In un polveroso quartiere alla periferia di Lucknow, la capitale di uno degli stati più poveri e più conservatori dell'India, l'Uttar Pradesh, un gruppo di vigilantes si sta facendo un nome e una fama.
Non si tratta di vigilantes ordinarie. Sono ragazze, soprattutto adolescenti, che pattugliano le strade proteggendo giovani donne dalle molestie sessuali. Se ne vanno in giro indossando la tradizionale Salwar Kamiz, rossa e nera, punendo e umiliando quegli uomini convinti che il sesso sia un'arma molto potente in grado di ristabilire (chissà quale) ordine primordiale della famiglia.
Sono spinte dai dolori del passato. Ogni ragazza delle 'Brigate Rosse' - è questo il loro nome – è infatti stata vittima di uno stupro. Alcune sono state violentate dai loro stessi familiari. E nella maggior parte dei casi i crimini sono rimasti impuniti, la vittima lasciata sola soffrire il trauma in silenzio della propria vergogna. Dicono di essere costrette ad agire, perché nessun altro lo farà.
Non si sbagliano. I crimini sessuali in India sono aumentati da 2.487 nel 1971 a 24.206 nel 2011, secondo le stime ufficiali del National Crime Records Bureau, l'ente pubblico indiano responsabile della raccolta e dell'analisi dei dati sulla criminalità nel Paese.
Ormai la chiamano la 'cultura dello stupro'. I numeri parlano di un abuso commesso ogni 20 minuti, spesso di gruppo. "Questo non è un problema culturale, è un problema sociale, perché in India gli uomini hanno uno status sociale più elevato rispetto alle ragazze", racconta alla Cnn Usha Vishwakarma, ex docente e leader del gruppo.
Ha aperto il suo movimento di 'rondini' contro la violenza sessuale nel 2009 dopo essere rimasta vittima di uno stupro e dopo aver scoperto che una sua allieva di 11 anni era stata violentata da suo zio. "Il suo racconto mi sconvolse", e decise che era il momento di combattere il silenzio della comunità.
Al principio erano solo in 15, oggi sono un centinaio. Ogni 29 del mese convocano una manifestazione per sensibilizzare il Paese e le istituzioni sulla violenza contro le donne. Il giorno commemora lo stupro fatale subito lo scorso anno da una studentessa di 23 anni su un autobus di Nuova Delhi. Un punto di non ritorno. Che ha spinto il governo centrale a varare norme che includessero la pena di morte per i reati sessuali. In corteo, le 'brigatiste', scandiscono due slogan: "Stop alla violenza, ora!", "Vogliamo più sicurezza".
Si allenano in una palestra fatiscente e praticano le arti marziali seguite da un istruttore di Kung Fu. Gyan gli insegna a sferrare calci e pugni, e a rompere la presa di un aggressore che vuole abusare del loro corpo. Una foto sbiadita del leggendario Bruce Lee le guarda con approvazione, mentre ciascuna di loro attacca il maestro. Sono determinate, hanno la rabbia nel cuore. "Quello che sono costrette a fare è umiliante", spiega Gyan. "Io lo faccio per mia figlia".
Pooja, 18 anni, ride, ricordando la lezione inferta ad un ragazzo "troppo maleducato". "Lo abbiamo circondato, bloccato prendendogli le braccia. All'inizio ha pensato che stessimo scherzando, ma noi non scherzavamo. Lo abbiamo sollevato in aria, lasciato cadere a terra e schiaffeggiato".
"L'idea è quella di umiliarli. Siamo all'interno dei nostri diritti - ribadisce Vishwakarma - questa è auto-difesa, la polizia è assente per cui per cui dobbiamo difenderci". Mentre parla indossa anche lei la Salwar Kamiz rossa e nera. Rossa come il pericolo e la lotta, nera - dice - come la protesta.
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