Nella capitale l'apparato hi-tech di difesa non riesce a proteggere i cittadini israeliani dagli attacchi imprevedibili degli attentatori palestinesi. E mentre le misure emergenziali volute dal premier Netanyahu si rivelano inefficaci, nascono associazioni di quartiere che provvedono in proprio alla sicurezza

Se un ragazzino palestinese di 14 anni aggredisce un coetaneo israeliano mai visto prima, probabilmente non ha fatto un'analisi dei punti irrisolti del trattato di Oslo: semplicemente è mosso da un odio disperato che ha respirato dal giorno in cui è nato. Se il ragazzino in questione è subito colpito dai proiettili della polizia e mentre giace a terra in una pozza di sangue viene insultato dai passanti israeliani ("muori, figlio di puttana, muori") vuol dire che l'odio non è solo suo né esclusiva della sua parte.

Questa è Gerusalemme oggi, intreccio di terrore speculare reciproco e diffuso che monta sui social network e che ormai è tracimato anche oltre le formazioni estremiste, per diventare pane quotidiano anche di chi finora era fuori dal conflitto.

Prendete Basal Sider, il ragazzo di 19 anni che ieri è stato ammazzato dalla polizia all'entrata della città vecchia dopo aver estratto un coltello dalla tasca: le stesse autorità di Gerusalemme hanno ammesso che non era conosciuto come attivista, né tanto meno aveva mai compiuto violenze. Il video registrato da una videocamera di sicurezza è impressionante: alla porta di Damasco i soldati controllano alcuni giovani arabi seduti su un muretto; poi la loro attenzione si concentra in particolare su uno di loro, che indossa abiti militari, di quelli che si comprano nei negozi. Non si sa cosa si dicano i poliziotti israeliani e il palestinese, ma quest'ultimo a un certo punto scatta in piedi per aggredire a coltellate i poliziotti. In pochi secondi, viene ammazzato.

Ma se la città vecchia è presidiata dagli ingressi fino ai vicoli, non è altrettanto facile per la polizia israeliana garantire la sicurezza in tutto il resto della capitale e negli altri centri urbani. I palestinesi (vuoi con il passaporto israeliano, vuoi con un permesso di residenza, vuoi quelli che fanno i pendolari dai Territori) sono comunque parte della società israeliana: lavorano nei ristoranti, negli ospedali, nelle aziende. Insomma l'intreccio tra i due popoli è continuo è nessuna misura di polizia preventiva può impedire le aggressioni corpo a corpo. 

In questo senso è impressionante come il sofisticato apparato hi-tech di Israele (telecamere, sensori, satelliti, droni e perfino minimongolfiere teleguidate per controllare il territorio dall'alto) appaia così fragile di fronte ad attacchi decisamente low-tech (come un'auto lanciata contro la gente che aspetta l'autobus) o del tutto no-tech (un temperino o un coltello da cucina per aggredire il primo che passa). Anche per questo, forse, il governo di Gerusalemme preme sempre di più sulla "disincentivazione", l'eufemismo con cui vengono chiamate le ritorsioni contro le famiglie degli attentatori: ad esempio, ieri è stato deciso il sequestro dei loro beni (già era prevista la distruzione delle loro case e il divieto di ricostruire negli stessi posti). 

Secondo l'esecutivo, questa misura dovrebbe servire a rendere inutili le eventuali donazioni di denaro da parte di gruppi estremisti palestinesi ai familiari dei "martiri". Ma, soprattutto, Netanyahu e i suoi sperano che abbia un qualche effetto sulle mamme dei ragazzi animati da sentimenti violenti, insomma che porti a un maggior controllo dei genitori su adolescenti e post adolescenti i quali, da oggi, se vanno a farsi ammazzare mandano in rovina anche genitori e fratellini. Funzionerà? I primi a dubitarne sono gli stessi israeliani, di certo radicalizzati nei loro sentimenti nazionalisti da quanto sta succedendo, ma anche sempre più convinti che le scelte emergenziali del governo non scalfiranno l'odio disperato in cui sono cresciute le giovani generazioni palestinesi e che esplode nelle aggressioni randomizzate di questi giorni.

Ecco che allora nella parte occidentale di Gerusalemme nascono associazioni di quartiere e di conoscenti per provvedere in proprio alla sicurezza attraverso ronde, scambi e acquisti di strumenti di difesa rudimentali (oltre alle aste da selfie, vanno molto gli spray al peperoncino) fino alla raccolta di fondi per pagare poliziotti privati che sorveglino gli ingressi delle scuole quando i poliziotti smontano (attorno alle due) ma molti ragazzi restano negli istituti per le attività pomeridiane.

Un segnale, tra i tanti, della inedita "privatizzazione" dello scontro, diventata la caratteristica più evidente e paurosa di una guerra che dura da quasi settant'anni.

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