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Per tre anni, le centinaia di milizie ex rivoluzionarie hanno riempito i loro arsenali di guerra, facendo razzia di tutti i depositi di armi dell’ex regime. Di fronte al rifiuto categorico degli appelli al disarmo, il Parlamento post-rivoluzionario ha poi appaltato ai gruppi armati ex combattenti la sicurezza del Paese. Sono state create formazioni di varia natura e sigle, sotto la supervisione del Ministero degli interni, del Congresso fino a gruppi nati sotto il vessillo dello Stato Maggiore.
Tuttavia la lealtà degli ex rivoluzionari al comandante della propria qatiba, brigata ex rivoluzionaria, non ha mai lasciato spazio ad un senso di appartenenza al corpo nazionale. Così quando lo scorso giugno il Congresso Generale ha tagliato i fondi ai gruppi armati, gli ex ribelli hanno rotto le file, portandosi dietro armi e veicoli. E si è arrivato al paradosso di due governi, uno filo islamista insediato a Tripoli e guidato da Omar al-Hassi e uno nazionalista insediato a Bayda e guidato da Abdullah al-Thinni.
MISURATA CONTRO ZINTAN
Nell’Ovest le due città-Stato Misurata e Zintan, alleate nella sommossa contro il dittatore nel 2011, si sono ritrovate l’una contro l’altra nella guerra per il potere post-regime. Sostenitori del blocco parlamentare post-rivoluzionario National Forces Alliance guidato da Mohamud Jibril, nemico giurato della Fratellanza Musulmana, gli Zintan accusavano Misurata di prestare il fianco ai fondamentalisti islamici nascosti tra le file del Congresso Generale Nazionale che sostiene al-Hassi. La sconfitta del partito Giustizia e Libertà dei fratelli Musulmani in Libia nelle seconde elezioni parlamentari di giugno ha fatto precipitare la situazione trascinando il Paese in uno scontro frontale tra la coalizione islamista guidata dai misuratini e il blocco cosiddetto nazionalista guidato dalle milizie di Zintan.
Misurata ha dichiarato illegittima la Casa dei Rappresentanti, invitando il Congresso Generale uscente a rimanere in carica. Alle milizie di Misurata, città portuale a 120 chilometri a Est di Tripoli, si sono unite le ex brigate rivoluzionarie della capitale vicine alla fratellanza, i gruppi armati della potente città di Zawiya e della minoranza culturale degli Amazigh, meglio noti come Berberi, dando vita al blocco “Fajr Libia”, “Alba della Libia”. Misurata vanta milizie con centinaia di carri armati al seguito, come Al Marsa, Tobaktus e Halbus, guidate dall’ex comandante rivoluzionario e capo dell’Intelligence Salah Badi.
Tripoli mette in campo il Centro Operativo dei Ribelli Libici (LROR) e il Comitato di Sicurezza Suprema (SSC), nati sotto il vessillo del Congresso a protezione della capitale e oggi guidati da un membro del Gruppo dei Combattenti Libici, che negli anni Ottanta erano al fianco di Al Qaeda in Afghanistan, Shaaban Hadia Al Zawi, noto con lo pseudonimo di Abu Obaida; Forsan janzour, che controllano il quartiere ovest di Janzour; e la Brigata Nawasi dislocata nel quartiere est di Suq Jumua, a guardia dell’aeroporto militare di Mitiqa, che oggi sostituisce l’aeroporto internazionale distrutto nei combattimenti di agosto.
Zawiya, città sulla costa ovest della capitale, vanta migliaia di uomini che operano sotto il vessillo di Daraa Libya Gharbia, formazione nata nel 2011 sotto il vessillo dello Stato Maggiore per proteggere il Congresso.Gli Amazigh, distribuiti nell’Ovest del Paese tra la montagna Nafusa e la città costiera di Zuwara, invece partecipano al blocco Fajr Libia con le Unità Mobili, nate sempre in seno allo Stato Maggiore nel 2012 come forze di interposizione nel Paese.
Zintan resta dunque l’unica forza schierata con il Parlamento di Tobruq nell’Ovest. Le migliaia di uomini delle milizie Qaqaa e Mohamed Magharief, di cui molti ex soldati dell’allora Brigata 32esima di Khamis Gheddafi, e Sawaq e Al Madani, guidate da Aimad Al Trabulsi, nipote dell’ex ministro delle Difesa libico Osama Jawli, restano oggi sulla difensiva, accerchiati come sono dalle forze di Fajr Libia.
Le forze filo-governative del generale in pensione Khalifa Haftar, impegnato nell’operazione “Karama” (Dignità) contro i gruppi fondamentalisti nella regione orientale del Paese, sarebbero accorse in aiuto degli alleati Zintan, bombardando dall’alto le postazione di Fajr Libia. Tuttavia il sostegno di Haftar agli Zintan non ha cambiato il rapporto di forza sul piano militare nella regione occidentale.
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La guerra al terrorismo si combatte in Iraq e Siria ma anche nel Triangolo delle Bermude africano. Una regione che ha per vertici Bengasi, il nord del Mali e il nord-est della Nigeria. Con baricentro a Dirkou, un’oasi nel Ténéré, a metà strada tra Tripoli e il Lago CiadNell’Est del Paese invece, il conflitto è di natura assolutamente differente. Distante dalle logiche della guerra tribale presente a Ovest, la regione orientale della Cirenaica si trova incastrata in una guerra ideologica tra fondamentalisti e nazionalisti.Con la fine del regime, i gruppi filo-qaedisti, per decenni confinati a Derna, città a 450 chilometri ad Est di Bengasi dove tre anni fa ebbe i natali la sommossa contro Gheddafi, sono usciti allo scoperto fino a conquistare terreno nella regione.
A giugno, il gruppo salafita Ansar Al Sharia, accusato di aver condotto l’attacco contro la missione diplomatica americana nel settembre del 2012, in cui è morto l’ambasciatore americano Chris Steven, ha istituito il califfato nella città di Bengasi. A maggio il generale in pensione Khalifa Haftar, ex uomo di Gheddafi, a capo dell’esercito libico nella guerra in Chad, successivamente per anni in esilio negli Stati Uniti fino alla sua ricomparsa in Libia durante la rivoluzione del 2011, ha lanciato l’operazione “Karama” contro i fondamentalisti.
Al fianco Haftar conta tra i suoi alleati la brigata Martiri di Zawyia e gli uomini della minoranza culturale dei Tabu, provenienti dalla città meridionale di Kufra. Ad Est, solo la città di Tobruq, dove è rifugiato il nuovo Parlamento, e la città di Bayda, dove invece sono insediati l’Assemblea Costituente e il Governo nominato dalla Casa dei Rappresentanti, sono sotto l’effettivo controllo delle forze governative Saiqa.A sud gli uomini di Misurata controllano Sabha la principale città della regione del Fezzan. Dislocati a Sabha dallo scorso febbraio come forze di interposizione tra le tribù locali allora in guerra, oggi le forze di Fajr Libia possono contare sul più grande aeroporto della regione. Lo scorso settembre, secondo quando dichiarato dalla Casa dei Rappresentanti, un aereo proveniente dal Sudan avrebbe rifornito di armi la coalizione guidata da Misurata. Il Governo del Sudan ha smentito le accuse, nel frattempo il ponte aereo con le forze misuratine resta aperto.
FRONTI CALDI
Dalla fine degli scontri a Tripoli tra le forze Fajr Libia e le forze di Zintan in agosto, che hanno visto le prime prendere il controllo prima dell’aeroporto internazionale e poi dell’intera città, il nuovo fronte tra i due blocchi rivali si è spostato nell’area dei Warshfena.Da oltre un mese colpi di artiglieria pesante piovono ininterrottamente nell’area abitata dalla tribù dei Warshfena, a poche decine di chilometri a sud ovest della capitale Tripoli. Anche l’ospedale centrale di Zahra, uno dei villaggi abitati dai Warshfena, è andato distrutto. Circa settemila sfollati si sono riversati verso l’interno della Montagna Nafusa, a sud ovest del Paese. L’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha lanciato un appello per l’apertura delle indagini sull’assedio contro Warshfena, ammonendo che vi sarebbero gli estremi per l’accusa di crimini contro l’umanità.
Tribù storicamente legata al regime dell’ex colonnello Gheddafi, dalla fine della rivoluzione del 2011 i Warshfena hanno sofferto sistematiche incursioni all’interno dei propri villaggi per mano dei twuar, i rivoluzionari.Tuttavia l’attuale assedio sui villaggi abitati dalla tribù d’onore, come si definiscono i Warshfena, ha più il sapore di una vendetta trasversale tra Misurata e Zintan. Colpire i Warshfena significa isolare ulteriormente gli Zintan. Di conseguenza le potenti milizie Qaqaa, Sawaq e Al Madani hanno dichiarato il loro appoggio ai “verdi” di Warshfena nel tentativo di creare una zona cuscinetto tra Zintan e le forze rivali guidate da Misurata. Infatti al momento dell’assedio dei Warshfena, gli Zintan si stavano ancora leccando le ferite della cocente sconfitta subita nella capitale.
Anche nella regione orientale del Paese, a Bengasi, la situazione resta assolutamente fuori controllo. Gli scontri tra i gruppi fondamentalisti e le forze filo-governative del generale Haftar sono giunti ad uno stallo totale. I bombardamenti aerei condotti dalle forze Karama, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto – come dichiarato anche da Washington - hanno visto Ansar Al Sharia arretrare dal centro di Bengasi, dove per circa due anni hanno sventolato le bandiere nere del Tawid. Tuttavia la milizia salafita insieme con i gruppi fondamentalisti della Brigata 17 Febbraio e Daraa Libia, braccio armato della Fratellanza Musulmana in Libia, continua a tenere sotto scacco le forze filo-governative Karama a Bengasi.Il fronte si è semplicemente spostato a sud: i filo-governativi capeggiati da Haftar sono attestati a sud-est della città, mentre i fondamentalisti sono a sud-ovest. Entrambi gli schieramenti in assetto di guerra, puntano all’aeroporto Benina, 30 chilometri a sud della città. A Derna invece le forze governative Saiqa e gli uomini di Haftar non sono mai entrati: la città è completamente in mano ai fondamentalisti guidati dalle milizie Martiri di Abu Slim e Ansar Ad-Din.
GUERRA PER GLI OLEODOTTI
La grande partita tra i due Parlamenti, ognuno con un proprio Governo al seguito, si gioca in realtà all’interno della Banca Centrale della Libia (CBL) e della Società Nazionale del Petrolio (NOC). A inizio settembre, la Casa dei Rappresentanti ha passato in gran fretta la legge anti terrorismo per poter colpire chiunque metta a repentaglio gli assets nazionali, come le rendite del petrolio che passano attraverso prima la NOC e poi la CBL, e i pozzi petroliferi, esposti costantemente al pericolo di un attacco da parte delle milizie.Di fatto oggi le forze governative controllano la quasi totalità delle infrastrutture petrolifere: a sud, i campi di estrazione di Al Sharara e El Phil; a sud est, il campo Wafa, ad Est i terminal di Brega e Ras Lanuf e la raffineria di Brega.Mentre le forze di Fajr Libia controllano la grande raffineria di Zawyia, sulla costa occidentale; le piattaforme petrolifere off shore, Al Jurf, bahr Al salam, Al buri, che giacciono di fronte alla città amazigh di Zuwara, e il compound dell’ENI Mellitah. Nonostante il caos imperante nel Paese, la produzione dell’oro nero è in rimonta: da 200,000 barili di petrolio dello scorso giugno, a metà settembre si contavano circa 900,000 barili esportati al giorno, a fronte dei 1,600,000 barili garantiti prima della Rivoluzione. Infatti oggi le forze di Fajr Libia e i rivali cosiddetti nazionalisti sembrano entrambi impegnati in una folle competizione per la riconquista di segmenti più ampi del mercato internazionale e quindi della legittimità internazionale.
RISCHIO ESCALATION
Il conflitto libico ha ampie ripercussioni sull’economia e la sicurezza di tutto il bacino del Mediterraneo. Potenze occidentali e regionali tengono gli occhi sul presente pantano libico.Il presidente egiziano Abdul Fatah al-Sisi, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, impegnati nella guerra contro l’ideologia fondamentalista islamica, avrebbero messo a disposizione delle forze del generale Haftar mezzi e risorse per attaccare via aerea le postazioni dei gruppi estremisti nell’Est e della coalizione Fajr Libia nell’Ovest, legata alla Fratellanza Musulmana. Nonostante i dinieghi da parte delle cancellerie, Haftar non ha mai reso conto dei mezzi, non disponibili in Libia, con cui sono stati effettuati i raid contro i nemici.
Anche l’Algeria pare aver preso parte ai radi contro le postazioni dei misuratini a Tripoli. Dal canto loro, gli estremisti di Bengasi e Derna hanno alle spalle alleati altrettanto importanti come il Qatar. Mentre la coalizione composita di Fajr Libia può contare anche sulla Turchia e sul Sudan, che di recente avrebbe rifornito di armi i misuratini dislocati nel sud.
Il rischio di un escalation del conflitto a livello regionale è il grattacapo delle cancellarie internazionali. Il caos e la massiccia quantità di armi a disposizione potrebbero trasformare il paese nel paradiso dei gruppi estremisti come lo Stato Islamico.