Editoriale

«L’Arabia Saudita ha un occhio di riguardo per l'Italia. Perché è la sua porta sull'Europa»

Il regno usa i proventi del petrolio per riconvertire la sua economia e ampliare il suo potere. In questa strategia geopolitica s'inserisce la corsa a Expo 2030. E, per lenire la sconfitta inflitta al nostro Paese e garantirsi un ponte verso l'Ue, potrebbe investire qui l’equivalente di una finanziaria

di Alessandro Mauro Rossi   11 dicembre 2023

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Mohammed bin Salman Al Saud

Ricordare la figuraccia italiana nella gara per aggiudicarsi Expo 2030 è un po’ come girare il coltello nella piaga. Però quel flop è il punto di partenza, più visibile alla gente comune, di un percorso di geopolitica ormai avviato che porta verso un nuovo ordine mondiale con l’Arabia saudita sempre più protagonista. I Paesi arabi possono giocare sul prezzo del petrolio aprendo o chiudendo il rubinetto della produzione e di conseguenza determinare il prezzo del barile. Così il petrolio si trasforma in denaro sonante, nei famosi petrodollari. Oggi Paesi come l’Arabia saudita usano quella ricchezza sapendo che il petrolio non potrà essere per sempre e stanno lavorando al cambiamento, attraverso la riconversione delle loro economie grazie proprio ai proventi del petrolio.

 

I sauditi sono avanti a tutti. Già nel 2016 hanno progettato Saudi Vision 2030, un programma strategico per ridurre appunto la propria dipendenza dal petrolio e diversificare l’economia del Paese, sviluppando servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, il turismo, l’intrattenimento, le energie alternative. Gli obiettivi chiave includono il rafforzamento delle attività economiche e l’incremento del commercio internazionale non petrolifero oltre all’aumento della spesa pubblica in ambito militare.

La “capitale” ideale del progetto Saudi Vision 2030 è la nuova città di Neom che sta nascendo in pieno deserto nella provincia di Tabuk a Nord del Mar Rosso. A Neom, su una superficie più grande del Lazio, per un investimento nemmeno conteggiabile, sorgerà il polo più innovativo al mondo dove verranno sviluppate le più avanzate tecnologie per le attività che riguardano l’uomo: dalla sanità ai trasporti, al cibo, alla cultura. Secondo i programmi, Neom sarà pronta entro il 2025 e farà il paio con la vicina, e anch’essa nascente, Trojena, la stazione sciistica più tecnologica al mondo dove nel 2029 si terranno i giochi invernali (sì, invernali in mezzo al deserto) asiatici.

 

Ormai il petrolio è così impattante in geopolitica che è diventato un elemento della diplomazia internazionale. E il denaro che produce può quasi tutto.

 

Basta appunto pensare alla vicenda dell’Expo 2030: il peso politico-economico dei sauditi è stato schiacciante. Tra l’altro, Massimiliano Atelli su L'Espresso spiega bene cosa è successo. Però l’Italia sembrava quasi che volesse giocare a perdere, consapevole che Roma avrebbe fatto una gran fatica a ospitare un evento del genere con tutte le sue criticità, ma soprattutto arrendendosi alla forza economica dei sauditi. Tra l’altro, il dossier di candidatura di Riad (vincitore) è stato elaborato dall’italianissimo Roberto Daneo, che si era offerto a Roma per lo sviluppo del dossier ma era stato respinto. Avevamo paura di vincere? Per la cronaca, Roberto Daneo ha fatto il medesimo lavoro per Torino (Olimpiadi vinte), per Milano (Expo), per la Federazione Italiana Golf (Ryder Cup), per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina.

 

I soliti bene informati raccontano che i sauditi per lenire le ferite della sconfitta italiana potrebbero investire nel nostro Paese 30 miliardi di euro, il valore di una finanziaria. Chissà se è vero. Di certo Riad ha un occhio di riguardo verso Roma. Non può essere un caso se come ambasciatore dell’Arabia saudita in Italia sia stato scelto il principe Faisal bin Sattam bin Abdulaziz Al Saud, nipote di re Salman. I sauditi ritengono che in futuro il nostro Paese avrà un ruolo sempre più importante all’interno dell’Unione europea. A loro vantaggio.

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