La situazione attuale della capitale nasce da molte responsabilità. Non solo Marino, ma anche le giunte precedenti. Che non hanno affrontato i grandi problemi: trasporti, rifiuti, potere dei costruttori. E la crisi del Pd locale può contagiare il governo

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Stampa scatenata, quella internazionale (“New York Times” e “Le Monde”) e quella domestica («Sono bastati due anni di scandali e di deficit politico e amministrativo per rovesciare tremila anni di ammirazione universale per Roma», ha azzardato “Il Messaggero”).

Città allo stremo, con gli autisti dell’autobus sotto il Campidoglio a protestare e la rivolta degli utenti inferociti. Salotti intellettuali e popolino uniti nel tiro al Marino. E lui, il sindaco-marziano, perfetto nel ruolo di capro espiatorio, capace di inimicarsi tutte le categorie e le anime della città in una botta sola, che resiste a ogni attacco e va avanti con un rimpasto della sua giunta e con una determinazione che ha spiazzato perfino un tipo deciso come Matteo Renzi.

Bruno Manfellotto
L’hanno fatta Capitale e poi abbandonata
4/8/2015
Sul destino della Capitale il premier preferisce glissare, aspetta sulla riva del Tevere che si consumi la parabola di Ignazio Marino. Eppure, ora che la giunta sembra aver guadagnato qualche altro mese di vita, fino alla prossima emergenza, si può invertire l’angolo visuale. E chiedersi se tutto quello che è avvenuto a Roma negli ultimi mesi non sia il prodotto di un lungo abbandono. Perché la storia recente della città non si esaurisce nella difesa del decoro urbano e nella lotta al degrado, le cartacce, i topi e i bus in orario. Il crack della Capitale è la fine di un modello fondato sulla spesa pubblica senza freni, leva del consenso per la politica romana, la rendita immobiliare, con i poteri forti della speculazione edilizia, la spinta ai consumi del centro e delle periferie, mangiare tutto finché si può, finché ce n’è.
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«Per venti anni non si è affrontata la fine di questo sistema, anzi, abbiamo parlato di modello Roma del centrosinistra, giustamente perché all’epoca il Pil della città cresceva. Ma è stata rinviata la crisi, adesso è scoppiata», dice Walter Tocci, senatore del Pd, vice-sindaco con Francesco Rutelli negli anni Novanta. Come nel libro di Roberto Mazzucco “I sicari di Trastevere”, il primo romanzo criminale ambientato nella Roma capitale d’Italia di fine ’800, non è facile capire chi abbia sferrato la prima coltellata contro la città e perché. Il Delitto Capitale ha molti imputati che vengono da lontano.
Il caso
Dopo il New York Times anche Le Monde attacca Roma
28/7/2015

Le aziende municipalizzate. Il patto tra la politica e i sindacati che ha generato i mostri che attraversano Roma ogni giorno: organici gonfiati, voragini di bilancio, servizi indecenti. L’azienda municipalizzata dei trasporti urbani, l’Atac, è considerata tra i principali responsabili dello sfascio. A puntare il dito contro manager e dipendenti è stato lo stesso sindaco Marino che ha licenziato l’amministratore delegato Danilo Broggi insieme a tutto il cda e ha annunciato la ricerca di un partner industriale, un avvio di privatizzazione. Con i suoi 140 milioni di euro di buco previsti nel 2015, un debito che oscilla tra 1,4 e 1,6 miliardi, 11.800 dipendenti iscritti quasi tutti a tredici sigle sindacali, una flotta di 2.200 autobus, di cui il 40 per cento fuori uso, e 22 milioni di euro di danno per assunzioni illegittime, secondo la Corte dei conti, l’Atac si ritrova nella stessa situazione del 1993, quando arrivò in Campidoglio il primo sindaco eletto direttamente dai cittadini, il verde Rutelli.

All’epoca i debiti ammontavano a 900 miliardi di lire, il presidente e l’ex presidente erano stati arrestati per tangenti, «l’Atac fu sottoposta una radicale riforma, rimasta incompiuta: separare la parte di interesse pubblico (la rete, le tariffe, i mezzi, la logistica) dalla parte industriale da liberalizzare e da affidare ai privati», ricorda Tocci, all’epoca assessore al traffico. All’Atac furono affiancate due aziende, la Trambus e la Metro, presiedute a metà degli anni Duemila con le giunte di centrosinistra di Rutelli e di Walter Veltroni da tre sindacalisti (Fulvio Vento all’Atac, Stefano Bianchi a Metro, Raffaele Morese a Trambus), poi riassorbite con Gianni Alemanno sotto un’unica azienda, in era Parentopoli.

E ora ricomincia il giro: nel piano di Marino ci sono le privatizzazioni-fantasma e un carrozzone pubblico (si parla di un’unica azienda che accorpi Atac, Cotral e il servizio regionale delle Ferrovie dello Stato). Il neo-assessore ai Trasporti, il senatore del Pd Stefano Esposito, catapultato dall’hinterland di Torino (ma «Torino è l’altra faccia della stessa Roma», canta Antonello Venditti), dovrà fronteggiare l’ira dei cittadini, la rivolta degli autisti e forse qualcosa di più. Il picco dei guasti degli autobus si è avuto quando era in corso il tentativo di dare la spallata a Marino: coincidenza sospetta. «Solo uno che non deve prendere i voti dei dipendenti Atac può mettere mano in quella polveriera», garantisce Matteo Orfini, commissario del Pd romano, regista della nuova giunta, capocorrente di Esposito (giovane turco come lui). Scettica Rosy Bindi: «Nella nuova giunta c’è il maestro di strada Marco Rossi-Doria: in attesa che passi l’autobus si farà scuola sui marciapiedi».

L’altra emergenza romana, rimbalzata in tutto il mondo per mezzo del sito del “New York Times”, è la sporcizia delle strade. Quasi più dei sacchi di immondizia immortalati ovunque ha destato stupore il manifesto del Pd romano che annuncia «la raccolta dei rifiuti anche la domenica». Sembra uno scherzo, al pari dell’altra affissione con cui il partito del sindaco ha fatto sapere che le officine per riparare gli autobus saranno aperte anche nelle ore pomeridiane. Ma la beffa più atroce è stata l’intervista al quotidiano della destra “Il Tempo” con cui si è rifatto vivo Manlio Cerroni, 89 anni, il Supremo della monnezza capitolina, per quasi quarant’anni monopolista dei rifiuti nella discarica di Malagrotta: «Con me le cose funzionavano. La città era pulita perché c’era Malagrotta». Si stava meglio quando si stava peggio.

Eppure nel 2014 Cerroni era stato arrestato e tre mesi fa il sindaco Marino ha annunciato la «vittoria storica»: «Per la prima volta in 38 anni l’Ama vince su Colari, l’azienda di Cerroni. Il monopolio privato nella gestione dei rifiuti è finito per sempre». Peccato che nella rete dell’inchiesta Mafia Capitale sia finito il direttore generale dell’Ama (la municipalizzata dei rifiuti) Giovanni Fiscon, con cui Salvatore Buzzi era in sodalizio per gestire gli appalti del dopo-Malagrotta. E che il presidente dell’Ama Daniele Fortini ora si limiti a promettere strade più pulite dopo l’estate. Marino minaccia la privatizzazione del servizio raccolta immondizia in caso di flop del piano. Sperando di non dover tornare a rivolgersi a Cerroni.

Il terzo colpevole del delitto Capitale, oggi in decadenza, è la figura più tipica dell’economia romana, il palazzinaro. Incarnata dal 72enne Francesco Gaetano Caltagirone, editore del “Messaggero”, espressione di un mondo che negli anni Novanta ha tenuto insieme l’antico mattone e la nuova finanza immateriale, la rendita immobiliare, le banche e i giornali usati come arma di pressione sul sindaco di turno. Una razza padrona che ha brillato fino all’ultimo piano regolatore della giunta Veltroni, «invecchiato prima di essere approvato perché costruito sui residui del vecchio piano del 1962», spiega Tocci.

Quartieri spuntati dal nulla, ammassati intorno al Raccordo anulare e ai centri commerciali, senza trasporto pubblico, lontani dal centro, slegati dal resto della città. Ora che il potere immobiliare è in difficoltà, come ovunque in Occidente, tocca trovare nuovi filoni di impresa per soddisfare gli appettiti dei palazzinari. Per esempio, il progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle, un milione di metri cubi di cemento da riversare in periferia, molto gradito al costruttore Luca Parnasi e altrettanto detestato da Caltagirone, rimasto fuori dall’affare. Con il Pd per mesi spaccato tra le cordate.

Le periferie sono terreno di scorribande per i cacciatori di consenso. Nelle borgate poco distanti dal Raccordo anulare, teatro di scontri e di conflitti come quello di alcuni abitanti di Tor Sapienza contro un centro accoglienza immigrati. Con i servizi sociali privatizzati, affidati in outsourcing alle cooperative , compresa la 29 giugno di Salvatore Buzzi. Nel 2008 furono il motore del successo elettorale di Alemanno. Ora sono un’incognita.
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Nel 2014, alle ultime elezioni europee, nella periferia a ridosso e fuori dal raccordo, il Pd ha preso il 36,2 per cento, undici punti in meno rispetto al 47,5 per cento dei quartieri del centro. Il Movimento 5 Stelle ha raggiunto il 32,7 per cento (contro il 16,1 dei quartieri centrali). Ed erano le elezioni del massimo successo di Renzi, quelle del 40,8 per cento nazionale del Pd. Segno che nella mega-periferia romana centinaia di migliaia di elettori si muovono verso nuove offerte politiche. Numeri che spiegano perché alla fine Renzi abbia ceduto a Orfini e abbia dato il via libera all’operazione Marino-bis. Tutti i sondaggi annunciano in caso di voto anticipato una catastrofe per il Pd e un successo per M5S. O per un candidato civico come Alfio Marchini che nel vuoto politico si è intestato mediaticamente il ruolo di anti-Marino. In attesa, chissà, di trasformarsi sul piano nazionale in un anti-Renzi.

Gli ultimi responsabili del disastro sono loro, i partiti che hanno governato negli ultimi venti anni. Roma, la pasoliniana città-ricotta, ha divorato le famiglie politiche della Seconda Repubblica: la destra post-fascista, naufragata negli anni di Alemanno, fotografata nell’inchiesta sulla mafia, dispersa in mille rivoli. E la sinistra che ha governato Roma con Rutelli e con Veltroni: il Pd è nato in Campidoglio e qui rischia di morire, stritolato dai notabili locali, costretto ad aggrapparsi al sindaco Marino e agli assessori venuti da lontano. Per questo Renzi prende tempo. Con il rischio però di diventare, anche lui, colpevole del delitto Capitale. 

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