Energia, Regno Unito a rischio black out. Gli errori che l'Italia deve evitare

energia, sole, risorse
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La Gran Bretagna, pur essendo tra i primi paesi industrializzati a rialzare la testa dopo la crisi, rischia di vedere i propri sforzi vanificati da una crisi energetica senza precedenti. E il nostro Paese deve fare di tutto per non imitarla

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Immaginiamo che l’Italia finalmente riesca ad uscire dalla crisi. Tassi di crescita se non sorprendenti, almeno alti: 2-3% nel 2015. Una disoccupazione che va decrescendo da tempo e che è la metà di quella attuale. Addirittura, immaginiamo un’Italia che abbia un’economia così forte e robusta da poter pensare di sorpassare la Francia come seconda economia europea in pochi anni. Il sogno di molti italiani.

Allo stesso tempo però, ipotizziamo che questa prosperità corra un grande rischio: quello di rimanere a corto di energia. Non solo tutti gli sforzi fatti per ottenere questi risultati potrebbero essere vanificati dalla scarsità, e quindi dal prezzo molto alto, di risorse energetiche e di capacità di produzione di energia elettrica. Il rischio è addirittura quello che uno dei pochi paesi sulla via della ripresa rimanga improvvisamente al buio.

Non è immaginazione, ma tutti dati che si riferiscono al Regno Unito che, pur essendo tra i primi paesi industrializzati a rialzare la testa dopo la crisi, rischia di vedere i propri sforzi vanificati da una crisi energetica senza precedenti. Un problema però che il paese ha presente da oltre vent’anni, ma da cui non riesce a trovare una soluzione definitiva. Le stime del governo e dell’OECD sull’economia britannica sono rosee: disoccupazione al 6,5% nel 2015 (quella italiana è stimata al 12,5%), PIL quasi del 10% più alto del picco della crisi nel 2008 e tutte le premesse per essere l’economia del G7 che sta crescendo più velocemente, Stati Uniti inclusi. Un modello da seguire per uscire dalla crisi? Certamente, se non fosse per il rischio del suicidio energetico a cui sta andando incontro.

Il problema è serio: nel 2015 il margine di sicurezza del Regno Unito, cioè la capacità di produrre energia elettrica aggiuntiva, sarà intorno al 6%, nel 2016 al 2%. Il valore consigliato si aggira intorno al 20%. In altre parole, se un inverno freddo o un incremento della produzione nazionale dovessero aumentare la domanda di energia elettrica, o se un guasto ad una centrale nucleare diminuisse la capacità produttiva (ma sono bastati solo venti forti per chiuderne una per due settimane), il Regno Unito avrebbe due soluzioni: chiedere aiuto alla Francia, che però non è immune da questi stessi problemi, o semplicemente essere costretto a spegnere le luci e chiudere le fabbriche. E tanti saluti alla crescita del PIL.

La crisi energetica ha già avuto i suoi costi, in particolare su consumatori e imprenditori. La Tata Steel, seconda produttrice di acciaio in Europa, lamenta costi dell’elettricità superiori del 50% di Francia e Germania, ipotizzando di spostare le attività fuori dal Regno Unito proprio per questo. I cittadini britannici hanno visto il prezzo dell’elettricità aumentare di più del 30% in cinque anni.

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Il pericolo più grande però è lo spettro della dipendenza dalla Russia, che già fornisce più di un terzo del carbone al Regno Unito. Norvegia e Qatar provvedono al gas, insieme alla produzione nazionale, ma in maniera sempre più inadeguata. L’offerta diminuisce, il resto dell’Europa ha sempre meno da offrire al Regno Unito, e Mosca sembra sempre più vicina: con la crisi ucraina, questo è decisamente il peggior momento per bussare alle porte di Gazprom. Eppure, l’8 aprile 2013, alle centrali a gas britanniche rimanevano scorte solo per due giorni, e i cittadini inglesi aspettavano con ansia le spedizioni eccezionali su navi cariche di gas liquefatto dal Qatar per non dover rimanere al buio. Tutto questo il giorno in cui moriva Margaret Thatcher: l’ultima vendetta della Lady di Ferro, che contribuì personalmente a questa crisi.

Furono proprio le liberalizzazioni selvagge a portare il Regno Unito su questo baratro, insieme ad altri fattori. Queste, basate sull’idea che il settore dell’energia non fosse differente rispetto agli altri, uscirono fuori monche e mal strutturate. Il risultato? Ad oggi, il 98% del mercato elettrico britannico è posseduto da sei compagnie (le Big Six), di cui solo una inglese e una scozzese. Volatilità dei prezzi e maggiore rischio di mercato hanno ridotto gli incentivi a innovare le centrali. Senza né stimoli né obblighi ad investire, il parco produttivo è invecchiato: molte centrali a carbone e gas sono state chiuse senza essere rimpiazzate, la vita di quelle nucleari estesa oltre il previsto. Nel frattempo, sfruttando il proprio strapotere e la minaccia di blackout, le Big Six hanno aumentato i propri profitti del 410% in quattro anni (2008-2012), finendo per essere indagate per sospetto price fixing (mettersi d’accordo sui prezzi). Si sono infine aggiunti altri due fattori: il calo della produzione di petrolio e gas, e il fallimento delle rinnovabili.

Nel 2004, il Regno Unito tornava per la prima volta in dieci anni un netto importatore di energia, per rimanerci. Tra le cause il petrolio del Mare del Nord, che è infatti costoso, di bassa qualità e in calo drammatico. Nonostante i tredici miliardi e mezzo di sterline in investimenti nel 2013, la produzione crolla del 9% all’anno e diventa sempre meno conveniente. Le rinnovabili sono poi lontane dall’offrire qualsiasi sostegno all’economia britannica: dell’obiettivo concordato con l’UE del 15%, la Gran Bretagna difficilmente arriverà al 10%. Le rinnovabili si attestano ora sul 4%, senza poter quindi offrire una valida soluzione al rischio black out. Una situazione molto pericolosa, ma di cui Blair già parlava nel 1997. 17 anni persi nel nulla.

Le soluzioni principali a cui guarda il governo britannico ora sono due: nucleare e shale gas. Che il rimedio sia migliore del male però, questo è tutto da vedere.

Con zero emissioni, una consolidata esperienza nel settore e l’uranio del Canada il nucleare sembra la soluzione perfetta per il Regno Unito. Se non fosse che l’unica compagnia che abbia veramente la tecnologia per sviluppare la nuova generazione di centrali che il governo chiedeva già nel 2010 è la francese EDF, già responsabile di otto su nove impianti nucleari. E che non ha nessuna intenzione di fare un prezzo conveniente alla Gran Bretagna. La discussa centrale di Hinkley Point C è un duro colpo alle finanze britanniche: un progetto il cui costo era dichiarato di 10 miliardi di sterline nel 2012, di 16 nel 2013 ed è ora stimato dalla Commissione Europa sui 24 miliardi, avrà garantito un prezzo dell’elettricità doppio rispetto al valore di mercato per 35 anni. Di certo non una soluzione economica.

Se il nucleare è costoso, lo shale sembra impraticabile. Cameron, cullato dal miraggio dell’indipendenza energetica, ha fatto appassionate dichiarazioni a proposito, permettendo l’estrazione anche quando il rischio sismico della tecnica usata (il fracking) era diventato concreto e il Lancashire aveva tremato due volte.

L’Inghilterra però non è il Texas, e trivellare nel deserto non è lo stesso che farlo alla periferia di Manchester. Non è solo la densità di popolazione a cambiare, ma anche la qualità dei giacimenti, meno ricchi degli Stati Uniti, la rete di distribuzione meno sviluppata e i problemi legali. Se il sottosuolo appartiene infatti alla Corona, trivellare sotto le proprietà private è considerato trespassing, violazione di proprietà. Una legge destinata però a cambiare a breve, per permettere alle compagnie energetiche di trivellare sotto proprietà e abitazioni anche senza il consenso del proprietario.

Il rischio è imminente, ma la soluzione sembra lontana. Viene però da chiedersi se l’Italia abbia qualcosa in comune con il Regno Unito. Al nucleare in fondo abbiamo rinunciato nel 2011, e abbiamo il problema opposto riguardo alla capacità produttiva di energia elettrica. Su un picco di consumo di circa cinquantamila MW, la capacità massima è di centoventimila MW. Siamo quindi immuni al problema inglese? Piuttosto il contrario.

Se l’Italia non è a rischio black out come il Regno Unito, paga allo stesso modo tra i prezzi per l’energia più alti in Europa. L’Italia ha proibito l’estrazione di shale gas (di cui comunque non ne abbiamo), ma lo Sblocca Italia e la Strategia Energetica Nazionale mostrano lo stesso amore dei britannici per gas e petrolio fatti in casa. Con gli stessi costi e la stessa (scarsa) possibilità di successo. Allo stesso modo, ancora lontana dal successo è la liberalizzazione del mercato energetico in Italia, con solo il 22% di famiglie nel mercato libero nel 2012 e risparmi intorno al 13-14%, inferiori rispetto ai 20-30% di paesi come Germania e Svezia. Infine, incerto è il futuro delle rinnovabili, a causa della competizione delle centrali a gas, l’incertezza degli obiettivi europei e un costo dei sussidi che si fa sentire sempre di più su un’economia molto provata dalla crisi, e senza ancora un’adeguata riforma del settore.

Il caso inglese è una bomba pronta ad esplodere, e dovrebbe insegnare a tutti i paesi europei la fragilità della propria economia, di fronte ad una politica energetica che non riesce a guardare più di cinque o sei anni avanti nel futuro. I sistemi energetici impiegano decenni per svilupparsi, e sono gli unici che garantiscano il vero funzionamento di economie internazionali, come l’Italia e il Regno Unito, in un mondo che è sempre più assetato di energia. Fallire una pianificazione solida e lungimirante porta al disastro, e lascia spazio a interventi fatti in fretta e furia e dal costo inaccettabile, come la centrale di Hinkley Point, che vedrà 43 miliardi di euro passare dalle casse dello stato britannico a quelle di una compagnia francese. E dire che nel 2012 il governo del Regno Unito sosteneva che il nucleare non avrebbe più avuto sussidi pubblici.

Con una politica energetica europea ancora inesistente e una italiana che non riesce a pensare oltre il petrolio in Basilicata, l’invito è a guardare alla Gran Bretagna e a riflettere sugli errori e ai problemi altrui. Perché domani potrebbero essere i nostri.

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