«Non basta aspettare che i ragazzi gay le raccontino qualche confidenza o 'disagio'. Se si vuole davvero prevenire i drammi, occorre dire in classe dal primo giorno: lo so, fra voi ci sono etero e non». Lo scrittore Piergiorgio Paterlini risponde a Galatea Vaglio

Piergiorgio Paterlini, giornalista, scrittore, autore tra l'altro del celebre libro inchiesta 'Ragazzi che amano ragazzi', ha risposto nel suo blog sull'Espresso all'articolo di Galatea Vaglio, la docente e blogger che sempre sull'Espresso aveva raccontato le difficoltà degl insegnanti di fronte all'omofobia nelle scuole. Pubblichiamo qui di seguito il suo post, nella speranza che sia utile al dibattito in corso dopo la vicenda dell'adolescente suicida sulla cui morte ora indaga anche la procura per istigazione al suicidio.

Eppure, non ci vorrebbe molto. Basterebbe arrivare prima.

Basterebbe che a 'venir fuori' fossero gli adulti prima dei ragazzi, gli eterosessuali prima degli omosessuali. Dopo tanti anni, un po’ di 'democrazia del coraggi'”, come la chiamo io (che poi di coraggio ne servirebbe anche poco, la dose minima giornaliera).

Sì, ho letto tutti i problemi, le difficoltà, i ragionevolissimi se e ma della professoressa. E analoghi li ho ascoltati personalmente dalla viva voce di altri insegnanti.

Ma basterebbe che un-una prof di lettere (poniamo) entrasse in classe il primo giorno di scuola e dicesse:

«Come so che fra voi ci sono maschi e femmine (si vede, si vede abbastanza perfino oggi) e ne tengo conto nei miei comportamenti e nel linguaggio, in modo 'normale', ovvio, 'naturale'; come so – si vede anche questo – che fra voi ci sono ragazzi di provenienza culturale, religiosa, geografica diversa, e ne tengo conto (dovrei, almeno) nel linguaggio e nei comportamenti; così so che fra voi ci possono essere eterosessuali e omosessuali, gay e lesbiche.

«Lo so perché le statistiche parlano di almeno un 10 per cento della popolazione e sarebbe ben strano che proprio nella mia classe non ce ne fosse nemmeno uno su trenta, e magari dieci tutti nella classe di fianco. Ma al di là delle statistiche so, non posso non sapere che esistono le persone omosessuali. E so anche che loro non ce l’hanno scritto nel colore della pelle, nella lingua d’origine, nei tratti somatici (nessuno, nemmeno quelli “che si vede”, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano e, per quanto importante, non lo è in questo momento).

«Dunque, lo so. Quindi non darò per scontato che siate tutti/e eterosessuali. E per me non c’è alcun problema. E ne terrò conto sempre, in modo “normale”, nei miei comportamenti e nel linguaggio».

Questo, prima dei drammi, prima del bullismo, prima del rapporto con la famiglia (che cavolo c’entra?), prima delle “confessioni” sempre tutte sulle spalle dei ragazzini.

Un passo così ovvio stabilirebbe, come dire, una parità almeno “istituzionale” oltre che umana fra etero e gay e fra ragazzi gay e insegnanti, rappresenterebbe una sponda per i ragazzi e una barriera contro i bulli (che per lo meno non potrebbero contare sulla davvero strabiliante capacità di non vedere della gran parte degli insegnanti).

Questo salverebbe delle vite? Sicuro. Impedirebbe dei suicidi? Più difficile da dire, il suicidio è sempre una cosa assai poco banale e non si è mai visto che qualcuno sia stato capace di impedire a qualcun altro che voleva davvero ammazzarsi di farlo, cerchiamo di non essere megalomani e di non passare dalla troppa complessità alla faciloneria ingenua.

Ma questo piccolissimo, “normalissimo”, assai poco coraggioso gesto – di riconoscimento, di “visibilità”, forte perché viene prima, prima che tu debba chiedere supplicare denunciare tormentarti subire tacere nascondere interrogarti – cambierebbe il mondo.

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