«È un bel paradosso. Noi britannici siamo sempre più euroscettici, eppure culturalmente siamo sempre più europei», sostiene, in perfetto italiano, lo storico Donald Sassoon. Autore della monumentale “La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi”, allievo di Eric Hobsbawm, Sassoon ha studiato a Parigi, Milano e Londra, e insegna storia comparata dell’Europa alla Queen Mary University of London.
[[ge:espresso:plus:articoli:1.172909:article:https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/07/10/news/caro-cameron-cosi-fai-male-alla-gran-bretagna-1.172909]]Professor Sassoon, la tedesca “Bild” ha paragonato la sconfitta di David Cameron a Bruxelles alla disfatta della nazionale inglese in Brasile: «Come Rooney, ha fatto in tempo a scendere in campo, a perdere e tornarsene a casa». Eppure nei sondaggi i suoi Tories hanno guadagnato punti.
«Punti che hanno strappato all’Ukip di Nigel Farage, sì. E ne valeva la pena?».
Se un politico fa la guerra a Bruxelles, pur perdendola, guadagna consensi. Come siamo arrivati a questo punto?
«Quella dell’euroscetticismo britannico è una lunga e strana storia. Trent’anni fa era cavalcato soprattutto dai laburisti, e infatti è stato un premier conservatore, Edward Heath, a farci entrare nell’Ue nel 1973. Fu un periodo d’oro per i rapporti con l’Europa, tant’è che due anni dopo, sotto il laburista Harold Wilson, venne indetto un referendum sulla permanenza nell’Ue, e il 67 per cento si dichiarò a favore del sì, condiviso un po’
da tutti gli schieramenti. Negli anni Ottanta i laburisti tornarono a fare gli euroscettici, mentre i conservatori, nonostante tutto, furono quelli che firmarono il Trattato di Maastricht. Negli anni Novanta Tony Blair ha spostato il Labour su posizioni non anti-europee, ma senza mai quella narrazione entusiasta della sinistra italiana. Ci si diceva a favore dell’Ue perché conveniva, così non si è mai fatta una lotta seria all’euroscetticismo».
E siamo a oggi.
«Sì, alla vittoria dell’Ukip alle europee di maggio. Intendiamoci, quelle sono elezioni che da noi contano poco, è un voto per definizione di protesta, e infatti dubito che l’Ukip, che non ha neanche un deputato
alla Camera dei Comuni, confermi quel risultato alle legislative. Tra la crisi, l’euro e l’immigrazione, l’Ukip ha gioco facile, ma il problema è che il suo gioco provano a farlo ora anche gli altri partiti. I Tories fanno gli euroscettici, i laburisti fanno i timidi: non capiscono che, a quel punto, alla copia gli elettori preferiscono l’originale, l’antieuropeismo doc dell’Ukip. Gli unici a essere federalisti sono i liberaldemocratici, che però sono in un momento disperato».
Il Regno Unito è mai stato così isolato?
«Non lo era così ai tempi di John Major e di Margaret Thatcher, che andava a Bruxelles a sbattere la borsetta sul tavolo. Lottavano per l’interesse nazionale, con una forza negoziale che Cameron si sogna. Il primo ministro sta compiendo un errore dopo l’altro. Ha promesso che, se vincerà le elezioni, rinegozierà i trattati e indirà un referendum sull’uscita dall’Ue. Però non ha spiegato bene per quali modifiche si batterà. E come riuscirà a convincere i suoi colleghi? Si è poi opposto alla nomina di Jean-Claude Juncker a capo della Commissione, ma tutti sapevano fin dall’inizio che la sua era una battaglia persa, e che comunque i candidati alternativi a Juncker non erano certo meno federalisti. Diceva Machiavelli: non sfidare un nemico che non puoi battere. Ecco, Cameron non è un Machiavelli».
E il referendum?
«Io spero che non si faccia proprio, perché è un rischio. Ma sono ottimista. Quando sarà il momento, tutti usciranno dalla loro tana. L’intelligentsia. I sindacati. E soprattutto la City e la Cbi, la Confindustria britannica: scateneranno una propaganda infernale per far capire che abbiamo tutto da perdere uscendo dall’Ue, soprattutto come posti di lavoro. A quel punto anche il Labour si farà sentire, e persino Cameron. Nessuno crede che possa sostenere l’uscita dall’Ue in contrapposizione alla Confindustria».
Il governo tedesco e quello italiano ammoniscono che non può esserci Europa senza Regno Unito.
«Mi fa piacere, perché io invece a volte guardo il mio governo e mi dico: “Ma come fanno a sopportarci in Europa?”. Però noi siamo un grande Paese, con la piazza affari più importante del Continente, e culturalmente siamo sempre più integrati in Europa. Basta pensare a dove andiamo in vacanza. O ai viaggi di lavoro».
O alla Champions League...
«Sì, oppure alla tv. Sui nostri canali guardiamo sempre più serie continentali, dal “Commissario Montalbano” allo svedese “Wallander”. Insomma, ci piaccia o no, siamo sempre più vicini all’Europa».