Televisione
16 marzo, 2026Il virus della brutta fiction ha contagiato definitivamente il prodotto seriale ambientato nel carcere minorile
Non si fa sulla Croce Rossa, figuriamoci su una serie. Però vedendo “Mare fuori 6” verrebbe proprio spontaneo l’accanimento, su un prodotto in cui qualcuno aveva persino creduto. E che invece lascia, vista la delusione generale, quello stesso sapore dispiaciuto del cibo italiano in un non luogo turistico pieno di inutile panna e tovaglie a quadretti sulle note di mandolini elettronici nelle vie.
Nato con la spontaneità grezza delle cose ben fatte in teoria e persino in pratica, aveva puntato tutto provando a raccontare quell’energia anomala che scorre come un’onda in chi pensava di aver scelto, anziché subire un sentiero segnato da altri. Un’altra famiglia, un’altra appartenenza, un’altra idea di Stato, che nonostante tutto manteneva quel profumo di buono, a tratti inseguito da giovani vite sull’orlo dell’abisso.
Poi, col trascorrere del tempo, il virus della fiction ha cominciato a farsi largo, tipo epidemia, contagiando a poco a poco attori e scrittura, in un accavallamento di occhi che roteano, frasi da cioccolatino e lacrime di glicerina che non si vedevano dai bei tempi in cui Barbara D’Urso entrava nel camice della dottoressa Giò. E da mare si è pietrificato in terraferma.
Ormai è l’apoteosi, al punto che le espressioni di Rosa Ricci, e il suo conseguente atteggiamento nei confronti della legge, si riducono ad avere o meno il rossetto.
Nell’Istituto minorile di Nisida c’è un’altissima concentrazione di cantanti, ma evidentemente il budget non consentiva una playlist di spessore e la colonna sonora si riduce a un unico brano ripetuto in ogni forma, per la bellezza di dodici episodi di un’oretta ciascuno. Al punto che, probabilmente per reazione, la seconda attività più in voga è il pugilato.
La droga invece si spaccia nelle pance dei pesci, ma che il crimine non paghi si evince dal fatto che una cernia da due chili probabilmente costa ben più di una dose nella bustina. I ragazzi soffrono tantissimo ma sostanzialmente per amore, e si lanciano frasi come: «Se ami veramente il tuo amore lo proteggi fino in fondo», «Con i soldi compri tutto ma non l’amore», «L’amore è più importante del potere» e così via, mentre l’odio assume forme varie di citazioni sparse, da “Pulp Fiction” a “Grey’s Anatomy” senza azzardare uno straccio di complessità, perché qui si fanno polpettoni, mica noccioline. Alla fine il tempo non vola perché non ci si diverte abbastanza.
E quel che resta è solo un briciolo di sconcerto al pensiero che le sei puntate de “La giusta distanza” di Roberto Saviano vadano in onda su La 7. Come se il racconto da servizio pubblico tra crimine e legalità fosse destinato a un altro mare, questo sì davvero fuori. Ma dalla Rai.
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