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Economia
giugno, 2015

LuxLeaks, spunta il bonus per i grandi evasori

La sede di Price Waterhouse Coopers in Lussemburgo
La sede di Price Waterhouse Coopers in Lussemburgo

Grazie  a una norma di legge inserita nella riforma del 2014, arriva un regalo per le società che hanno portato i fondi in Lussemburgo e ?le multinazionali con base estera. Cancellazione le elusioni anteriori al 2009-10

La sede di Price Waterhouse Coopers in Lussemburgo
Bonus segreto per gli evasori più ricchi. Dopo sette anni di crisi, debiti, tasse, tagli e fallimenti, lo scandalo Lux Leaks sembrava aver convinto quasi tutti gli Stati europei a dichiarare guerra alle multinazionali dell’elusione fiscale. In Italia, però, c’è sempre una manina pronta a favorire i grandi evasori. Nel modo più opaco, giocando di sponda tra ministeri e commissioni, senza spiegare niente agli elettori: si prende una norma di legge, s’inserisce qualche tecnicismo incomprensibile ai normali cittadini e il trucco è servito.

Qualche esempio? Per le società italo-lussemburghesi, spunta una mezza amnistia che rischia di funzionare come un condono strisciante, occulto e gratuito. Mentre una strana dimenticanza potrebbe lasciare impuniti pure i furbetti della “voluntary disclosure”, la nuova procedura che dovrebbe spingere gli evasori ad autodenunciare i capitali nascosti all’estero, finalmente, senza sconti o privilegi rispetto agli italiani che hanno sempre pagato le tasse.
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LA GRANDE ELUSIONE
Il primo problema nasce dalla riforma varata l’11 marzo 2014, come spiegava il titolo, per creare «un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita». Parole sante. Fra tante norme giuste, condivise o comunque discusse e pubblicizzate, però, in quella riforma si nasconde un comma di legge che riscrive le regole della lotta alla grande elusione fiscale.

Una questione rilanciata, nel novembre scorso, dallo scandalo LuxLeaks: l’inchiesta del consorzio giornalistico “Icij”, di cui fa parte “l’Espresso”, che ha svelato gli accordi segreti con il fisco lussemburghese che hanno permesso a migliaia di multinazionali di minimizzare o azzerare le tasse. Non si tratta di evasione, ma di elusione formalmente legale, difficile da contrastare.

Le cifre più grosse riguardano le aziende italiane che fingono di avere la società-cassaforte in Stati molto amichevoli come il Lussemburgo (in gergo, “estero-vestizione”) o, al contrario, le multinazionali straniere che negano di avere una ricchissima filiale in Italia (“stabile organizzazione”). Nell’estate 2006 il governo Prodi ha imposto una stangata fiscale che ha colpito anche queste grandi elusioni: per le violazioni più gravi, quelle che costituiscono reato, i termini di punibilità sono raddoppiati. La regola di partenza è che il fisco italiano ha solo quattro anni di tempo per chiedere più tasse, che diventano cinque per gli evasori totali. Dopo il 2006, questa specie di prescrizione breve si applica solo per le violazioni minori. Se invece scatta l’obbligo di denuncia alla procura, ad esempio se la somma evasa supera il limite di 30 mila euro, i termini di punibilità schizzano a otto o a dieci anni.
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Dunque, se la Guardia di Finanza scopre oggi, per l’ultima annata fiscale (2014), un’evasione/elusione di rilevanza penale, può calcolare il maltolto a partire dal 2006 (o dal 2004 per i furboni totali). E così l’evasore deve moltiplicare per otto o per dieci tutto il carico di imposte arretrate, sanzioni e interessi annuali. Secondo gli esperti, sono regole come queste che, a partire dal 2007, hanno moltiplicato le somme riscosse dallo Stato con la lotta all’evasione. Un tesoro versato in gran parte proprio dalle società finite sotto accusa per elusione: un’inchiesta de “l’Espresso” ha documentato che, solo negli ultimi cinque anni, 35 grandi aziende hanno dovuto versare al fisco italiano più di 2,5 miliardi.

Ora, con la legge-delega del marzo 2014, il parlamento ha cambiato le regole del gioco: la punibilità fiscale raddoppia «solo in caso di effettivo invio della denuncia entro i termini» di 4-5 anni, quelli più brevi. Traduzione: anche se l’evasione/elusione impazza da un decennio, il fisco può iniziare a bastonare solo dal 2009-2010. Tutto il resto è cancellato per legge. Sembra quasi la versione fiscale delle famigerata legge ex Cirielli sulla prescrizione facile.


I FURBETTI DELLA DISCOSURE
La nuova norma taglia-termini non è ancora in vigore, ma proprio in questi giorni è previsto il via libera del parlamento al decreto attuativo, approvato dal governo Renzi già il 21 aprile 2015. Un atto molto atteso, perché condiziona il gettito della disclosure: senza il decreto definitivo, i fiscalisti non riescono a calcolare i costi dell’auto-denuncia per i loro clienti. Infatti finora il ministero ha ricevuto solo 1836 domande. E così qualche manina ne ha approfittato per infilare, questa volta nel decreto, un’altra anomalia, bollata dal pm milanese Francesco Greco come «un condono gratuito».
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Il danno riguarda le verifiche fiscali in corso: che succede nei casi di evasione-elusione già scoperti dalla Guardia di Finanza, ma non ancora denunciati alle procure? La risposta vale miliardi, perché le indagini fiscali, nei casi più gravi, durano anni. La legge-delega prevedeva che, per salvare il raddoppio, bastava che la Gdf avesse già fatto un qualsiasi «atto di controllo». Il decreto, invece, salva solo «gli atti impositivi già notificati», cioè i provvedimenti finali dell’Agenzia delle Entrate: l’effetto sarebbe l’annientamento di tutte le verifiche fiscali sul periodo 2004-2009 non ancora sfociate in accuse definitive.

Una sorta di bis della famosa norma «salva-Berlusconi»: la soglia di punibilità del 3 per cento, poi ritirata dal governo. Interpellato da “l’Espresso”, il parlamentare Marco Causi, relatore fiscale del Pd, giura che la maggioranza ha raccolto l’allarme del pm Greco: «In commissione abbiamo già cambiato questo aspetto del decreto». Salvate così le inchieste passate, la lobby delle grandi società, banche italo-lussemburghesi e multinazionali estero-vestite ha comunque portato a casa un bel regalo: per le indagini presenti e future, le elusioni fiscali precedenti al 2009-2010 restano cancellate per sempre.
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E a complicare la riforma fiscale sono anche altri gialli normativi. Come una strana lacuna nella “voluntary disclosure”, che favorisce non le società, ma le persone disoneste. Se l’evasore presenta al fisco carte false, infatti, la legge lo punisce con un nuovo reato. Se invece regolarizza solo una parte del suo tesoro nero, ma continua a nascondere il grosso dei soldi all’estero, non è prevista alcuna sanzione: la disclosure resta valida anche se parziale. Una curiosa dimenticanza che rischia di creare un nuovo campione italiano: metà onesto, metà evasore.

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