Dopo i tanti annunci del premier Matteo Renzi, la riforma della Buona scuola italiana è in dirittura d’arrivo: martedì 3 marzo vedrà la luce in consiglio dei ministri il decreto che disegna il futuro di otto milioni di studenti, 54 mila istituti e 250 mila insegnanti precari.
Una rivoluzione copernicana attesa dopo anni di vacche magre e tagli all’istruzione pubblica. In cima alla lista nel dossier governativo c’è il sogno di ridare dignità all’insegnamento: «Un piano straordinario per assumere quasi 150 mila docenti: tutti i precari storici e gli idonei dell’ultimo concorso».
Il maxi-piano di assunzioni si è però arenato sui numeri. La questione è complicata: ha più diritto l’esercito di 150 mila abilitati spesso mai saliti in cattedra o chi non hanno mai fatto un concorso ma vanta 10 anni di insegnamento?
L’intesa è stata trovata riducendo le assunzioni da 150 mila a poco più di 100 mila: il ministero guidato da Stefania Giannini sì è accorto che per assorbire tutte le graduatorie ad esaurimento (Gae, chiuse dal 2007 con la conseguenza del cambio annuale di cattedra dei prof) manca qualche miliardo di euro.
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«Non sono i fondi il problema» dicono però a “l’Espresso” dal Pd. «Le assunzioni che mancano rispetto a quelle annunciate nel documento sulla buona scuola semplicemente sono state spostate al prossimo concorso».
Un rinvio dunque, secondo Francesca Puglisi, responsabile democratica per la scuola: «I numeri sono ancora ballerini ma ci siamo resi conto che per rispondere alle esigenze della scuola, per alcune classi di docenza, dovevamo potenziare i concorsi. Un po’ di precari continueranno per il prossimo anno a lavorare con un contratto annuale».
Sul piatto c’è infatti solo un miliardo di euro sufficiente per appena 100 mila precari. Troppo poche le risorse. E troppo lontana una riforma vera che preveda meno alunni per classe, più insegnanti assunti, e investimenti nell’istruzione, secondo addetti ai lavori e sindacati.
Per il futuro l’unica via d’accesso sarà il concorso per reclutare insegnanti all’altezza del compito che riserverà loro la scuola del futuro. I docenti attuali sono tra i più vecchi d’Europa e hanno varcato i portoni con vecchie logiche.
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Altro nodo che divide maggioranza e opposizione in Parlamento sono le scuola private: nell’architettura del duo Renzi-Giannini è prevista la detrazione fiscale di almeno parte della retta per le famiglie che non scelgono istituti pubblici.
Un nervo scoperto, quello dei fondi pubblici per per le scuole private, al centro di un paradosso mai risolto: mentre le aule pubbliche cadono a pezzi gli istituti privati continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità.
LA COPERTA TROPPO CORTA
Il punto cruciale della riforma renziana sono le nuove assunzioni: la legge di stabilità ha stanziato un miliardo di euro, fondi necessari a coprire circa 100 mila precari "storici" che da anni entrano in classe senza nessuna garanzia sul futuro.
Un miliardo pronto per l’anno 2015-2016 e poi in futuro una previsione di altri tre miliardi. Con gli stessi fondi sono comprese anche le voci per coprire l’alternanza scuola-lavoro (le ore di studio con attività in azienda), la formazione dei professori e le attività per potenziare apprendimento e aumentare il tempo pieno che consente il pomeriggio in classe.
Troppe voci per pochi stanziamenti e troppi i dubbi secondo la Cgil. «Occorre stabilizzare tutto il personale, partendo dalle graduatorie ad esaurimento fino agli insegnanti con 36 mesi di anzianità. Le risorse però non bastano. Bisogna programmare e dare una prospettiva per tutti» spiega Annamaria Santoro della Flc-Cgil: «Che senso ha un nuovo bando quando non hai ancora assunto i 12 mila vincitori del concorso di tre anni fa?».
Il numero dei precari italiani è controverso: circa 150 mila nelle graduatorie ad esaurimento, altri 100 mila che hanno seguito la strada dei tirocini e più di 450 mila senza abilitazione chiamati però per le supplenze annuali.
Quanti rimangono esclusi dal maxi-piano? Quattro insegnanti su cinque. Fuori tutti i reclutati dalle liste d’istituto per i quali al momento le porte sembrano chiuse ma che potrebbero vedersi riservare una quota di posti nei prossimi concorsi.
Rimane il problema, con la spending review imposta a tutti i dicasteri, di trovare i fondi necessari. Secondo Marcello Pacifico del sindacato Anief verrà ridotto ancora il fondo di ogni istituto per le spese generali (pari a poche migliaia di euro) e quasi certamente saranno bloccate le cosiddette “ricostruzioni di carriera”, le bizantine formule per gli avanzamenti professionali e l’incremento dello stipendio.
Un escamotage per bloccare 350 milioni di euro all’anno per alzare i salari.
«Il primo scatto d’anzianità potrebbe arrivare dopo dodici anni, bloccando le ricostruzioni di carriera, rinviandole magari a tempi migliori» spiega Pacifico: «Una riforma a costo zero che danneggia ancora una volta i neo-assunti: prima di tutto perché i fondi per procedere alle assunzioni sono stati stanziati anche per i prossimi anni e in secondo luogo perché, dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea, è finito il tempo dei compromessi a danno dei precari».
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IL NODO DELLE PARITARIE
«Vorremmo dare la possibilità anche a due operai di scegliere se mandare il figlio in una scuola pubblica o in una paritaria» ha spiegato il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi per annunciare la novità voluta dagli alleati di Governo del Nuovo Centrodestra: la detrazione fiscale di almeno parte della retta per chi sceglie una scuola non statale.
Un’idea di istruzione privata che piace anche dal ministro Stefania Giannini: «Il sistema pubblico ha due pilastri, scuola statale e non statale, lo stabilisce la legge, ma mancano le misure che rendono completamente attuato questo processo».
Interessati a questa corsia preferenziale quasi un milione di studenti, oltre 13 mila istituti e 100 mila tra insegnanti e personale amministrativo: tra questi ci sono almeno la metà di bambini delle scuole materne private.
Le rette sono il punto dolente della questione: possono arrivare anche ad ottomila euro per un anno di lezioni. Per questo si pensa ad una detrazione parziale.
E se esultano la Compagnia delle Opere e l’Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, i parlamentari 5 Stelle della Commissione Cultura di Camera e Senato critica la decisione: «Sarebbe l'ennesimo occhio di riguardo per le scuole paritarie a scapito di quelle pubbliche. L'ultima legge di Stabilità aveva già stanziato 200 milioni di euro. Si fanno cadere i costi sulle spalle delle famiglie che iscrivono i propri figli alla statale, dove i contributi volontari di fatto sono diventati obbligatori».
Ma non si lamentano solo i Cinque stelle. Chi sta lavorando al testo in queste ore a “l’Espresso” conferma che il nodo delle paritarie ha messo in agitazione non tanto il governo (è contento il ministro Giannini, è contento l’alleato Alfano) quanto il Partito democratico, contribuendo ai ritardi.
Dopo settimane di discussione a porte chiuse, con una lettera pubblicata sul quotidiano dei vescovi Avvenire, e firmata da 44 parlamentari del Pd, di Scelta Civica, e di Nuovo Centrodestra (tra cui Paola Binetti e Rocco Buttiglione) il dibattito ha assunto anche una dimensione pubblica.
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E se l’ex ministro democratico Giuseppe Fioroni rema a favore evocando scenari catastrofici («Se le scuole materne paritarie chiudessero oltre il 30 per cento dei bambini rimarrebbe a casa»), Pippo Civati illustra il punto di vista di chi è contrario: «Sono pronto a discutere di misure del genere solo una volta che la scuola pubblica sia stata messa in sicurezza con le risorse necessarie».
Nel governo pare consolidata la posizione di Fioroni: «La libertà di scelta sancita dalla Costituzione non deve essere una libertà solo per chi se lo può permettere. Il meccanismo della detrazione fiscale, che è la nostra battaglia, è compatibile anche con la scarsezza di risorse di questi tempi».
Nel braccio di ferro finale di queste ore una parte dei democratici si appella all’articolo 33 della costituzione (che in merito di scuole private prevede che siano «senza oneri per lo Stato»), e spera nella mediazione:«Questo provvedimento non era nelle bozze», continua Francesca Puglisi:«però è vero che il testo è tuttora aperto».
La dimostrazione di questo cortocircuito e della guerra tra i pasdaran della statale e i paladini delle strutture private è la Lombardia, dove esiste una dote ad hoc che in tredici anni ha fatto piovere sulle famiglie più di cinquecento milioni di euro di contributi regionali.
Un sistema che non si è inceppato neppure con il ricorso al Tar e la class action portata avanti dall’associazione “Non uno di meno” insieme all’Unione degli studenti.
«È un diritto allo studio al contrario» spiegano genitori, studenti e sindacati puntando il dito contro il Pirellone che garantisce, a parità di redditto, un contributo triplicato per chi sceglie istituti privati. La battaglia ora è al Consiglio di Stato dopo che la Regione ha impugnato la decisione dei giudici amministrativi.
L’INSEGNANTE MANAGER
Carriera, valutazione e merito degli insegnanti. Tabù per decenni, la carriera degli insegnanti è considerato uno dei punti cardinali della riforma Renzi. Per le sfide del terzo millennio l'unica strada sembra quella della valutazione e dell’incentivo in busta paga.
L'idea è premiare il merito con un bonus del 10 per cento per i docenti con funzioni aggiuntive. Di «mentore» se collegate alla didattica, di «staff» se incentrate su compiti organizzativi
Non è ancora chiaro però se il docente «mentore» rappresenterà il gradino più alto della carriera e quali saranno le sue funzioni o se ci saranno altre figure intermedie fra il docente neoassunto e il dirigente scolastico.
Per fare carriera occorrerà valutare i docenti, anche attraverso l'attività di formazione seguita nell'ultimo triennio.
E verrà messa sotto la lente di ingrandimento anche la sua attività didattica. Soltanto se promosso l'insegnante verrà considerato meritevole e potrà accedere agli incrementi di stipendio: circa 60 euro al mese netti ogni tre anni.
Una valutazione della prestazione e della formazione vista come fumo negli occhi dalla Cgil che solleva una domanda: perché mettere in competizione insegnanti con insegnati?
«È una scuola ridotta ad azienda, il dirigente scolastico deve essere capace di tenere insieme la comunità e coordinare didattica e lavoro dei professori. Hanno invece idea di un preside come un capo-azienda che decide sulla carriera delle persone e non si capisce come si misura la competenza» ragiona Domenico Pantaleo, segretario scuola della Cgil: «Abbiamo chiesto al ministro Giannini di non intervenire con la legge sulle materie contrattuali come orario, salario, carriera, organizzazione del lavoro».
Un terreno accidentato perché in ballo c’è il contratto nazionale della scuola, scaduto da sei anni, e tutte le necessità della scuola italiana: diminuzione degli alunni per classe, riduzione della dispersione, valorizzazione dell’orientamento, attenzione alle aree svantaggiate del Paese, incremento della didattica nei laboratori.