Non ci sono anticorpi che tengano: la rete è attraversata ogni giorno da notizie false che diventano vere solo grazie alle centinaia di migliaia di "like" che ricevono. Storie verosimili o paradossali a cui crediamo perché ci arrivano da amici o conoscenti. E che siamo pronti a condividere prima ancora di aver letto cosa dicono. La spiegazione di un esperto

Gatti in bottiglia, Snowden su Twitter e la storia dell'arte abolita per sempre dai programmi scolastici. Le bufale che nascono e si diffondono in rete sono verosimili, attraenti e soprattutto ubiquitarie: capaci di propagarsi in un attimo e ritrovarsi velocemente copiate e incollate su centinaia di siti web. Fino a diventare, per forza di condivisione, vere a tutti gli effetti. Il fenomeno non è nuovo, ma gli anticorpi, a quanto pare, ancora carenti. Lo dimostra lo scandalo “Vermeer in classe” nato, cresciuto e scomparso dalla rete negli ultimi giorni.

L'epicentro risale al 5 febbraio: un blogger lancia una campagna online per chiedere “il ripristino della storia dell'arte nei programmi scolastici”. A scatenare la sua indignazione sarebbe stata la bocciatura, in commissione Cultura della Camera, di un emendamento presentato da una deputata di Sel (Celestina Costantino, che nel post in questione diventa “Celeste Costantino”) che introduceva le richieste sottoscritte da oltre 18mila cittadini e intellettuali in un appello presentato dall'associazione Italia Nostra.

L'appello, di cui anche “l'Espresso” si era occupato, non partiva però dal rischio che la storia dell'arte scomparisse per sempre dai corsi scolastici, quanto dalla - comunque grave - riduzione di spazio che l'argomento aveva avuto con l'entrata in vigore dei drastici tagli imposti dalla riforma dell'ex ministro Mariastella Gelmini. Dopo l'articolo de “l'Espresso” la stessa Maria Chiara Carrozza, ministro dell'Istruzione, aveva twittato il suo impegno personale per far sì che le ore venissero reintegrate.

Il 30 ottobre, nel frattempo, arriva la proposta di Sel: rimettere in sesto subito le ore dedicate a Rembrandt e Canova. E la bocciatura: non c'è copertura finanziaria. Un caso che si ripropone con i toni dello scandalo a mesi di distanza, dopo la campagna del blogger, ripreso da testate online, quotidiani, pagine Facebook e siti web specializzati, mentre alcuni esponenti del Partito Democratico cercano di ribadire il fatto che ci sarebbe in discussione “un monitoraggio completo degli effetti della riforma Gelmini per riordinare le classi e riparare agli errori passato”.

Insomma: la notizia era una semi-bufala, che è arrivata però a 350mila “like” su Facebook e oltre 1900 tweet. Come? Grazie a un paio di dati, un titolo ad effetto, (“Abolita la storia dell'Arte in Italia”), tre fotomontaggi ironici e una “proposta d'azione” alla fine del testo: aderire alla protesta. «Sono proprio i tre elementi chiave di un classico “meme”, ovvero di un elemento che si prepara a diventare virale sul web, vero o falso che sia», spiega Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario di sociologia dei new media all'università Carlo Bo di Urbino. Il “meme” è un fenomeno neutrale, può essere un articolo serio, uno scoop, ma anche una frottola, come in questo caso e come in molti altri, segnalati ormai quasi quotidianamente da siti web “specializzati” come “bufaleuntantoalchilo”.

Ma allora perché le mozzarelle avariate funzionano ancora così bene, in rete, nonostante le centinaia di esempi che testate come ilPost mettono all'indice da tempo? «Perché la veridicità di un messaggio viene data dal contesto», spiega Boccia Artieri: «Se io vedo i miei amici su Facebook condividere una notizia, la ritengo affidabile, perché i miei amici lo sono. Dimenticando però che spesso possiamo avere una rete di connessioni molto più vasta di quella reale, e quindi che la comunicazione che avviene nel nostro "stream" sia in qualche modo incontrollabile. Non importa, il ragionamento è istintivo: Facebook sono i miei amici. Dei miei amici ho fiducia. Per cui ci credo e condivido io stesso. Anche se è una balla stratosferica». Ma una volta letto il testo non ci si accorge dell'errore? «I link nella maggior parte dei casi non vengono nemmeno aperti», risponde il professore: «Diversi studi hanno dimostrato che la condivisione può essere spesso superiore alla lettura: dico "Mi Piace" o ripubblico una notizia solo per quel poco che ho potuto capire dal titolo e dalle due righe di presentazione. È la fonte che ne legittima il senso: non serve niente di più».

Così, di rete di amici in rete di amici, la fandonia vola e guadagna audience e consensi. Fino a diventare una "doppia notizia", come la definisce Boccia Artieri, anche per i giornali, che sulla verifica delle proprie fonti dovrebbero - in teoria - esercitare un dovere professionale: «Se una vicenda riceve una condivisione forsennata, diventa notiziabile, soltanto per il fatto di essere molto diffusa. Ma nel momento in cui racconto "il caso", "il boom", "il fenomeno", informo anche del contenuto, ovviamente, amplificandolo». La fonte, così, scompare: troppo indietro nel web-spazio per poter ricostruire il primo step della catena. «A volte rischiamo anche di sbagliare completamente l'interpretazione di un fatto per via della distanza dal suo contesto originario», continua il sociologo: «Penso al caso della morte di Fidel Castro: il meme era nato su Twitter, ma ad opera di alcuni account sudamericani noti per la loro vena comica e ironica, e in un giorno che era una sorta di "primo d'aprile" locale. Ma entrata in circolazione la notizia ha perso i suo connotati e riprodotta in altri ambiti ha creato il caos».
Falso profilo twtter snowden

Se un falso viaggia poi in forma fotografica, e non solo testuale, la sua possibilità di essere ripreso, creduto, amplificato aumenta, «Perché la potenza di verità dell'immagine è tale che metterla in discussione è ancora più difficile». Il caso-scuola è quello dei "Gatti bonsai", una gigantesca menzogna che però era riuscita a far scatenare i più sinceri animalisti. E per finire la rassegna non potevano mancare i Fake, account falsi di persone vere, come il profilo twitter di Edward Snowden che era riuscito a ingannare Ansa, la Stampa, Il Fatto Quotidiano e Repubblica.

Non esistono quindi anticorpi? «Esistono, ma andrebbero insegnati», sostiene Boccia Artieri: «Le buone prassi sono semplici: avere una lista di "amici" prudenti e verificare i messaggi che arrivano da altre voci. Fare ricerche incrociate. Cercare di risalire sempre alla prima fonte del meme. Ma questi strumenti andrebbero insegnati a scuola, dovrebbero diventare un patrimonio comune. Io insegno alle matricole come trovare in rete contenuti: pensiamo che i ragazzi siano capaci, ma non è così. Si fermano alla prima pagina di Google, prendono per vera la prima fonte, si fanno poche domande. Non c'è orientamento. Come dalle elementari ci viene insegnato a scomporre un testo letterario, ad analizzarlo, metterlo in un contesto, comprendere il suo significato, così ci dovrebbe essere insegnato a smontare e approfondire i contenuti in rete. Finché non introdurremo questi temi nelle scuole gli utenti del web resteranno delle esche fin troppo facili da abbindolare».

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