L’Italia ha il record di agenti in Europa, con tanti corpi divisi tra loro, una selva di comandi e un coordinamento inefficace. E il 60 per cento del personale lavora dietro a una scrivania negli uffici

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Giorni fa, a Ravenna, si sono scontrate due navi mercantili. Se l’incidente fosse accaduto in qualsiasi altro porto d’Europa si sarebbero attivate al massimo una o due forze di polizia specializzate. Invece nell’Adriatico si sono mosse due motovedette della Capitaneria, due motobarche dei piloti del porto, un natante dei Vigili del Fuoco, una motovedetta della Guardia di Finanza e un’altra della Polizia di Stato, «oltre» si legge in un comunicato ufficiale «alcuni mezzi dell’Aviazione militare».

Mancavano, chissà perché, i carabinieri. Che invece un mese fa si sono distinti stroncando un’organizzazione che trafficava rifiuti in Liguria. Non hanno lavorato da soli: il reparto specializzato dei Noe è intervenuto con la Dia di Genova, la questura e la Forestale di La Spezia. «Sono i carabinieri che hanno collaborato con noi, e non viceversa!» hanno tenuto a specificare i forestali: «L’unica, vera polizia ambientale e forestale siamo noi!».

Imitando il Commissario Lo Gatto (reso celebre da Lino Banfi, che nel 1981 faceva a gara con i carabinieri per arrestare Paolo Villaggio, alias “Fracchia la Belva Umana”), lo scorso 9 dicembre anche i militari di Varese hanno messo le manette a cinque agenti corrotti: operazione coadiuvata dall’Arma con l’appoggio della Penitenziaria, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza.

Ecco: quello che succede tra Ravenna e Varese non è l’eccezione, ma la regola. Lo spreco di uomini e le sovrapposizioni tra corpi sono ormai endemici. Con il paradosso che se si denuncia uno spacciatore in flagrante rischiano di arrivare contemporaneamente quelli dell’antidroga, i carabinieri, la Finanza, la polizia provinciale, la municipale e, se lo spacciatore è un detenuto in permesso o ai domiciliari, pure gli uomini della Penitenziaria. «Serve una riforma radicale», spiega a “l’Espresso” il viceministro dell’Economia Enrico Morando, da sempre fautore dell’unificazione delle forze dell’ordine. Finora, però, il governo - a parte chiacchiere e promesse - ha fatto poco o nulla.

RENZI INDIETRO TUTTA
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Nell’anno di grazia 2015 l’Italia resta l’unico paese al mondo ad avere cinque forze dell’ordine a carattere nazionale (la Polizia, i Carabinieri, la Finanza, la Forestale e la Penitenziaria) a cui vanno sommati i Vigili del Fuoco e le Capitanerie di Porto. Alle “sette sorelle”, inoltre, bisogna aggiungere la polizia municipale e quella provinciale, che vive e lotta insieme a noi nonostante le Province, dentro cui gli agenti erano incardinati, siano state soppresse. Ogni corpo ha i suoi comandi, i suoi centri operativi, le sue caserme, i suoi generali con tre o quattro stellette e ufficiali che difendono i privilegi.

Sono decenni che esperti e addetti ai lavori chiedono alla politica una razionalizzazione del comparto sicurezza. Ma senza alcun successo: nonostante buoni propositi e proclami a profusione, le resistenze degli apparati sono poderose, e nessuna proposta sistemica è stata mai partorita in Parlamento. Anche Renzi, lo scorso ottobre, aveva ventilato una sforbiciata, spiegando come fosse ormai «impensabile avere più corpi che fanno le stesse cose».

Qualcuno, in Consiglio dei ministri, giura a “l’Espresso” che il sogno del premier sarebbe quello di lasciare in vita solo Polizia e Carabinieri, (attraverso un accorpamento delle Fiamme Gialle all’Arma e della Penitenziaria alla Polizia), ma è probabile che gli unici che perderanno l’autonomia saranno i Forestali: pochi (in tutto meno di 8 mila) e politicamente poco influenti (Cesare Patrone, comandante in capo dal lontano 2004, è considerato uomo di centro-destra: fu nominato dall’ex ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno), entro i prossimi mesi potrebbero finire in un dipartimento specializzato sotto il Viminale. Altra novità in vista è la creazione di una “Centrale unica di acquisto”, in modo da evitare sprechi e limitare spese pazze su armamenti, divise e attrezzature.
Dati
I reati sono in calo, ma abbiamo più paura
7/1/2015

Troppo poco, secondo il Sap e il sindacato di settore della Cgil. Che vorrebbero una rivoluzione assai più incisiva. «Sembra paradossale che lo diciamo proprio noi. Ma passando da cinque a due polizie nazionali avremmo più soldi da investire negli stipendi dei nostri agenti, oggi tra i più bassi d’Europa (1.280 euro è quello d’ingresso, contro i 1.900 della Germania, ndr) e, soprattutto, più uomini per strada», ragiona Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato autonomo di polizia, che dell’unificazione dei corpi ha fatto una bandiera. «Su oltre 20 miliardi totali spesi ogni anno, ne potremmo risparmiare da tre a sei». Evitando la settuplicazione degli apparati logistici, di sicuro, i risparmi sarebbero enormi. «Inoltre costituendo una centrale operativa unica potremmo liberare risorse umane per controllare meglio il territorio: se sommassimo tutti i piantoni d’Italia avremmo un’ottava forza di polizia, la più numerosa del Paese».

SPRECOPOLI IN DIVISA
Dati alla mano, il 60 per cento degli uomini in divisa, da Cuneo e Caltanissetta, lavora nell’apparato tecnico-logistico. Un esercito di colletti bianchi, segretari e impiegati: ognuna delle “sette sorelle” ha infatti le sue centrali operative, le sue caserme, gli uffici per le divise, quello per gli stipendi, il parco automezzi, i suoi apparati e le sue scuole di formazione. Una duplicazione pletorica che raggiunge, a Firenze, il suo apice: i 7 mila operatori in città fanno riferimento a 11 centrali diverse, mentre attorno all’Arno si contano quattro mense intitolate alla polizia, due in cui possono mangiare solo i carabinieri, una adibita ai pompieri e un’altra riservata alla municipale.

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A Firenze alcuni comandi sono distanti pochi metri, ma anche a Roma e Milano le sovrapposizioni sono clamorose: vicino al Duomo si contano una trentina tra commissariati, caserme dell’Arma, sportelli “amici”, dipartimenti di pubblica sicurezza e uffici della questura. Lo sperpero regna sovrano anche all’interno dei singoli corpi: un deputato del Pd, Giuseppe Berretta, ha scoperto che a Catania la polizia spende quattro milioni per affittare 24 sedi per un totale di 80 mila metri. «Peccato che ne servano solo 25 mila», scrive il democrat in un’interrogazione parlamentare. «Uno spreco di risorse che fa il paio con lo spreco di uomini impegnati nella vigilanza di troppi immobili affittati: se si accorpassero tutti gli uffici in un’unica questura avremmo ben 150 poliziotti in più a disposizione per attività di sicurezza sul territorio catanese».

In Italia ci sono, attualmente, 1.850 centri di comando della Polizia di Stato, 6.140 dei carabinieri (di cui oltre 4 mila stazioni), oltre a una ventina di direzioni centrali, a cui vanno aggiunti i distaccamenti della Finanza. Un’enormità: non è un caso che qualche mese fa una nota della Ragioneria dello Stato abbia segnalato che i centri di costo della pubblica amministrazione, passati dai 137 del 2008 ai 251 del 2013, siano esplosi soprattutto a causa del contributo «del ministero dell’Interno, con un aumento delle prefetture e l’apertura di centri di costo riguardanti le questure e le direzioni regionali dei Vigili del Fuoco». Un caos che causa anche strane difformità territoriali: un rapporto firmato dall’ex commissario alla spending review Piero Giarda evidenzia, per esempio, che se in Lombardia i carabinieri costano a ogni abitante 59 euro l’anno, in Molise la cifra schizza a 176 euro, passando per i 150 della Calabria, i 136 del Trentino e i 164 della Sardegna.

Numero di agenti totale, in rapporto a 100mila abitanti e costo in relazione al Pil nei principali paesi europei

GIUNGLA O SICUREZZA?
Secondo il successore di Giarda, Carlo Cottarelli, una riforma del comparto sicurezza avrebbe potuto portare a risparmi, nel 2015, di circa 800 milioni di euro, e a regime, dal 2016, di 1,7 miliardi l’anno. I due economisti non entravano nei dettagli. Ma di certo immaginavano una razionalizzazione radicale e non i piccoli tagli messi in cantiere dal Viminale, che vuol chiudere 200 posti di polizia tra cui «la squadra nautica di Riva del Garda e il gruppo a cavallo di Firenze».

Robetta. Gli spazi per riorganizzare in profondità il sistema, infatti, sono sterminati. Anche per quanto riguarda la catena di comando della politica, divisa tra cinque ministeri: se la polizia fa capo al ministero dell’Interno (così come i carabinieri, ma solo quando fanno ordine pubblico), l’Arma dipende direttamente dal ministero della Difesa, mentre la Guardia di Finanza da quello dell’Economia; la Penitenziaria è legata invece al ministero della Giustizia, e i Forestali prendono ordini da quello delle Politiche agricole. I vertici dei corpi vedono l’unificazione come il fumo negli occhi perché non vogliono perdere potere e privilegi (in primis stipendi che arrivano in molti casi al tetto di 240 mila euro imposto dal governo l’anno passato), ma anche i politici non vedono di buon occhio il ridimensionamento dei loro dicasteri: è un fatto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando vuole tenersi ben stretta la “sua” penitenziaria, e ha già annunciato che «la fusione non è all’ordine del giorno».

Se i ministeri litigano per le competenze, anche i reparti specializzati dei vari corpi si pestano i piedi a vicenda. Per legge, in materia di sanità e contraffazione alimentare, possono infatti intervenire sia i carabinieri dei Nas sia i Forestali e quelli della Finanza, mentre altri reati del settore agroalimentare sono contesi dal comando carabinieri Politiche agricole, dal nucleo operativo della Finanza (specializzata nelle frodi comunitarie) e, ovviamente, dai forestali, che spesso litigano con quelli del Noe quando si tratta di indagare sui crimini ambientali. Su cui, però, possono mettere becco anche gli specialisti della Finanza «con», dice una legge, «una componente aeronavale preposta».

Persino la difesa dei nostri beni culturali è spacchettata tra più corpi: una direttiva del 1992 attribuisce ai carabinieri la Tutela del patrimonio culturale, ma un’altra firmata dall’ex ministro Beppe Pisanu del 2006 prevede che possa intervenire anche la Finanza, «per quel che concerne» si legge «i compiti di prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni in materia di demanio e patrimonio pubblico».

Insomma, tutti fanno tutto, spesso senza alcun coordinamento. Una patologia, anche perché i corpi insistono sullo stesso, identico territorio. In Francia la Polizia è presente nelle grandi città e la Gendarmeria opera nei piccoli centri, in Austria, Germania e Inghilterra ogni corpo ha identità e campi d’intervento ben delineati, da noi trionfano le duplicazioni. Una malattia che ha contagiato persino i dispositivi antimafia: la nascita della Dia, sulla carta la nostra Fbi, avrebbe dovuto comportare teoricamente lo scioglimento degli altri reparti specializzati. Invece polizia, finanza e carabinieri lavorano sul crimine organizzato come sempre, e tutti vantano una o più unità antidroga.

ANOMALIA ITALIANA
Finora, a parte l’ipotesi di cancellare i Forestali, il governo non ha messo sul tavolo nessuna riforma di rilievo. Eppure Morando, viceministro dell’Economia, resta ottimista. «La fusione del Corpo Forestale con la Polizia è solo un primo passo. Di sicuro ci sono i margini per effettuare riforme importanti, in modo da evitare sovrapposizioni non più accettabili. Bisogna che, almeno, il territorio venga diviso tra i corpi: dove c’è una forza di polizia non ce ne deve essere un’altra. In Europa siamo uno dei Paesi che spende di più, ma in termini di risultati facciamo peggio di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna: vuol dire che c’è un problema di organizzazione e struttura del servizio. Le sembra opportuno, per esempio, che la Guardia di Finanza abbia reparti antisommossa come i Berretti Verdi?».

L’anomalia italiana salta agli occhi analizzando anche gli ultimi dati Eurostat. Anche se le cronache nazionali raccontano di volanti che restano a secco di carburante, di uniformi che non bastano per tutti, di magistrati costretti a fare indagini con un organico falcidiato (ci sono 26 mila agenti di polizia giudiziaria in meno), siamo in assoluto il Paese della Ue con più divise sul campo, circa 276 mila. Un numero che non comprende né la polizia locale, né l’armata della Penitenziaria e dei vigili del fuoco. Non sono contributi secondari. Nei lunghi anni di Roberto Maroni al Viminale agli ex vigili urbani sono stati destinati investimenti enormi, proprio per rafforzarne il ruolo nel settore della sicurezza: è stato persino finanziato l’acquisto di un aereo per la municipale di Chieri, nel Bresciano. Salvo poi scoprire scandali più o meno clamorosi nella gestione dei pizzardoni: il più dirompente è quello sul Capodanno romano, con l’83,5 per cento degli agenti capitolini che hanno dato forfait.

Come è lontana l’Europa. La Germania e la Francia, più popolose, hanno rispettivamente meno uomini (243 mila e 206 mila), mentre la Gran Bretagna - dove le statistiche indicano livelli di sicurezza per noi lunari - ha quasi la metà dei nostri poliziotti. Così, se in Italia si contano 453 agenti ogni 100mila abitanti, in Francia scendono a 356, in Germania a 300, in Inghilterra a 259. La Norvegia, addirittura, appena 159. Una classifica confermata anche dall’altro studio di riferimento del settore, l’“European sourcebook of crime and criminal justice statistics”, secondo cui in Italia ci sarebbero addirittura 535 agenti ogni 100mila abitanti.

Certo mafia, camorra e ’ndrangheta sono un cancro tricolore, e ogni nazione ha le sue peculiarità. Eppure la discrasia tra investimenti e risultati è evidente in ogni tabella Eurostat: nel 2012 abbiamo speso per i servizi di polizia l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo, secondi solo a Spagna e Gran Bretagna. Oltre 18,3 miliardi, a cui vanno aggiunti altri due miliardi per i costi di vigili del fuoco e Penitenziaria.

Un tesoro sprecato, speso senza attenzione, disperso nei rivoli dei nostri corpi affamati di autonomia e potere. Così gelosi della loro indipendenza da non essere riusciti neanche a creare il numero unico di emergenza. Dal 2004 la Ue ha infatti obbligato tutti i Paesi membri a usare il 112, in modo da smistare rapidamente le telefonate agli agenti più vicini o ai reparti specializzati. Su 28 nazioni siamo gli unici che non l’hanno ancora attivato, se non in via sperimentale a Varese, Milano e Brescia. «Non starò a guardare la vita dei cittadini italiani messa in pericolo perché il governo non ha fatto niente», disse nel 2010 il commissario europeo Neelie Kroes, annunciando la procedura d’infrazione contro l’Italia. Berlusconi prima, Monti e Letta poi, Renzi oggi hanno continuato a non far nulla. Nonostante in gioco ci sia la sicurezza dei cittadini e, pure, multe salatissime: se non ci mettiamo in regola rischiamo di pagare 178.560 euro. Al giorno.

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