achille Lauro trovi continuità anche fuori dalla scena, nel lavoro della sua neonata Fondazione Madre, dove l’attenzione per i giovani e le loro fragilità, diventa intervento.
Italo Calvino scriveva che l’inferno dei viventi è già tra noi, nel modo in cui stiamo insieme. L’alternativa è riconoscere ciò che non lo è e dargli spazio. In questi giorni quell’inferno si è manifestato nel modo in cui abbiamo giudicato il dolore degli altri dimenticando di non poter indossare quella forma di esperienza. Sul palco del Festival di Sanremo, per qualche minuto, si è aperta una possibilità diversa e la necessità di difenderla. È da lì che si decide che tipo di comunità vogliamo essere. Anche questo è uno dei poteri della musica. Peccato dimenticarlo, il giorno dopo.
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